giovedì 24 dicembre 2009

Buone feste sì ma

Le feste sono cosa buona e giusta, e su questo credo che siamo un po' tutti d'accordo. Ogni tanto capita che è festa e non si va a lavorare e non per qualche particolare merito nostro ma perché è così, e quindi ringraziamo e ce ne stiamo tranquilli a casa, senza polemica. Ché tirare troppo la corda non ha mai fatto bene a nessuno.
Però, dico io, già che erano lì potevano anche pensarci un po', prendere un calendarietto bianco e distribuirle a modo, 'ste feste.
Per dire, Ferragosto va bene dov'è, lì all'inizio della fine dell'estate. Un mese prima (ferraluglio?) sarebbe stato troppo in mezzo, così invece c'è anche quel briciolo di malinconia per le giornate che cominciano a accorciarsi, la sensazione che sta per finire e che quindi bisogna cercare di godersi il possibile di quello che rimane, insomma sta bene lì. E anche i Santi stanno bene il primo novembre, così uno si fa un pochino di pausa in mezzo all'autunno e intanto comincia a entrare nel clima prenatalizio passo dopo passo. Purtroppo poi qualche genio del marketing ci ha appiccicato davanti quella boiata di Halloween, e verrebbe quasi voglia di spostare i Santi avanti o indietro di qualche giorno abbandonando dolcetti, scherzetti, zucche e balle varie in un'anonima serata preferiale e vedere che fine fanno, ma vorrebbe dire dargliela vinta, e quindi niente, i Santi restano lì.
Ma le altre?
Il 25 aprile e il 1 maggio sono troppo lontani per poter fare un ponte unico senza vergognarsi eccessivamente con capi e colleghi, e sono troppo vicini per poterne fare due distinti. O si avvicinano o si allontanano.
L'8 dicembre servirà ai milanesi, ok, ma con tutto il (poco) rispetto per loro questi sono localismi inaccettabili: per par condicio, in nome del federalismo al governo, la data dovrebbe variare da comune a comune, ed essere sempre il giorno dopo il Santo patrono. O viceversa, in nome del nazionalismo al governo, tutti i Santi patroni dovrebbero essere accorpati al giorno prima dell'8 dicembre. Facessero un po' come gli pare.
Capodanno è il 1 gennaio, ma in realtà il 1 gennaio non inizia un bel niente. Voglio dire, non è un solstizio, un equinozio, un plenilunio, e non iniziano neanche le scuole, il campionato, la Formula 1, il Grande fratello, proprio niente. E' solo un giorno come un altro che qualcuno ha stabilito essere il primo dell'anno; come tale è giusto festeggiarlo, certo, anche perché dopo Natale fa comodo starsene qualche giorno a casa a digerire, ma ce ne sono molti altri che ne avrebbero maggior diritto. Discuterne una buona volta?
La Befana ha senso solo perché è qualche giorno dopo Capodanno, ma da sola non regge, se si sposta Capodanno crolla, quindi tanto vale traslarla un po' più avanti, tipo di un mese, ché sennò febbraio è così squallido sul calendario, con quelle 4 settimane precise precise, senza un giorno rosso che non sia domenica... 6 febbraio, aggiudicato?
Natale invece è troppo avanti, non arriva mai, ci iniziano a tritare i ventricoli con le lucine e le pubblicità dei regali e dei panettoni e coi bambini che cantano e la neve che scende mesi e mesi prima. Bisognerebbe tirarlo indietro di due o tre settimane ma all'ultimo, senza dire niente a nessuno, così non si preparano. Prenderli alla sprovvista.
Il 2 giugno non rappresenta niente a nessuno.
Un capitolo a parte per Pasqua.
Pasqua viene di domenica. E già questa è una fregatura non indifferente. In pratica è un giorno di festa perso. Preso e buttato nel cesso, proprio, come se ce ne fossero d'avanzo. Tant'è che per scusarsi han dovuto inventarsi la cosiddetta Pasquetta, che già dal nome si qualifica come la festa dell'avanzo. Tristezza. E poi ogni anno Pasqua si sposta quando le pare a lei. Altra fregatura. E soprattutto è troppo vicina a Natale, così uno si ritrova con dei panettoni ancora da consumare quando ci sono già in giro le colombe, e ciò non fa piacere, fidatevi. D'altronde le colombe fino a dicembre non ci arrivano, fanno la muffa, fidatevi di nuovo. Pasqua andrebbe posticipata di netto.
Poi, magari ce ne stiamo zitti perché appunto sono feste e a caval donato eccetera, ma non crediate, cari signori, che il sistema debba sempre andar bene per forza a tutti così com'è. Eh no eh.

domenica 13 dicembre 2009

Ora dic un poesia.

S'i' fosse foco, arderei 'l mondo, e questo lo sappiamo.
S'i' fosse fico, il mondo lo lascerei spento, che mi frega.
S'i' fosse fuco, non me la passerei malaccio, tutto sommato.
S'i' fosse Coco, neanche.
S'i' fosse foca, bel casino, invece.
S'i' fosse poco, sarei ma buono.
S'i' fosse roco, comprerei un'altra C.
S'i' fosse fono, meglio mega che micro, dovendo scegliere.
S'i' fosse foro, saprei che essere != avere.
S'i' fosse Foce, sarei tra Carrara e Massa, che culo.
S'i' fosse foto, ciiiiis.
S'i' fosse Gilo, com'i' sono e fui,
scriverei cazzate sul mio blog
e commenti idioti su quelli altrui.

sabato 5 dicembre 2009

Contrappassettino

Volevo usare questo blog per fare degli auguri, per una volta. Tanto più che il periodo comincia a essere propizio.
In particolare volevo fare un augurio a quegli egregi signori e a quelle gentili signore che al supermercato, quando sei alla cassa e loro sono in fila dopo di te, prima ancora di arrivare all'altezza del nastro trasportatore nero della cassa stessa iniziano a sversarvi sopra le loro cianfrusaglie, accatastandole attaccate alle tue quando non sovrapposte, anche se non c'è evidentemente spazio, anche se non c'è evidentemente motivo, come se sommergendo al più presto coi loro acquisti gli acquisti di chi è prima di loro potessero liberarsi da chissà quale peso ancestrale che li affligge nel corpo e nello spirito, e arrivare al fatidico incontro con la cassiera un centesimo di secondo prima, temendo forse che allo scoccare del minuto successivo il loro carrello possa trasformarsi in una zucca che per giunta non è neanche in offerta.
Ebbene, vorrei augurare a tutti costoro che, nel supermercato della vita, la vecchia signora con la falce possa usare la stessa solerzia nel depositare le loro anime sul nastro trasportatore nero che le conduce al sacchetto ultimo.
Fatto, grazie.

mercoledì 25 novembre 2009

Gessetto nero

Invece l'altra mattina in treno si è seduto di fronte a me, cioè, non proprio di fronte, di fronte leggermente a sinistra, lato corridoio, ma che differenza fa?, dicevo, si è seduto quasi di fronte a me un nero, anzi, si può ancora dire "nero" o è diventato obbligatorio "diversamente bianco"?, chissà, dicevo, si è seduto quasi di fronte a me un per così dire nero che aveva un braccio rotto. Ingessato.
Ora, vediamo di mettere subito le cose in chiaro, direi quasi nero su bianco (se non fosse che): qua non si tratta affatto di ignobili e idiote discriminazioni razziali, tutt'altro, si tratta di riconoscere e rispettare, e direi valorizzare, le più palesi differenze tra i popoli, siano esse culturali, religiose o, perché no, fisiche. Perché esistono anche quelle fisiche, inutile negarlo, e talvolta sono addirittura più notevoli (e per talune più piacevoli) di quelle culturali. E quindi, diciamolo: quel nero con quel gesso bianco stava veramente malissimo. Lo notavo persino io che non sono certo un esteta. Insomma, non è possibile pensare, e pretendere, di poter adattare a forza i nostri modelli di società, di cultura e di ingessature presso tutti i popoli del mondo. Dobbiamo venire incontro alle esigenze di genti diverse. Certo, non sempre è facile, ma è l'unica. Poi, tante volte ci vorrebbe tanto poco. In fondo basterebbe tritare un po' carbone o copertone o liquirizia o catrame o bachelite o roba del genere nell'impasto del gesso. E dosando a modo ognuno avrebbe il suo gesso, che s'intona con la sua carnagione. Un po' di carbone non sarà mica la fine del mondo, mica è diamante. Sarebbe una bella dimostrazione di rispetto con uno sforzo minimo. E sarebbe anche brevettabile (sempre se non ci arrivano prima i cinesi).

venerdì 20 novembre 2009

E questa a l'è a ma stöia e t'ä veuggiu cuntâ

Non so perché ma oggi mi è tornata in mente questa cosa qua, e quindi la scrivo.
Era la fine di maggio di qualche anno fa, era venerdì, tornavo da Parma, ero in treno, e a Fornovo dovevo cambiare. Sapevo che fino alla settimana precedente la seconda carrozza del treno che avrei dovuto prendere, benché nominalmente di prima classe, era declassata. Bene. Arrivo a Fornovo, l'altro treno è già lì che ci aspetta, c'è il consueto assalto alla diligenza, inizio a correre. Arrivo alla seconda carrozza, scende il controllore. Nella fretta non mi viene da chiedergli «Scusi, è mica declassata?» o «Scusi, è di prima classe?», ma gli chiedo: «Scusi, è prima vera?».
Mi fa: «Eh, ormai...».

domenica 15 novembre 2009

Più muri per tutti!

So (o almeno, spero di sapere) che detta così non sembra un'idea particolarmente attraente, specie in questi tempi di anniversari a cifre tonde, ma credo, credo fermamente, che ci vorrebbero più muri. Già. Credo che bisognerebbe disseminare di muri il territorio nazionale.
Spiego.
Ogni volta che in qualche paesello avviene una rapina, uno stupro, un omcidio, una strage, un'alluvione, una tragedia qualunque, c'è sempre tutta la gente del luogo che si mette dietro all'inviato/a del telegiornale, sorride, fa ciao, fa le corna, fa vedere il pupo, avverte gli amici a casa, se è il caso dà una palpata alla giornalista, eccetera. Com'è suo pieno diritto, trattandosi di patrio suolo pubblico e di sacrosanta libertà di espressione. Ma se nei dintorni fosse disponibile qualche muro, magari costruito all'uopo, l'esperto/a telecronista potrebbe realizzare il suo servizio stando in piedi con le spalle al muro medesimo e risolvere il problema alla radice, invece che doversi piazzare in mezzo alla piazza con tutto quel popolo salutante sullo sfondo. Basterebbe tirar su, in mezzo alla piazza stessa (ad ogni piazza del regno: si sa che non tutti nella capitale nascono eccetera), un semplice muretto di forati, 3 metri per 2, mica la muraglia cinese. E poi sarebbero sempre opere pubbliche, si darebbe lavoro a un sacco di gente, si rilancerebbe l'economia locale... Sì, dovrei proporlo. Magari mi fanno cavaliere. Suonerebbe mica male.

sabato 7 novembre 2009

Soluzione unica

Perché basterebbe mettersi tutti d'accordo, e le cose si farebbero. Una alla volta, prendendosi i tempi necessari, ma alla fine si farebbero tutte e si farebbero bene. Invece no, si vuol migliorare tutto e tutto insieme, si disperdono energie e non si ottiene niente. O quanto meno, si perde del gran tempo e non si ottiene quello che si potrebbe. Qua tutti studiano tutto, ognuno si prende il suo pezzettino di realtà o presunta tale e se lo analizza, magari con le migliori intenzioni, per carità, ma senza una guida unica e coerente si va poco lontano. Va a finire che si lascia tutto a metà. Invece bisognerebbe scegliere un problema, uno solo, concentrarsi tutti su quello e poi (poi) passare a un altro. Ad esempio. Si decide che il problema da risolvere è la nebbia in val Padana. La nebbia in Val Padana è un problema grosso, la gente si schianta, gli aerei restano a terra, roba seria. E succede tutti gli inverni, garantito. Bene. La soluzione c'è, non è immediata ma è reale, è lì a portata di mano, è già stata trovata trent'anni fa da un genio del nostro tempo. Ve la ricordo:
Bisogna solo metterla in pratica. Ci vorrà un po' di tempo, chi lo nega, ma qualcuno deve pur cominciare, e mettendosi di buzzo buono tutti insieme ci si può fare. Nel frattempo però non è che si perde tempo a far dell'altro, si scava e si costruiscono i muri, si gestiscono le operazioni di scavo e di costruzione di muri, si studiano nuovi metodi di scavo e di costruzione di muri, e basta, e avanti finché ce n'è. Risolto quel problema una volta per tutte, se ne trova un altro (chessò, la proliferazione di blog idioti come questo) e lo si risolve. E avanti così. O no?

lunedì 26 ottobre 2009

L'era del cinghiale rosa

L'altro giorno invece, trattando con un mio collega questioni strettamente inerenti l'attività lavorativa, sono venuto a conoscenza di qualcosa che con ogni probabilità per voi colti lettori sarà nota da tempo, ma che per me che ignoro costituiva una novità degna di nota e densa di stimoli creativi. Vado a illustrarla a beneficio di quanti dovessero essersela persa.
Com'è noto, il maiale produce una carne ottima e abbondante, in tutte le sue forme, dalla testa in cassetta allo zampone. Esso però tipicamente non vive allo stato brado, viene allevato, e la vita sedentaria cui è costretto implica carni tenere ma non eccessivamente saporite. D'altra parte, il maiale lo vedi anche dalla faccia che sta bene così, nella sua porcilaia, con le sue ghiande in abbondanza e tutto il resto, e che l'idea di barattare comodità con libertà non gli sfiora neanche l'anticamera.
Il cinghiale invece no, quello è brutto sporco e kattivo, gira libero per i boschi, mangia quello che c'è se c'è e se no salta, e anche se provi a allevarlo lo vedi dalla faccia che quello lì, dentro al recinto, non è il suo posto; e il risultato della sua vita spericolata è, al termine della stessa, una carne solida e saporita, di una solidità e di un sapore piacevoli ma, per molti, addirittura eccessivi.
Ed ecco che, mi narrava quel collega, millenni di ingegno contadino scendono in campo e creano lui: il maiale cinghialato.
Funziona così: si prende una maiala (non nel senso di escort, proprio nel senso di maiala), la si conduce al limite del bosco all'imbrunire, la si lega a un albero, e si torna a casa. Al calar delle tenebre passa il cinghiale, vede la nostra cara maiala tutta bella rosa e liscia e calda e morbida e cicciottosa e non gli sembra vero, a lui abituato alle setole e al musone della cinghialessa. Quindi il nostro eroe si stropiccia un po' gli occhi e poi, quando realizza che è proprio tutto vero, si fionda lancia in resta sulla maiala. La quale maiala dal canto suo, abituata alla casalinga mollezza del suo abituale compagno di vita, viene rapita dal look alternativo e dall'afrore selvatico del nuovo arrivato e non ne disdegna affatto i modi rustici ma virili, il corpo scevro da ogni forma di depilazione, e last but not least una mazza come pensava esistessero solo nei film d'autore.
E sicché il miracolo della vita si compie, per la felicità di entrambi gli attori principali nonché del contadino che la mattina dopo slega la sorridente maiala riconducendola alla sua tranquilla vita coniugale, nello sguardo di intesa la tacita promessa del silenzio.
E dopo un tot di mesi, tra la gioia del contadino, il legittimo sospetto del legittimo sposo e la falsa ingenuità della fedifraga (che c'è? qualcosa di strano? ah toh, sono scuri, eh beh) vengono alla luce tanti bei maialini cinghialati, ignari di incarnare un perfetto connubio tra le qualità organolettiche delle due specie che li hanno generati, e del breve e triste destino che gliene deriverà.
Fine.
Anzi no, post scriptum. Perché lo so che ve lo state già chiedendo, e quindi ve lo dico subito: il cinghiale maialato non funziona. Non funziona e non può funzionare. E non per chissà quale complessa questione di incroci genici proibiti, ma per ragioni ragionevoli, facilmente comprensibili e largamente condivisibili. Insomma, suvvia, anche i maiali, per quanto maiali, hanno un cuore. E le cinghialesse hanno i baffi, anzi altro che baffi, ispide setole. E se un cinghiale può essere abituato fin da cucciolo a gestirle, per un paffuto maialotto la sensazione di scartavetramento sul ventre non è affatto piacevole. Questo dal punto di vista di lui. Vista con gli occhi della cinghialessa la situazione sarebbe più rosa ma non molto più rosea. Insomma, pur senza esperienza diretta in merito credo di poter affermare con certezza che nella cinghialessa il maiale, come si suol dire, ci ciottola. Quindi niente.

sabato 17 ottobre 2009

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

L'altro giorno uno che conosco è stato in questo Centro Interforze di Nonsocosa, praticamente un posto dove lavora un po' di gente dell'Esercito, un po' di gente della Marina, un po' di gente dell'Aeronautica, e così via. Fatto sta che in mensa si è trovato allo stesso tavolo con un marinaio e un soldato. Il marinaio, con la sua divisa bianca, camicia bianca, pantaloni bianchi, scarpe bianche, usando il tovagliolo a mo' di bavagliolo imboccava ogni boccone con suprema circospezione. Il soldato, con la sua mimetica, se ne fotteva: anzi, tanto peggio tanto meglio, più chiazze più mimetica. Il rancio non era nemmeno granché, come da tradizione: ma quello non se lo sarebbe goduto comunque, concentrato com'era nell'evitare di vilipendere l'immacolata divisa con immonde patacche di sugo.
E quindi, morale: premesso che auguro a me e al mondo un lunghissimo periodo di pace, e che comunque se posso mi tengo volentieri i miei abiti (in)civili, se proprio si deve far la guerra e vengo arruolato a forza, so già dove far richiesta.

domenica 4 ottobre 2009

Giloquiz

Signore e signori, stimato pubblico, amici ascoltatori o comunque vogliate definirvi, stavolta ho da proporvi un quiz. Uno come quelli che usavano ai bei tempi. Classico, tranquillo, facile facile. Mano sul pulsante. La semplice domanda che vi sottopongo è la seguente: di che caspita è questa macchia?

Avete un minuto di tempo per pensarci, se volete ingrandirla basta che ci cliccate sopra, se volete annusarla basta che vi avvicinate al monitor, se vi va chiedete l'aiuto del pubblico, chiamate a casa, fate un po' quel che vi pare, basta che poi date sfogo alla fantasia e rispondete numerosi.
In palio ricchi premi e cotillons, forse.
Telefonate, telefonate, telefonate! (come si dice: ma in realtà conviene che scrivete)

sabato 26 settembre 2009

Ritenta, sarai più fortunato

Ormai per stavolta è andata così, e pazienza. Sì, è vero, non sono ancora neanche nel mezzo del cammin di nostra vita, per dirla con parole mie, però insomma, ormai l'andazzo generale è chiaro. E la garanzia è scaduta da un pezzo, e comunque soddisfatti o no qua non rimborsano mai (sempre parole mie). E anche le varianti in corso d'opera, è noto, più si va avanti e più diventano complicate. Ormai come sono mi tengo, poco da fare. Ma occhio, però: sto segnando tutto. Non vi crediate. Continuo a fare cazzate, sì, però continuo anche a segnarle. Ho preso un bel quaderno a righe, tempo fa, di quelli di Fabriano, carta spessa, e da allora sto diligentemente prendendo appunti. È già bello gonfio, ma non accenna a smettere di riempirsi, anzi. E quindi vi avverto: la prossima vita le so tutte. Ma tutte. La prossima vita sfoglio il quaderno e so cosa non dire e non fare in ogni occasione. Non sbaglio un colpo. Sì sì. La prossima vita spacco. Occhio.

mercoledì 16 settembre 2009

Oltre

Se ne iniziò a discutere una sera d'inizio estate a Falcinello e poi da lì si è proseguito, e quindi dico la mia anche qua: ci sono cose belle, cose brutte e cose oltre.
Chiarisco.
Certe cose, in realtà la maggioranza, certa gente le giudica belle e certa altra gente le giudica brutte. È normale, così va il mondo, per fortuna. Ma mica tutto il mondo va così, per fortuna. Ci sono anche cose che non si possono definire belle o brutte (a scelta) in senso assoluto, ma che semplicemente trascendono il comune senso dell'estetica. Ad esempio, prendiamo una lampadina, di quelle classiche, trasparenti, col filo di tungsteno (che se non fossero esistite le lampadine a cosa cavolo sarebbe mai servito il tungsteno? ma questa è tutt'un'altra storia), ecologicamente scorrette però con onestà: si può dire che sia bella? Non credo. È brutta? Via, no, le cose brutte sono altre. È oltre. E così una Panda: quella nuova può piacere o non piacere, de gustibus, ma quella vecchia, anche nota come Pandino, quella è semplicemente oltre. Era bella la Panda? Con tutto il bene che le si può volere, definirla tale mi sembra palesemente azzardato. Ma non era neanche brutta, dai. E lo stesso vale per diversi altri oggetti.
Cosa accomuna questi oggetti? Secondo me la funzionalità esibita, il coraggio di non far niente per nascondere di essere stati progettati così come sono solo per rispondere a una reale necessità e per nessun'altra ragione. La lampadina ha quella forma lì perché deve essere avvitata, far luce il più possibile e essere svitata. Il lampadario in cui quella lampadina è avvitata, invece, suo malgrado deve anche arredare, e quindi ricade nelle classificazioni, per me è bello, per te no. La Panda deve trasportare persone da qui a lì, e basta. Le automobili normali invece vogliono (o vorrebbero) anche darti delle emozioni, o rappresentare all'esterno i lati più intimi della tua personalità, e possono riuscirci o meno, e quindi sono giudicate in un modo o in un altro. La Panda non aspirava a tanto, ma così facendo faceva di più, saltava gli steccati e andava direttamente oltre. Poi magari non è neanche questo il punto, magari il motivo è un altro, non lo so. Però è così, la Panda, la lampadina, la penna Bic, la T-shirt bianca sono oltre. Altre cose no. Tutto qua.

giovedì 10 settembre 2009

Giovedì trippa

Quest'oggi un mio tale collega, non certo celebre per la sua magnaninità, per dire uno che si fa offrire il micidiale caffè decaffeinato della macchinetta solo per farti spendere 10 centesimi in più, perversione a cui neanch'io sono ancora arrivato, ebbene costui quest'oggi mi ha omaggiato di un abbondante piatto di succulenta trippa al pomodoro. Non mi illudo certo che tale atto, peraltro dettato dall'assenza di alternative maggiormente vantaggiose per l'offerente, possa segnare l'inizio di una nuova era di generosa elargizione di vettovaglie varie da parte del soggetto in questione, ma d'altronde ora come ora mi sento quanto meno tenuto a rendere omaggio al suddetto collega dedicandogli questo post. Che non è niente di che, lo so, i post degni di questo nome forse un giorno torneranno, forse tornerò in vena (se mai ci sono stato), per ora è così, per ora grazie della trippa.

martedì 1 settembre 2009

Minzione impossibile

Rare sono le occasioni della vita nelle quali mi compiaccio del mio essere non solo umanamente ma soprattutto fisiognomicamente uomo in misura superiore a quanto non mi accada allorché, a bordo di un convoglio ferroviario in movimento, vengo colto dalla necessità impellente di espellere qualche decilitro di urina. E già perché, con tutto il bene che posso volere alla Direzione Passeggeri Regionale di Trenitalia e al materiale rotabile in suo possesso, e benché non mi si possa certo etichettare come maniaco dell'igiene assoluta e della disinfezione brutale, non posso esimermi dal rilevare come nella quasi totalità dei casi i cessi dei treni facciano obiettivamente schifo. E da quel poco che ho sentito raccontare, negli anni, in merito all'anatomia urinaria femminile, quando mio malgrado entro nel cesso di un treno e davanti allo specchio [grande] mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi tra le gambe una minuscola fica (citazione, vostro onore), effettivamente non fatico a credere che le difficoltà connesse all'operazione, in quel caso, aumenterebbero notevolissimamente. Ma credetemi, signore: anche per un maschietto non è né facile né piacevole, il treno ondeggia, lo spazio è ristretto, le superfici sporgenti abbondano, e le molteplici microscopiche forme di vita a cui tali superfici offrono ospitalità non sono, con tutto il rispetto, tra le mie preferite. Per di più, in genere l'operazione da compiere è anche piuttosto urgente e la fretta, si sa, in questi casi non aiuta neanche un po'.
Eppure è un peccato.
E sì perché pisciare in treno, di per sé, sarebbe anche piacevole, addirittura divertente. In particolar modo quando dal buco del cesso si vede sotto. Si vedono sfilare via veloci le traversine e i sassi, mentre la rotaia resta lì, in movimento ma tanto veloce e uniforme da sembrare immobile, sempre diversa e sempre uguale, fissa, salda: e tu puoi puntarla, mirare, e provare a seguirla col getto, con la miglior precisione possibile stanti le circostanze. Finché arriva lo scambio, un'altra rotaia nasce e subito si fa di lato, e tu, tra lo sballottamento generale, anche non volendo riesci a colpirle entrambe. Affondate. E ti senti quasi un novello Pollicino allo stato liquido, che marca con una traccia continua e personalizzata il percorso che sta compiendo: il sogno di ogni cane, credo.
E invece, dovendo prestare la necessaria attenzione ad evitare ogni interazione indesiderata con l'ambiente circostante, la pura semplice naturale gioia della pisciata in treno ci è irrimediabilmente preclusa. Se solo c'è un barlume di possibilità di riuscirci, conviene cercare di resistere fino all'arrivo, potendo così sperare di imbattersi, in stazione, in una ritirata panoramica di questa guisa:

A trovarne.

sabato 29 agosto 2009

50000 candeline (e 4 candele)

Oggi, proprio oggi, per l'esattezza stamattina presto, poco prima delle 2, dalle parti di Viareggio, la mia sempre valida Panda ha compiuto i suoi primi 50000 (diconsi cinquantamila) chilometri.
Cinquantamila chilometri. Un sacco di strada. Tanto per darvi un'idea, è suppergiù come fare Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi - Bastogne - Liegi e così via per 193 volte. Per dire.

Tanti auguri, Panda!
Cinquantamila di questi giorni.

venerdì 21 agosto 2009

Ma secondo voi,

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?
(come diceva quello)

Io non lo so mica.

domenica 16 agosto 2009

Fwd: Appello al blog

Sono qua apposta...


---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: un tale <indirizzo_di_un_tale@qualcosa.com>
Date: 16 agosto 2009 10.58
Oggetto: Appello al blog
A: il Gilo <indirizzo_del_gilo@qualcosaltro.com>


Buondì,

attraverso il tuo blog non senti il bisogno di sensibilizzare
l'opinione pubblica su questa tematica ambientale

http://lanazione.ilsole24ore.com/massa_carrara/2009/08/14/218967-pastori_coldiretti_lanciano_allarme.shtml

di profondo impatto sociale per la nostra terra?

martedì 11 agosto 2009

Conta sì il denaro,

altro che no.

(come diceva quello)

venerdì 31 luglio 2009

Fwd: Re: Ciao!!! :)

Un conoscente (cui ci riferiremo nel seguito con "lui", per rispetto a quel poco di dignità che gli è rimasta, suo malgrado) mi ha appena inoltrato il succulento scambio di mail di cui è stato protagonista. Giura che è tutto vero, e conoscendolo non fatico a crederci. In ogni caso, avendo ottenuto esplicitamente l'autorizzazione alla pubblicazione, ve lo propongo così com'è arrivato.

---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: [nome e mail di lui]
Date: 31 luglio 2009 21.35
Oggetto: Re: Ciao!!! :)
A: [me]

Ciao [nome di lui],sì la mail è quella che abbiamo in comune io e il mio ragazzo.Ciao.


Il giorno XX luglio 2009 XX.XX, [nome di lui] ha scritto:

> Ciao! Sono [nome di lui], l'amico di [nome dell'amico di lui] che ascolta [nome di un cantante] :)
> Alla festa hai dato la mail a [nome di un amico comune] per le foto e non ho potuto non
> ricordarmela.... :)
> Spero di averla scritta giusta!
> Sei tu? :)
>
> Ciao! A presto!
>
> [nome di lui]

mercoledì 29 luglio 2009

Geni

Gente, mi onoro di annunciarvi che hanno inventato l'alluminio trasparente.
Vi spiego.
Praticamente hanno preso questo

l'hanno bombardato con mille milioni di miliardi di raggi X, una quantità di energia che se spesa meglio basterebbe per far circolare una Panda per 30 anni, e alla fine hanno ottenuto questo

Li stimo.

lunedì 27 luglio 2009

Oggi

C'è di buono che è già il 27.
C'è di meno buono che è già luglio.
C'è di ancora meno buono che è già il 2009.

martedì 21 luglio 2009

@19038

Voialtri, voi del resto del mondo, forse credete che qui a Sarzana non succede niente. O forse credete che a Sarzana il più strano sono io che scrivo queste cavolate su questo blog. E invece no, o ignoranti nel senso che ignorate: sono onorato di poter smentire categoricamente entrambe queste affermazioni. A Sarzana, basta saperli cercare, vivono e operano veri geni del nostro tempo, e non solo: costoro di quando in quando assurgono persino agli onori della stampa nazionale, e a pieno titolo. Ad esempio.

martedì 14 luglio 2009

Oggi sì

Oggi me lo sento. È da stamattina quando mi sono svegliato, anzi da prima, è da quando sono passato da Montignoso che me lo sento. È che oggi sono in forma, oggi è un giorno speciale, di quei giorni che non vengono spesso, come le eclissi di sole, che le puoi quasi contare (come dicevano quelli, temporibus illis). Oggi era la giornata buona. Oggi ero ispirato. Oggi avrei scritto un gran post. Uno come ne scrivevo una volta. Anzi, uno come non ne ho mai scritti. Anzi, uno come non ne sono mai stati scritti. Un post che avrebbe lasciato il segno, un post che avrebbe fatto la storia. I posteri avrebbero parlato di questo post, e non solo per assonanza con loro medesimi. Oggi era la volta buona. Oggi sì. Senonché...

Oggi sciopero, sissignori. Altro che.

mercoledì 8 luglio 2009

Comunicazione di servizio

No, perché magari voialtri che non ci siete in mezzo non lo sapete. Probabilmente voi avete sentito quello che se ne dice in giro, avete preso per buone le verità della televisione (eppure lo sapevate...) e pensate che sia tutto a posto, che funzioni tutto o quasi. E con una probabilità solo lievemente inferiore non ve ne frega neanche granché. Però io ve lo dico lo stesso. Io non so cos'è successo realmente con la rumenta di Napoli, col terremoto dell'Aquila e con tutte le altre emergenze che qualcuno sostiene di aver risolto: magari là è tutto a posto, glielo auguro, ma qua molto semplicemente

non è a posto una sega.
Qua continuano a sopprimere treni a caso, oggi questo domani quello dopodomani entrambi, e, quel che è peggio, non lo dicono. Quelli che non sopprimono sono in ritardo, le coincidenze invece chissà perché spaccano sempre il secondo. E naturalmente hanno tolto anche gli autobus sostitutivi: se è tutto a posto non servono, no?
Certo, è successo un gran casino, nessuno lo nega. E, per carità, a noi che possiamo raccontarla ci è andata di lusso. Ci mancherebbe. E comunque nessuno si aspettava che dopo un giorno fosse di nuovo tutto a posto, ovvio, ci vuole tempo: tutto sacrosanto. Però cazzo ditelo. Non venite a dire che è quasi tutto quasi regolare. E se sopprimete un treno, perché vi tocca sopprimerlo, ditelo prima, non dopo. Ditelo chiaro, questo treno c'è, quello no, e uno si organizza. Se no, con buona pace del mio beneamato Responsabile Tecnico, anche questa settimana altro che straordinari. E a proposito, voi, cari lavoratori che avete fatto sciopero lunedì, aggiungendo casino al casino come se ce ne fosse stato bisogno, io capisco e appoggio voi e le vostre ragioni ma cavolo trovatevi un altro modo per farle valere, o almeno un altro momento. Perché se per tornare a casa dal lavoro ci devo mettere tre ore e mezza, poi può anche succedere che mi dimentico della mia unione ai lavoratori di tutto il mondo e scrivo post come questo. Per lo meno.

mercoledì 1 luglio 2009

Hamburgeresse flaggate

Breve ma significativo dialogo intercorso qualche tempo fa tra il sottoscritto e la gentile commessa palesemente extracomunitaria di un noto fast food:

Io: Un hamburger.
Lei: Una?
Io: Sì, uno.

Lì per lì non ci ho neanche pensato su, ma poi, appena arrivato a addentare il cetriolo (momento topico), di colpo mi sono chiesto: Ma chi l'ha detto che "hamburger" è maschile?
Intendiamoci, non è per far polemica né per cambiare il mondo, qualcuno ha stabilito che "hamburger" è maschile e io lo accetto. E poi, suvvia, obiettivamente l'hamburger è maschile, si vede anche a occhio nudo. Ma su qualche altra parola un legittimo dubbio potrebbe benissimo sorgere.
Ad esempio, non molti giorni fa in ufficio è nata e si è sviluppata oltre lo stretto necessario una fervida discussione che aveva come argomento fondamentale il seguente interrogativo amletico: scrivere "il flag" o scrivere "la flag"? Risolutivo in merito è stato il parere degli ignoti autori di un noto sito, ma converrete che il dubbio è più che giustificato: se la traduzione letterale italiana di un termine straniero è femminile, perché mai (se non per vile abitudine o peggio per un diktat imposto da una qualche autoproclamata autorità) il termine stesso dev'essere maschile?
Chi è che stabilisce che una tal parola che un bel giorno suo malgrado entra nel patrio vocabolario debba per forza e per sempre e per chiunque essere maschile o essere femminile? Sarà una persona sola o una commissione appositamente nominata? Se, com'è auspicabile visto il rilievo della questione, sono in diversi a decidere, m'immagino le riunioni interminabili, le discussioni, i faldoni di documenti portati da ognuna delle parti a sostegno della propria tesi, i ricorsi, gli appelli, i reciproci insulti, le risse... Finché, dopo una lunga serie di fumate nere, esce uno sfinito portavoce della fazione vincitrice che annuncia a giornalisti e curiosi vari: Signore e signori, "hamburger" è maschile.
E tutti se ne tornano a casa contenti.

giovedì 25 giugno 2009

Permettete una riflessione?

Benissimo. Allora, se tanto mi dà tanto, permetterete senz'altro anche una rifrazione. E anche più d'una, già che ci siamo. E allora eccovele qua:

In memoria di un bar onesto. Che, proprio perché era tale, ha chiuso.

venerdì 19 giugno 2009

Il dibattito è aperto

Ma secondo voi, voi che ve ne intendete, voi che avete studiato, voi che siete persone dotate di una cultura non ordinaria, di un gusto sopraffino e di una profondità di analisi invidiabile,

ma secondo voi, dicevo, che cosa avrà voluto dirci l'Artista con questa fotografia? quale messaggio avrà voluto trasmetterci? quale insegnamento avrà voluto indicarci? quale visione del mondo avrà voluto prospettarci? quali emozioni avrà voluto scatenare nel profondo dei nostri animi? quali sentimenti avrà voluto risvegliare nei nostri cuori e/o nelle nostre menti? quali sensazioni avrà desiderato che provassimo, noi con lui, lui con noi?
Ma soprattutto, perché?
Suvvia, stimato uditorio, dite la vostra.
A nome dell'Artista si ringrazia chi ha fornito l'apparecchio, l'opera e l'occasione.

sabato 13 giugno 2009

Tra un batuffolo e l'altro

Peccato che non ho più tempo. Oddio, a essere onesti negli ultimi tempi non è neanche solo questione di tempo. È anche che non ne ho nemmeno quella gran voglia. Cos'è successo? A me niente, è quello il problema. Non direttamente, almeno. Qualcosa di riflesso, niente di più. Niente di male, è vero, ma neanche niente di particolarmente bene. Passa il tempo, ma è tutta tara, tutto imballaggio. Che detta così ha anche un senso, ci sono decine di giorni normali che fanno da imballaggio a pochi giorni speciali sparsi qua è là come granelli di pepe in una balla di cotone (come diceva quello), li preservano e li rendono effettivamente speciali, ma qua la proporzione è andata un po' a puttane, il cotone ha preso brutalmente il sopravvento. E oltretutto, dicevo, tutto 'sto cotone non mi lascia neanche il tempo per scrivere post con dignitosa frequenza su questo sempre valido blog. Insomma, ve ne sarete accorti, ai miei tempi scrivevo decisamente più spesso. Erano sempre le solite cazzate, ovvio, ma almeno non c'era da aspettare una settimana tra una e l'altra. E dire che gli spunti non mancherebbero. Per dire, solo nell'ultima settimana e leggendo le notizie pubblicate su un solo sito, e anche tralasciando le questioni politico-elettorali, si scopre che:

  1. Nel 2048 non ci saranno più pesci, ma solo meduse, alghe e vermi (e quindi conviene fare una bella scorta di scatolette di tonno, fingendo di credere davvero che dentro alle scatolette di tonno ci sia ancora qualcosa di diverso da meduse, alghe eccetera).
  2. Hanno fatto il campionato mondiale dei programmatori, non mi hanno invitato, e così ha vinto un cinese.
  3. Hanno creato un elemento chimico nuovo, e qui bisogna dire che se ne sentiva la mancanza. Han preso un atomo di zinco, uno di piombo, li hanno incollati insieme o roba del genere, e gli è venuto fuori quest'aggeggione qua. Questo ha numero atomico 112, pesa 277 volte più dell'idrogeno, insomma è un bulaccone notevole. E ora devono dargli un nome. Personalmente trovo che "Gilio" gli stia benissimo, e gli dia anche quel tocco di grazia, di finezza, di leggiadria che in tutta onestà mi pare che gli manchi. Per sostenere la candidatura forse potete cliccare qui.
  4. Un tizio ha perso un occhio e allora ha pensato bene di sostituirlo con una telecamera, che trasmette all'esterno quello che vede lui. Così la prossima volta in treno quella che gli si siede di fronte ha la certezza assoluta che lui le sta guardando le tette, e non rimane col dubbio.
  5. Ma soprattutto, dice che nel 2008 c'erano 133 milioni di blog ma solo 7,4 milioni di questi erano stati aggiornati negli ultimi 3 mesi. Insomma, siamo rimasti in pochi, dice. Di conseguenza, ancora una volta sono in minoranza. È passata la moda, dice. Di conseguenza, ancora una volta sono fuori moda. Anche qua niente di nuovo, certo: ci sono abituato. Però in questo caso onestamente non posso dire che l'essere (come direbbe qualcuno) in un sottoinsieme mi dispiaccia. E quindi, come vedete, vado avanti.

sabato 6 giugno 2009

Biglietteria creativa

Perché magari poi uno pensa di aver visto tutto, e invece scopre sempre (quasi sempre) che non è vero.
Gli eventi a sostegno di questa affermazione non mancano. Prendiamo un esempio a caso. Forza, proponete voi. Una cosa qualunque. La prima che vi viene in mente. Non siate timidi. Come? Non ho sentito. Potreste parlare un po' più forte? Come dice quel signore laggiù? I reni? E che ne so io dei reni? Ah, no, mi scusi, ho capito male: i treni. E va bene, come volete, per stavolta parliamo dei treni.
Effettivamente sui treni un minimo d'esperienza ce l'ho, sono diversi anni ormai che li uso, ed è sempre (quasi sempre) un piacere. Eppure riescono ancora a sorprendermi. E non parlo solo dei treni in sé e per sé, del materiale rotabile o delle rotaie, ma anche degli accessori. Tipo i biglietti. I biglietti dei treni. Sapevo che c'erano i biglietti fatti in biglietteria, quelli piccini fatti dalla macchinetta, quelli a fasce chilometriche... Ho scoperto che ci sono anche i biglietti componibili.
Guardate qua:

E anche qua, già che ci siete:

Chiaro il concetto, no? Uno prende un biglietto vuoto, ci scrive "con penna ad inchiostro indelebile" (guai alle Replay, furbastri) partenza e destinazione, calcola la distanza e il conseguente prezzo, incolla di qua e di là gli appositi tagliandi fino al raggiungimento dell'importo prestabilito, li convalida tutti (!) mediante le apposite obliteratrici e, se non ha ancora perso il treno, parte. Altrimenti resta lì a rimirare il puzzle che ha appena finito di comporre, aspettando che trascorrano le 6 ore dalla convalida, grato alla vita di avergli regalato una sorpresa anche oggi.

sabato 30 maggio 2009

Grafemi a caso

Ero qua a leggere questo post qua, che è uno di quei post che avrei voluto scrivere io anche un po' meno bene, e già che ci sono coglierei l'occasione per consigliarvi la lettura di tutto il blog da cui il medesimo è tratto, denso di spunti interessanti in confezioni non banali, mica come 'sta robaccia qui.
E insomma, ero a leggere e pensavo che in effetti anche alle mie latitudini funziona proprio così, che lo spezzino si stempera nel sarzanese prendendo un po' d'aria pura dalle colline della bassa Lunigiana, poi, beh, oltre c'è il carrarino, ma quello fa storia a sé, e non serve scomodare Tito Livio per rendersene conto. In ogni caso nell'andamento dei dialetti c'è storia e geografia, spazio e tempo, ma la funzione dialetto(x, y, z, t) è continua lungo tutte le direzioni spaziotemporali, i dialetti si dissolvono l'uno nell'altro, non ce ne sono di salti bruschi. I salti ci sono per le lingue ufficiali, standardizzate, artificiose, quelle della televisione appunto. Alla televisione tedesca parlano in tedesco, pochi cazzi. Ma sul territorio, sul campo, un tale andamento costante a tratti con discontinuità così nette te lo scordi. Nel parlato.
Ma nello scritto? Non parlo di ciò che uno scrive, ma proprio dei mezzi, dei segni, che usa per scriverlo. E lì la questione cambia, uno scrive coi caratteri normali, questi qua, latini o come si chiamano; un altro usa i suoi ideogrammi; uno usa quei segni arabi, un altro quelli ebraici; però quelli sono. Si sceglie un insieme di simboli e poi si compongono le parole pescando sempre da lì, non è che si mischiano. Se vai un po' più in là, a un certo punto passi un confine e da lì in poi si usano degli altri segni. C'è da dire che quei segni lì sono adatti a rappresentare la lingua di plastica di cui sopra, coi dialetti cannano brutalmente (provate a scrivere messciua e poi rileggetelo) e degli accenti non ne parliamo. Ma insomma qui le lettere sono quelle, là sono quelle altre. Nello spazio.
Ma nel tempo? Lì l'evoluzione c'è, ed è graduale, mi pare. Prendi uno di quei libroni medievali e non riconosci neanche che son lettere. Poi inizia la stampa e lì, per ovvie ragioni, si standardizza il tutto, ma mica più di tanto. Prendi un vecchio libro e ci trovi quelle s che sembrano degli integrali, e ci trovi le i col tettuccio sopra e le j tra 2 vocali; poi pian piano, con continuità, si estinguono. E lo stesso immagino sia avvenuto e stia avvenendo col giapponese, per dire, anche se non ne so neanche una sillaba. Non so chi è che decide tutto, non io, ma pian piano succede, gli alfabeti cambiano. E gli stili pure: stiamo liberandoci dalla dittatura del Times New Roman ma ci siamo ancora dentro, poco da fare.
Come che sia, millenni di evoluzione continua hanno portato fin qui. A questi segni qui. Che uso per scrivere dei post come questo. Fate un po' voi.

sabato 23 maggio 2009

Ao'

Ieri ho utilizzato 30000 dei punti Cartaviaggio accumulati durante l'anno per portare la mia nuova macchinetta fotografica fino a Roma. E quindi oggi volevo mostrare anche a voi stimati lettori la meta della mia gitarella, con un'immagine che riassumesse in sé tutte le mille e mille meraviglie storiche e culturali di cui è ricca la Città Eterna.
Contenti?

sabato 16 maggio 2009

Vi informo che...

...ho comprato la macchina fotografica.
E quindi la uso.

Così.

domenica 10 maggio 2009

Scusi, ha mica visto un BU22HWX?

Ieri mi è arrivata la valigia. No, non è che ho comprato su eBay una valigia usata comprensiva di cadavere, semplicemente mi è arrivata la mia valigia. Me l'ha riportata il simpatico corriere pisano che avevo già avuto modo di conoscere poche settimane fa. E sì perché, nonostante non mi si possa certo definire un frequent flyer, negli ultimi tempi ho avuto modo di prendere qualche aereo, tutti voletti da meno di un'ora ciascuno, diciamo che più che miglia ho accumulato piedi, ma con una particolarità: negli ultimi 3 viaggi mi hanno perso la valigia per 3 volte. La prima volta le hanno fatto vedere anche un po' di mondo, l'hanno portata fino a Cagliari Elmas. L'ultima volta conteneva anche i generi di prima necessità che avevo dovuto ricomprare a causa del secondo smarrimento. Insomma, per farla breve, un casino.
Tutto ciò per dire che cosa? Questo: che non ho mai sentito di nessuno a cui abbiano perso la valigia in treno. Onore al treno, quindi. E milioni di altri post sui treni, quanto meno per riconoscenza. Si inizia con questo.

mercoledì 29 aprile 2009

Leggi legali

AVVISO AI VIAGGIATORI
Chi viaggia sui treni senza biglietto o con il biglietto non convalidato incorre in una multa di importo minimo di 50 € o, nelle regioni dove prevista, di importo minimo a norma di legge.
Questo, testualmente, il contenuto della parte iniziale ed essenziale di un cartello comparso, negli ultimi tempi, nei vestiboli di numerosi convogli tra quelli che percorrono ogni giorno le nostre benemerite strade ferrate. Ma ciò che in questa sede interessa, per una volta, non è tanto la mera questione ferroviaria quanto piuttosto l'ultima parte del messaggio. Cosa dice? Dice che se tu violi la legge non acquistando o non convalidando il biglietto loro ti fanno sì una multa, ma te la fanno a norma di legge.
Qui, proprio qui cari signori, qui nel miasmatico vestibolo di un barcollante treno regionale, siamo di fronte ad una brillante applicazione pratica del caro vecchio principio di legalità. Ebbene sì, nientepopodimenoché. Qui si afferma che il controllore non può stabilire ad personam l'importo della multa, neanche dietro corresponsione di favori sessuali di qualsivoglia natura (siete avvertiti), ma deve attenersi strettamente alle norme in vigore in quel momento in quel luogo. Altrimenti infrange la legge, andando incontro a sua volta a sanzioni che si auspica siano stabilite per legge (in caso contrario si entra in un cul de sac, che non è mai piacevole).
Poi, essendo il treno un mezzo che per sua natura si suppone in moto da un luogo all'altro, si potrebbe discutere sulla reale applicabilità di una norma basata sulla regione in cui ci si trova al momento del controllo, o più efficacemente, alla vista del controllore, si potrebbe valutare se sia conveniente pagare subito la multa o temporeggiare finché il treno non varchi il confine di una regione meno esosa. Non senza notare che comunque la norma non stabilisce limiti superiori all'importo della multa, demandando tale potere alla funzione giurisdizionale incarnata dal controllore. Di conseguenza, forse non è il caso di farlo incazzare fingendo di cercare il biglietto fino in Molise. Pensateci.

mercoledì 22 aprile 2009

Sette&Trenta

In questi giorni ho fatto il 730. Non è che abbia granché da dichiarare e ciononostante suppongo che mi arresteranno 10 minuti dopo che l'avrò presentato, perché chissà cosa ci ho scritto in quel 730, ma non è questo il punto. E' che fare il 730 mi piace. Mi dà soddisfazione. Non che mi diverto a pagare le tasse, intendiamoci, però mi piace proprio la fase di compilazione del modello. Perché nel modello 730 c'è tutto. Tutte le entrate e tutte le uscite che uno (uno normale) può avere, lì ci sono. Ordinate, incasellate, precise. In 4 paginette c'è un posto per ogni cosa e ogni cosa va al suo posto. Certo, per riempire quelle 4 paginette ci sono 84 pagine di istruzioni, ma seguendole correttamente tutto torna. Ci sono i quadri e dentro i quadri i righi e dentro i righi le colonne e le caselle e i riquadri e i campi... C'è il posto per scrivere quanto hai preso e quanto hai dato e quanto hai dato in meno e quanto hai preso in più e viceversa e non solo, e tutto già predisposto. C'è un ordine superiore che si manifesta nel 730.
E poi combacia tutto. Non solo nei riferimenti interni al 730 stesso ma anche nei punti dove si rimanda a altri moduli. Ad esempio, tu leggi nelle istruzioni "Indicare nella colonna 2 l'importo risultante dal punto 77 del CUD 2009 ovvero, in presenza di più CUD, la somma degli importi indicati nei punti 77 dei CUD 2009 per i quali risulta compilato anche il punto 78". Ebbene, tu lo leggi e, reso scettico da quel minimo di esperienza sulle cose della vita che hai accumulato fino a quel giorno, controlli il CUD pronto a non trovare alcuna traccia di un qualunque punto 77. E invece no, il punto 77 c'è e contiene un numero che, anche a logica, potrebbe entrare proprio nella colonna 2 che stai compilando. E allora, con la gioia negli occhi e la pace nel cuore, ricopi il contenuto del punto 77 nella colonna 2 (arrotondandolo opportunamente), sorridi e passi oltre. Alla fine due belle firmettine per destinare l'otto e il cinque per mille ai meno peggio, una leccata alla relativa busta (unico vero difetto del 730: la colla della busta ha un sapore pessimo. Ma glielo perdoniamo), e anche per quest'anno il mio dovere di contribuente l'ho finito. Purtroppo.

giovedì 16 aprile 2009

Camaiore Lido - Capezzano

Già ci passo un sacco di tempo, in treno. Un po' perché la tratta non è breve e un po' perché i posti in cui fermarsi non sono pochi. Ma sulla distanza da percorrere c'è poco da discutere, quella è, e d'altra parte, via, in certe stazioni non si può non fermare. Certo, si potrebbe almeno evitare di peggiorare ulteriormente la situazione. E invece.
E invece da Pasqua hanno deciso di cambiare gli orari, hanno messo tanti bei trenini, tutti allo stesso minuto, una meraviglia. E però si sono fatti un po' prendere la mano. E il treno che prendo io al mattino (e al mattino presto), che già era stato anticipato di 4 minuti a dicembre, l'hanno ulteriormente anticipato di altri 3. E sono quei 3 minuti che possono fare (e spesso faranno) la differenza tra prenderlo e perderlo. Ma almeno, direte, si arriverà 3 minuti prima. E invece no. Si parte 3 minuti prima per fare una fermata in più. E dove? A Camaiore Lido - Capezzano.
Ora, se non siete di queste parti probabilmente non conoscete la stazione di Camaiore Lido - Capezzano. In realtà anche se siete di queste parti forse avrete la fortuna di non conoscerla. Non vi perdete molto, credetemi. Sono due binari immersi nel nulla, sotto un cavalcavia, con una costruzione sigillata a fianco. Qualche casetta di qua e di là, ma nulla che giustifichi una stazione. In effetti più che di stazione si dovrebbe parlare di fermata, ma non è questo il punto. A parte i tecnicismi, resta il fatto che a Camaiore Lido - Capezzano saliranno e scenderanno sì e no 15 persone al giorno, compresi i capitreno (o capotreni? boh) che devono controllare che tutta la gente che doveva scendere sia scesa e quella che doveva salire sia salita. Un compito non impossibile, a Camaiore Lido - Capezzano, tuttaltro.
E io mi devo svegliare 3 minuti prima, o meglio rischiare di perdere il treno, per far scendere e risalire il controllore (e tipicamente solo lui) a Camaiore Lido - Capezzano? E no, cavolo, non è giusto. Niente contro gli abitanti di Camaiore Lido né contro quelli di Capezzano, per carità, loro hanno tutto il diritto di chiedere che i treni fermino nella loro stazioncina. Ma ci dev'essere anche un'autorità superiore che dice no, caro abitante di Camaiore Lido - Capezzano, tu ti fai 4 chilometri e il trenino lo vai a prendere a Viareggio, perché non si può far fermare i treni sotto casa di chiunque.
E' che questa autorità superiore probabilmente abita a Camaiore Lido e/o a Capezzano, e così si spiega tutto. E quindi, in mancanza di una sollevazione popolare, o almeno di un referendum abrogativo della stazione di Camaiore Lido - Capezzano, che mi vedrebbe tra i primi firmatari, lasciatemi almeno il sacrosanto diritto di mugugno.

venerdì 10 aprile 2009

In un giorno d'ottobre, in terra boliviana

Evento n. 1. Stamattina a colazione ho mangiato una fetta di panettone (la penultima della scorta, per l'esattezza: domani l'ultima, e si noti la precisione).
Evento n. 2. Oggi a pranzo ho mangiato una fetta di colomba (la prima dell'anno, per l'esattezza: ma solo per l'esattezza).
E niente, partendo dalla coincidenza temporale tra questi due eventi e avendone voglia e sapendoci un po' fare credo che si potrebbe scrivere un bel post. Un post sul tempo e sui suoi passaggi, sulla sua ciclica linearità, sulla sua esistenza, natura e misura, sulla simultaneità, volendo anche sulla relatività. Un post sulle stagioni, appunto.
Oppure, volendo volare lievemente più bassi, un post sulle feste comandate e sui loro simboli e significati pagani, sulla necessità dei riti, sulle convenzioni sociali, sulla standardizzazione dei prodotti dolciari da forno a lievitazione naturale e soprattutto del loro unico impasto.
Un post di un certo livello, in ogni caso. Ma, come ormai ampiamente dimostrato, non è questo il luogo adatto per un tale post. E quindi vi beccate questo qua. Brutto, inutile e con un titolo che non c'entra niente. Così imparate.

domenica 5 aprile 2009

Standardizzazione mancata

Ormai forse è tardi, ormai non c'è più niente da fare, ormai è andata così e così sarà per sempre. Non resta che rassegnarsi. Però dispiace. Perché sarebbe bastato così poco, allora. Certo, bisognava pensarci per tempo. Bisognava individuare il problema prima che si manifestasse in tutta la sua irreversibile evidenza. Non era facile, lo so, ma si poteva fare. Bastava parlarsi, mettersi d'accordo, sedersi intorno a un tavolo e arrivare a una conclusione condivisa. In questo caso forse una soluzione di compromesso non sarebbe stata accettabile, no, questa era una di quelle situazioni in cui o si sta di qua o si sta di là: però sono convinto che a quel tempo con un po' di buona volontà ci se la potesse fare.
Si prendeva un bel tavolo, qualche sedia comoda, bottiglie d'acqua in abbondanza, e si mettevano da una parte i produttori di telecomandi e telefoni e dall'altra i produttori di calcolatrici e tastiere. Due contro due. Si stabilivano le regole, tipo che l'ultimo che rimane in piedi vince, come si fa tra persone civili. E attorno a quel tavolo si decideva una volta per tutte se i numeri andavano scritti dappertutto come sui telecomandi e sui telefoni, ovvero
1 2 3
4 5 6
7 8 9
o se andavano scritti dappertutto come sulle calcolatrici e sui tastierini numerici delle tastiere, ovvero
7 8 9
4 5 6
1 2 3
E una volta presa una decisione però non se ne discuteva più, tutti si adeguavano, e gli utenti erano felici. I numeri sarebbero stati scritti tutti nello stesso modo, in tutti gli apparecchi di tutto il mondo. E invece no. Non se ne è fatto niente. Si è persa un'occasione storica di dialogo tra fazioni differenti. Si è persa un'opportunità difficilmente replicabile per unificare due visioni del mondo radicalmente antitetiche. E ora, e probabilmente per sempre, i telecomandi e i telefoni avranno i tasti messi al contrario delle calcolatrici e dei tastierini numerici. Solo perché quei signori quel giorno non si sono seduti attorno a quel tavolo. Bella roba.

sabato 28 marzo 2009

Sono un coglione.

Ho appena finito di guardare Shining. Ce l'avevo lì pronto da un po' e non l'avevo mai visto, non senza qualche buona ragione. Oggi, dato che è brutto tempo, mi son detto "quasi quasi mi guardo un film", e poi mi sono aggiunto "e già che ci sono quasi quasi attingo alla produzione del Genio", e così ho fatto. Gran bel film, intendiamoci, il Genio è sempre lui: ma non ci voleva. Sono uno sensibile, sapete. E già dormo poco per banali questioni di orari, ci mancano anche gli horror. E mi voglio vedere la prossima volta che mi ritrovo in un qualunque corridoio di un qualunque albergo. E di gemelle per un po' non ne voglio sapere, fossero anche le Kessler. E per scegliere il prossimo film altro che registi, si va in ordine alfabetico, ve lo dico io. E dopo Shining cosa c'è? Shrek terzo. Manco a farlo apposta.

mercoledì 11 marzo 2009

Chimmi pigghi, puu culu?

Alcuni/e dei/lle miei/e più affezionati/e e attenti/e lettori/rici sostengono che su questo blog la percentuale di post aventi come argomento, o comunque pretesto, il treno o in generale il vasto settore del trasporto pubblico su ferro sia divenuta negli ultimi tempi un po' troppo elevata. Trattasi di critica accettabile e a prima vista condivisibile: ma ditemi voi come si fa a non scriverne. Il treno, la ferrovia, le Ferrovie (quelle dello Stato, Ferrovie per antonomasia) costituiscono una ricchissima miniera di argomenti per post, quasi a ogni viaggio si potrebbe trovare un nuovo spunto di ispirazione, e se il mio gentile pubblico considerasse che faccio almeno 10 viaggi ogni settimana potrebbe facilmente calcolare il numero di post di argomento ferroviario che in realtà gli vengono risparmiati. Ma a volte proprio non si può.
Per esempio.
Oggi sono salito su una carrozza sottoposta di recente a blandi interventi di restyling. In particolare, le fodere in tessuto dei sedili, sia degli schienali che delle sedute, erano state da poco sostituite con altre belle nuove. E si vedeva. Da ognuna delle due sezioni in tessuto di ogni sedile fuoriusciva infatti una piccola etichetta bianca. Era proprio cucita alla stoffa, un po' come le normali etichette dei vestiti; senonché era rivolta verso l'esterno, in modo tale che tutti i passeggeri ne potessero leggere e apprezzare il contenuto. E qual era il messaggio scrupolosamente apposto su ciascuno di tali cartellini? Era il seguente:

ANTIBATTERICO
ANTIMACCHIA
Ora, a meno che tra il mio fedele e attento pubblico vi sia qualche alto dirigente delle Ferrovie, immagino che voi tutti conosciate i treni, e i treni regionali in particolare, e i loro sedili, e le disgustose condizioni igienico-estetiche in cui versa la maggior parte di essi. E costoro ci mettono delle etichette in cui certificano che quei sedili, pezzati più di mucche olandesi e contenenti un numero di esseri viventi per centimetro quadrato maggiore di quello presente in un ettaro di lussureggiante foresta pluviale, sono invece antibatterici e antimacchia. E lo ripetono in ogni elemento imbottito di ogni sedile, giacché, com'è noto, qualunque cosa ripetuta un numero sufficiente di volte diventa automaticamente vera.
E io non dovrei neanche scriverci un post sopra?

giovedì 5 marzo 2009

Meravigliosamensa

Anche alla mia ormai veneranda età la vita riesce ancora a riservarmi delle sorprese. Certe cose che non ritenevo possibili accadono invece di tanto in tanto inaspettatamente, lasciando in me un senso di fanciullesco stupore e di fremente attesa del prossimo episodio tale da farmi nuovamente provare una simile sensazione di meraviglia.
Ad esempio, proprio ieri.
Era l'ora di pranzo, mi trovavo in mensa, un'onesta ma comunissima mensa priva di qualsivoglia velleità culinaria, e mi apprestavo a scegliere la pietanza che avrebbe costituito il mio secondo. Di fronte a me, tra gli altri, un invitante vascone ricolmo di nutriente spezzatino con patate. Conservavo ancora ben impresso nella memoria quanto accadutomi due giorni prima, ovvero lo scorso lunedì: al cospetto di un analogo vascone di spezzatino al pomodoro ero stato avvertito dai miei solerti colleghi della sospetta somiglianza tra i succulenti bocconi che componevano il medesimo e gli appetitosi cubetti di carne che, opportunamente infilzati in un apposito stecco ligneo, erano stati serviti sotto forma di spiedini il giovedì della settimana precedente. Incurante dei loro saggi consigli avevo preso una porzione di quello spezzatino, salvo poi rendermi conto quando ormai era troppo tardi che ognuno di quei brandelli di carni animali presentava, al centro, un foro perfettamente compatibile con quello prodotto dallo stecco di uno spiedino. Non serviva un anatomopatologo per rendersene conto, una volta seduto al tavolo: ma a quel punto, come si suol dire, chi ha avuto ha avuto.
E così si arriva a ieri. All'invitante vascone ricolmo di nutriente spezzatino con patate. Questa volta, pensiamo io e i miei colleghi, non può essere lui. Questa volta è diverso. Deve. Non è possibile che oggi, mercoledì, ci sia lo stesso spezzatino di lunedì, ovvero gli stessi spiedini di venerdì. No, cribbio, non può essere.
Poteva, invece.

martedì 3 marzo 2009

Marciume

Retromarcia, prima, seconda, prima, seconda, terza, quarta, terza, quarta, quinta, quarta, quinta, terza, quarta, seconda.
Ci stavo riflettendo proprio stamattina: salvo (rari) casi di forza maggiore, tutti i giorni, tutte le mattine, nel viaggio di andata, metto le stesse marce negli stessi punti. O quasi. Sì, ci sarà qualche metro di differenza in base alle condizioni atmosferiche e al traffico, ma i punti dove si cambia sono più o meno quelli, e le marce che si mettono sono più o meno quelle, c'è poco da fare. Come su un circuito di Formula 1, ma con la Panda e alle 8 del mattino. Il viaggio di ritorno, sì, è un pochino più vario, ma l'andata la potrei quasi automatizzare.
E allora?, obietterete.
Niente, così, per dire.

Però non lo so mica se è tanto un bel lavoro.

martedì 24 febbraio 2009

Nel blu dipinto di...

Quest'oggi, in treno, mi sono seduto in una carrozza di quelle con i seggiolini interamente rivestiti di stoffa blu, poggiatesta compresi. Avete presente? Ecco, quelle lì. No, perché come saprete a volte i poggiatesta li fanno di un materiale diverso da quello del resto del seggiolino, tipicamente gomma, spesso nera; invece quelli lì erano blu e di stoffa.
E niente, mi chiedevo se fare i poggiatesta di stoffa blu anziché di gomma potesse avere una sua utilità. Sì perché è evidente che la gomma è molto più igienica, volendo si disinfetta in un attimo; sfoderare un seggiolino di un treno, lavare il rivestimento in lavatrice a 90° e magari scoprire che si è ristretto e va bene per i trenini Rivarossi non è piacevole. Eppure li fanno di stoffa, anche i poggiatesta. E allora, già che ci sono, usiamoli.
In effetti probabilmente, senza troppa fatica, si potrebbe dedurre una statistica sul tasso di utilizzo dei diversi posti di una carrozza basandosi unicamente sul colore dei poggiatesta.
Assumendo che la pulizia delle teste dei passeggeri sia una variabile casuale con distribuzione uniforme, ovvero indipendente dal posto che essi occupano (ipotesi accettabile, mi pare), si deduce che più il colore di un poggiatesta tende al marrone e più quel posto è gettonato. Un poggiatesta di colore simile all'originale blu indica d'altronde un posto snobbato dalla maggioranza dei viaggiatori. Facile, no? Facile e affidabile.
Poi, non so a cosa potrebbe servire una statistica del genere, ma ne fanno mai tante, le Ferrovie, di cose inutili... Bisogna che la propongo, magari apprezzano e mi regalano una traversina.

lunedì 16 febbraio 2009

Non solo post e...

Parlando in assoluto, non è che i viareggini siano proprio la razza che preferisco, non fosse altro per quanto se la menano con quel benedetto carnevale; ma in tutta onestà qualcosa di positivo bisogna riconoscerglielo. Qualcosa di buono riescono a produrlo persino loro. A Viareggio, per esempio, prima di arrivare alla stazione, sul lato destro della ferrovia c'è un ipermercato. E fin qui nulla di eccezionale, anzi. Di ipermercati è pieno il mondo, non c'è certo bisogno di andare fino a Viareggio per trovarne uno. Solo che quell'ipermercato, quello di Viareggio, ha una particolarità. Quell'ipermercato è l'unico ipermercato che io abbia mai visto che si chiama proprio così: Ipermercato. C'è proprio l'insegna, bella grossa, con scritto IPERMERCATO, e dopo un'attenta analisi compiuta in prima persona qualche tempo fa sono in grado di confermarvelo: trattasi proprio di un ipermercato.
E niente, mi sembra una manifestazione di grande onestà intellettuale chiamare Ipermercato un ipermercato. Sarebbe come chiamare Panificio un panificio, o Verduraio un verduraio. Semplice, lineare, chiaro, diretto, onesto, sincero. Invece spesso capita di trovare, sui negozi delle nostre città, insegne assai meno veritiere e più enigmatiche, quando non ipocrite.
Ad esempio: Non solo pane. Va bene, non vendi solo pane, ne prendo atto e me ne compiaccio, ma potrei, di grazia, sapere cos'altro vendi? Pizza, focaccia, farinata, panigacci, taralli al sesamo, tulipani, cosa? Tu scrivilo e poi io, se voglio, entro e compro. O entro e rubo, se mi va. Ma se non so cosa c'è dentro non entro, punto.
Oppure: Frutta, verdura e..., coi puntini. Ora, io capisco che il neon sia un gas nobile e perciò prezioso, ma perdinci pensaci prima di progettare l'insegna, non a metà! O se hai esaurito il budget proprio quando sei arrivato alla e, dammi retta, butta via i puntini, sposta quella cazzo di e, e scrivi un banale ma veritiero Frutta e verdura, che tanto la gente che ha da comprare i cavolfiori viene lo stesso da te, con o senza puntini. Quintali di ricerche di mercato lo dimostrano senza ombra di dubbio. E anche se un giorno ti capiterà di vendere funghi nessuno ti farà notare l'incongruenza. Promesso.

sabato 7 febbraio 2009

UNI EN 13450:2003 - Aggregati per massicciate per ferrovie

Per non perdere l'abitudine, anche domenica scorsa, di mattina presto, sono andato alla stazione e ho preso il treno. Domenica, però, ne ho preso un altro. Anziché quello che parte dal binario 2, ho preso quello sul binario 3. E in effetti non è la stessissima cosa.
Comunque, ho preso il treno, ho chiesto se un posto che era libero era davvero libero ("E libero di fare cosa?", volevo chiedere: ma mi sa che su questo ci scriverò un altro post), dicevo, mi sono seduto e sono andato. La linea che quel treno percorreva era (ed è) costellata di gallerie. Gallerie lunghe, corte, in rettilineo, in curva, a binario semplice, a binario doppio, di pietra, di cemento... gallerie per tutti i gusti, insomma. Poco prima di una di queste, il tizio che era seduto di fronte a me, che già da diverso tempo dava segni di nervosismo, si alza e si dirige verso l'estremità della carrozza. Lui entra in bagno, e dopo un po' il treno entra in galleria. Una galleria lunghetta, la più lunga di tutta la linea, roba di circa 8 chilometri. Insomma, appena dopo la fine della galleria (saranno passati 10 minuti), il tizio esce dal bagno e torna a sedermisi davanti, tranquillo e soddisfatto.
Ora, tutti sanno che è severamente vietato usare il bagno del treno durante le fermate nelle stazioni, per palesi motivi igienici, nonché visivi e olfattivi, riguardanti i passeggeri che, in quella stazione, attenderanno i treni successivi. Ma in fondo in stazione ci piove, e l'acqua, si sa, pian piano lava. Poi ci sono milioni di microrganismi vegetali e animali che, nutrendosi dei prodotti di scarto di altri esseri viventi tra cui gli umani, provvedono a loro insaputa a ripulire il binario e a mantenere in movimento la catena alimentare. Basta dargli tempo.
Sì, ma in galleria?
In galleria non ci piove, e su questo non ci piove (scusate...). In galleria non ci arriva neanche il sole. Dubito quindi che nel bel mezzo di una galleria di 8 km ci sia tutto quel pullulio di forme di vita disposte a biodegradare i nostri escrementi.
E allora?
E allora resteranno semplicemente lì. Dopo un po' seccheranno, perché di aria in galleria ce ne transita parecchia, ma resteranno dove il Caso ha voluto che cadessero. Mimetizzandosi coi sassi che formano la massicciata (ballast si dovrebbero chiamare, in gergo).
Ora, quella galleria ha più di un secolo di vita. In un secolo chissà quanti treni ci sono passati, con chissà quanti passeggeri. Chissà quanti di essi avranno fatto uso del bagno e non solo per rapide questioni, diciamo, idrauliche ma per qualcosa di più solido. In sostanza, chissà quanti dei sassi di quel ballast non saranno esattamente dei veri e propri sassi. E c'è di più. Sono convinto che dall'analisi di quei reperti un archeologo di un certo livello potrebbe ricavare un monte di utili informazioni sulle abitudini alimentari dei viaggiatori nelle varie epoche. Basterebbe entrare in galleria a piedi, accovacciarsi tra una rotaia e l'altra e mettersi a cercare. Se poi passa un treno nessun problema. Basta sdraiarsi a terra e lasciarselo passare sopra. Sperando che nessun passeggero di quel treno faccia uso del bagno proprio in corrispondenza dell'archeologo. Mica per altro, si perderebbe per sempre un reperto preziosissimo.

martedì 3 febbraio 2009

Pi Esse

Sapevo - l'ho sempre saputo - che i lettori di questo blog, per il fatto stesso di essere tali, avevano un qualcosa in più, non erano gente qualunque come può essere un qualunque lettore di un qualunque blog di un qualunque Internet ma erano su un altro livello, quasi una razza a parte, degli eletti o roba del genere. Lo so, ne sono sempre stato fermamente convinto, ma ogni tanto può anche essere utile ricevere conferme pratiche alle proprie ferme convinzioni.

E l'ho avuta, la conferma. Altroché.
Come senz'altro ricorderete (o no?), nel precedente post si discettava in merito ai vantaggi di un eventuale sistema di numerazione del denaro contante che prevedesse l'uso di tagli che iniziano col 3. Ebbene, guardate un po' cosa non ho ricevuto da uno di voi esimi lettori, un artista contemporaneo di eccelso livello che per qualche sua strana ragione (son strani, 'sti geni) preferisce l'anonimato:

Non ho parole. Per fortuna.

sabato 31 gennaio 2009

Falso come una banconota da 3 euro? Non più.

Ci sono gli euro, no? Pochi ma ci sono. Bene. E di euro ce ne sono di tanti tipi, mica ce n'è uno solo. Ci sono quelli da 1 centesimo, 2 centesimi, 5 centesimi, 10 centesimi, 20 centesimi, 50 centesimi, e così via. Mi hanno raccontato che esistono anche i 100 euro, i 200 euro e i 500 euro, e mi fido.
Ma non è questo il punto. Non è il caso di dare la colpa all'euro, stavolta. Un tempo c'erano le lire, e anche allora c'erano le 100, le 200, le 500, le 1000, le 2000, le 5000 eccetera.
Insomma, passano gli anni ma i soldi, quei pochi che ci sono, iniziano sempre con l'1, col 2 e col 5. Tutti.
Ma perché?
E' evidente che la distribuzione sarebbe meno irregolare se esistessero quelli che iniziano col 3 anziché quelli col 2. Qualunque matematico professionista (se leggesse questo blog) saprebbe confermarvelo mediante rigorose dimostrazioni, ma anch'io, nel mio piccolo, ci arrivo. Cioè, si vede anche a occhio nudo che il tutto sarebbe assai più regolare se ci fossero i pezzi da 1, quelli da 2 no, da 3 sì, da 4 no e da 5 sì. E così via: 10 sì, 20 no, 30 sì... Tutto molto armonico.
E invece no: ci sono quelli col 2, che sono subito lì vicino a quelli con l'1, e non quelli col 3. Almeno, per par condicio, ci fossero anche quelli col 4. Neanche a parlarne.
Mica giusto.
Bisogna farci qualcosa. Quasi quasi vado, compro una cartuccia nuova e mi metto a stampare le banconote da 3 euro. Nel frattempo si accettano suggerimenti per le immagini da mettere sulla nuova banconota. Sul lato B, è noto, ci vuole un ponte, e pensavo di cavarmela con la famosa passerella della stazione di Sarzana, che chi non è pratico può vedere mirabilmente ritratta qua accanto in tutto il suo splendore; ma sul lato A?

domenica 25 gennaio 2009

La storia NON ci racconta come finì la corsa

Attenzione: treno in transito al binario secondo tronco ovest. Allontanarsi dalla linea gialla.
Attention please: there will be a train in transit at platform two west.
Queste sono le testuali parole che l'altra sera ho udito pronunciare, con perfetta cadenza, dalla suadente vocina femminile sintetizzata proveniente dagli altoparlanti della stazione di Pisa centrale. Essendo già comodamente seduto su un altro treno fermo su un altro binario non ho seguito il precetto espresso con gentile fermezza dalla giovine, bensì, complice il lieve abbiocco conseguente all'ora tarda, ho cominciato a riflettere. A riflettere su quel treno. Un treno in transito. Ma in transito su un binario tronco. Cavolo. Chissà dove sarà andato, quel treno, dopo essere transitato su quel binario. Perché, è noto, un binario tronco è tronco, pochi discorsi. Finisce lì. O almeno, così sembra a prima vista. Ma chissà. In realtà magari anche un binario tronco conduce da qualche parte. Magari porta anche lontano. Magari più lontano di un binario comune, e più presto. Transitare su un binario tronco, velocemente, senza fermarsi alla vista del paraurti posto al termine dello stesso, potrebbe portare a dimensioni parallele e sconosciute. Basterebbe avere fiducia. Magari, se la velocità del treno in transito è superiore alle 88 miglia orarie, giunto al termine del binario quel treno prosegue la sua corsa nel passato o nel futuro, come in quel tal film. Oppure, alla fine di quel binario tronco, quel treno viene teletrasportato con tutti i suoi passeggeri all'inizio di un altro binario tronco, in qualche altra stazione dove un'altra vocina gentile avrà tempestivamente avvertito gli ignari utenti di allontanarsi dalla linea gialla.
Chissà.
Fosse stato più presto, magari sarei sceso per vedere cosa succedeva. Invece sono rimasto seduto lì, le porte si sono chiuse e sono partito e sono arrivato, sempre rimanendo rinchiuso nel nostro vecchio caro spaziotempo. Per stavolta.

sabato 17 gennaio 2009

Lunga e diritta correva la strada (prima)

La situazione è nota a tutti: state guidando su uno stradone di periferia, largo, dritto, anonimo, deserto, noioso, con un limite di velocità messo lì apposta per essere superato anche da un Pandino col vento contrario. E all'improvviso, proprio mentre entrambe le vostre palpebre stanno simultaneamente cedendo all'abbiocco: TU-TUN! E d'improvviso scoprite che qualche previdente amministratore locale, probabilmente in combutta con qualche lungimirante produttore di ammortizzatori, preoccupato per la nostra incolumità un bel giorno ha piazzato in mezzo al suddetto stradone un bel rallentatore. Uno di quei piccoli dossi fatti di asfalto o di plastica, a bande gialle e nere. Quelli lì. Tutto a norma, per carità. Ma fastidioso alquanto.

Ma ancora una volta, come è avvenuto per il cambio al volante e mille altre diavolerie automobilistiche, la Formula 1 potrebbe comodamente venire in aiuto di tutti noi utenti della strada, sia guidatori che passeggeri. E come? Adesso ve lo spiego.
La velocità eccessiva crea problemi anche in Formula 1, perché magari dopo il rettilineo c'è una curva secca senza vie di fuga. Occorre obbligare i piloti a rallentare. Proprio come sulle nostre strade di tutti i giorni. Ciononostante, si è mai visto un rallentatore in Formula 1? No, per ora mai.
E cosa mettono in Formula 1 in mezzo ai lunghi e noiosi rettilinei per esortare i piloti a diminuire la velocità delle monoposto? Esatto, le chicane.
Ecco la soluzione: basterebbe piazzare una bella chicane al posto di ogni rallentatore. Facile.
Certo, le chicane realizzate esattamente come quelle di Formula 1 non funzionerebbero affatto: mancando i giudici di gara alcuni guidatori potrebbero essere tentati di tagliare di netto la chicane minandone così l'utilità. La soluzione più semplice ed efficace, a mio avviso, sarebbe di costruire, al posto delle classiche chicane rasoterra, fatte con dei semplici cordoli o peggio ancora con la vernice, due bei muraglioni di cemento armato saldamente collocati in mezzo alla sede stradale. Non ci vuole molto. Guardate, ho già buttato giù anche un progetto di massima:
Bello, eh?
In questo modo i guidatori non sarebbero tentati di commettere scorrettezze e sarebbero invogliati a limitare la velocità in maniera netta, senza se e senza ma. Altrimenti, fatti loro. E il viaggio risulterebbe di gran lunga più emozionante, per guidatore, passeggeri ed eventuali spettatori. Vantaggi per tutti. Soluzione definitiva.

domenica 11 gennaio 2009

Saluti da Sarzana


18 febbraio 1940 - 11 gennaio 1999

Ciao

martedì 6 gennaio 2009

Smells like teen Panda

Stamani, mattinata dedicata al lavaggio della Panda. Ci son stato due ore, perché se si fanno le cose si fanno per bene, e in realtà non l'ho neanche lavata tutta. In fondo lavare la carrozzeria sarebbe stato un insulto, visti tutti gli ettolitri d'acqua che le sono piovuti addosso negli ultimi mesi e quelli che le pioveranno addosso nei prossimi. Poi è anche una questione pratica, in fondo l'importante è che sia pulita dove mi siedo io, e io generalmente mi siedo dentro. Chi sta fuori che s'arrangi. Insomma, in sintesi:

  • ho aspirapolverato accuratamente il cruscotto e i sedili, davanti e dietro, fin negli anfratti più reconditi, nonché i tappetini;
  • ho pulito mediante spruzzino il cruscotto e alcune delle parti metalliche interne più a portata di mano (mica tutte...);
  • ho disinfettato a dovere il volante e la leva del cambio;
  • ho lavato dall'interno tutti i vetri, con particolare riguardo al parabrezza, nonostante sia un'operazione scomodissima e utile solo fimo alla prima volta che dovrò spannarlo col primo pezzo di robaccia che mi verrà sotto mano;
  • ho lavato tutti i vetri anche dall'esterno, giusto per non lasciare le cose a metà, dando una pulita anche a specchietto, fari e targa;
  • ho lavato il pavimento (uno dei mille vantaggi della Panda è che ha il fondo rivestito in gomma, basta uno straccio e torna nuovo anche se ci vomita il cane; se poi il cane non ci vomita, tanto meglio);
  • ho dato una passata sommaria anche al bagagliaio, più per innato egualitarismo che per altro.

Alla fine ho gonfiato le gomme (tutte e 5), e ho controllato l'acqua e l'olio.
Insomma, per una volta lasciatemelo dire: ho fatto proprio un bel lavoretto. Sembra quasi nuovo, ora, quel Pandino. Sì, ora potete pure venirmelo a rubare.

venerdì 2 gennaio 2009

Nuovo

So che la notizia vi creerà ben pochi turbamenti, ma vi comunico che questo è il primo post che scrivo col computer nuovo. Tastiera nuova, monitor nuovo, mouse nuovo. E' anche, evidentemente, il primo post del nuovo anno. Tutto molto nuovo.
Tutto?
No, non tutto. Qualcosa di non proprio nuovissimo c'è, ed è l'autore di questo post, cioè, per dirla in altre parole, sono io. Sono un po' meno nuovo dell'anno scorso, molto meno nuovo di qualche anno fa, e me ne sono accorto. Me ne sono accorto di recente, proprio a cavallo di Capodanno, quando si è trattato di dormire (o provare a farlo) sul pavimento per due notti. Forse sarà stata colpa del materassino cinese progettato per le dimensioni dei cinesi ma decisamente insufficiente a contenermi tutto intero, o forse avrà contribuito anche il piumone usa-e-getta malamente adattato a sacco a pelo, o il russamento pesante del peraltro gentilissimo padrone di casa, non so ma sta di fatto che finora nel 2009 ho dormito ben poco. Si vedrà. Buon anno. Nuovo.