sabato 25 dicembre 2010

Tanti auguri a tutti tranne

No, nonostante tutto non esporrò al pubblico ludibrio il nome di questo mio collega, se non altro perché è molto lungo (il nome, ma anche il collega); dirò solo che il cognome è femminile plurale, con tanto di articolo determinativo.
Ma perché dico ciò?
Allora. Questo mio collega ha la buona abitudine di mangiare leggero, a pranzo, in mensa. Abitudine buona (nell'ordine) per la sua salute psicofisica, per la sua produttività pomeridiana e perché così facendo può cedere le portate che non consuma (principalmente contorno, talvolta frutta) a chi ne ha più bisogno - nella fattispecie, al sottoscritto. Il quale sottoscritto, al fine di offrirgli un ringraziamento tangibile per la magnanimità dimostrata nel corso dei mesi scorsi, l'altro ieri, ultimo giorno di lavoro, ha pensato di portargli un piccolo ma significativo regalo. Un pensiero, come si diceva una volta. Un oggettino palesemente, dichiaratamente riciclato, così come ovviamente riciclate sono le porzioni di cibarie che egli è solito donare a chi scrive. Il quale non per questo ci sputa sopra, anzi. Ebbene, questo tal collega, senza neppure aprire il semplice pacchettino che conteneva l'onesto regalino che gli avevo portato, con gesto plateale, con sdegno e fragore l'ha lanciato nel cestino gettacarte del vicino di scrivania. Proprio così. Ha buttato via il mio regalo.
Ora, chi mi conosce anche solo di vista sa che non rappresento certo un esempio di bon ton e/o di savoir faire. E lo so anch'io. E, probabilmente sbagliando, reputo assai più importante la sostanza rispetto alla forma. Tutto vero. Però che diamine, qua siamo proprio alle basi. All'abicì del galateo. Alle fondamenta dei rapporti cosiddetti civili, dell'educazione, mi si lasci dire del rispetto. Un regalo, per quanto brutto possa essere (e, vi assicuro, non era questo il caso, prova ne sia che il proprietario del cestino l'ha prontamente recuperato, spacchettato e posto in opera), un regalo, lo so anch'io, non sui butta. Al massimo, in casi assolutamente eccezionali, si può chiedere di cambiarlo con un altro, ma si ringrazia e si accetta, cribbio. Altrimenti si rischia che il mittente, offeso, scriva un post per denunciare al mondo l'accaduto e ti escluda dagli auguri. Proprio com'è successo a lui.
A tutti gli altri - chi più chi meno - buon Natale!

lunedì 20 dicembre 2010

Operating Systems of a Certain Level

Già da diverso tempo, come noi tutti ben sappiamo, i nostri cari amici redmondiani (o redmondesi? boh) ci hanno fatto dono di una nuova versione del loro famoso sistema operativo, contraddistinta dal numero 7.
Sulle prime, sarò sincero, l'effettiva utilità di lasciare la via vecchia, passando dal vecchio caro rodatissimo XP a questa nuova diavoleria informatica, mi è rimasta oscura: in fondo, pensavo, tutto quello di cui ho realmente bisogno lo posso già ottenere rimanendo nel sentiero tracciato, non ho alcuna effettiva necessità di spingermi nell'ignoto. Ancora una volta, l'(n+1)-esima per l'esattezza, mi sbagliavo. Il nuovo sistema operativo ha, come si dice, una marcia in più. Mette a disposizione svariate funzionalità aggiuntive, alcune utili altre meno, ma ce n'è una in particolare, basilare, che al vecchio era sconosciuta. Una di quelle cose a cui magari, finché non le si prova per la prima volta, non si pensa neppure, ma delle quali, una volta provate, difficilmente si può fare a meno.
Mi riferisco, ebbene sì, alla possibilità di rinominare con facilità il cestino, potendo così passare

da
a
Si tratta, com'è evidente, di una piccola ma significativa rivoluzione. Di un piccolo ma significativo contributo alla libertà di espressione di ognuno di noi, che di 'sti tempi.
Fino all'altro ieri magari si attribuiva maggiore importanza alla funzione "cestino" in quanto tale piuttosto che all'interfaccia grafica che ne consente l'utilizzo all'utente, il che è in linea di massima condivisibile, sennonché ci sono casi in cui la forma è anche sostanza, e questo è uno. Come capirete, inoltre, qua non si tratta di cambiare una riga di codice nel programmino che vi calcola quanto fa la Panda con un litro: introdurre una nuova funzionalità in un progetto così vasto e strutturato è una questione immensamente più complessa. Non è sufficiente che nella mente di qualcuno scocchi la scintilla (che già non è poco): dal colpo di genio alla realizzazione si deve passare attraverso specifiche funzionali, studi di fattibilità, accurate analisi di costi e benefici, piani di test specifici e chissà cos'altro. Finché, annegato tra milioni di suoi simili, in qualche noiosissima SRS un bel giorno spunta un requisito che recita pressappoco Il CSCI deve permettere all'operatore di rinominare il cestino. Innocuo all'apparenza, persino scritto maluccio, in realtà rappresenta un piccolo grande passo avanti nell'evoluzione delle interfacce utente. Un briciolo di libertà in più, per tutti. Tutti noi. Mica roba da Ubuntu.

domenica 12 dicembre 2010

Trenoradio

Si noti il sol diesis.

domenica 5 dicembre 2010

Cessologia

È da un po' che li osservo, prima o poi dovevo scriverci sopra un post, e adesso è giunta l'ora - se non altro perché non ho altro di cui parlare. No, perché il mondo è notoriamente bello perché notoriamente vario, la gente è strana (prima si odia e poi si ama, ma non c'entra), e la stessa situazione, una situazione semplice e appartenente all'esperienza quotidiana di chiunque, può essere affrontata e gestita in milioni di modi diversi.
Tipo, prendiamo un cesso. Un cesso pubblico, Pubblico ma non troppo. Un cesso aziendale. E prendiamo gli utenti di codesto cesso. O per dirla senza troppe perifrasi, prendiamo la gente che va al cesso dove lavoro io.
Osserviamola.
Ce n'è di vari tipi.
Ci sono quelli che non tirano lo sciacquone, mai, neanche per errore, proprio come stile di vita, come saldo principio morale a cui non verrebbero meno per nulla al mondo. Questi sono i più evidenti, e a occhio sembrerebbero anche i più numerosi. Anzi no, se la giocano ad armi pari con l'altro squadrone: quelli che la fanno fuori. E non si parla di una goccia, ché quella può scappar fuori a chiunque: in fondo lo stato liquido non è certo il più stabile che possa esistere in natura. No, costoro ne fanno fuori una mezza pinta abbondante a cranio. Almeno fossero i soliti che non tirano lo sciacquone si darebbe una mano all'ambiente evitando di sprecare qualche litro d'acqua potabile, stante la provata inefficacia dei comuni sciacquoni nel lavaggio dei pavimenti (salvo guasti). Invece no, sono proprio due categorie diverse, due insiemi totalmente disgiunti. Un altro corposo insieme di utenti è composto da quelli che non si lavano le mani. Escono dal cesso, ti guardano come a dire "Beh?", agguantano la maniglia della porta e escono rapidi e decisi. C'è poi una variazione sul tema: quelli che le mani se le lavano prima. Ché effettivamente l'aggeggino merita rispetto, non è mica giusto maneggiarlo con le dita sporche di tastiera; e allora ci si lava, si compie l'operazione in perfette condizioni igieniche, e dopo lo scrollone si agguanta la solita maniglia di cui sopra e si esce rapidi e decisi. Poi ci sono quelli che hanno da fare quella grossa, e la fanno grossa per davvero, ma grossa grossa, grossa e densa, e quindi pesante. E una volta espulso il fardello che portavano in grembo, sentendosi notevolmente alleggeriti, probabilmente guadagnando 10 centimetri buoni d'altezza a causa del minor peso imbarcato (un po' come quei camion a rimorchio vuoti che viaggiano con 2 ruote sollevate da terra), da lassù non riescono a scorgere, laggiù nell'angolino, quel sobrio scopino biancastro che da anni attende vanamente di compiere le mansioni per cui è stato progettato e inventariato tra i beni aziendali. E quindi, loro malgrado, come frecce tricolori monocromatiche, lasciano sulla pallida ceramica tangibili scie della straordinaria impresa appena compiuta. A confronto di questi, quelli che minzionano con la porta aperta, cosicché tutti i passanti possano ammirare i loro possenti quarti posteriori, tesi e lievemente divaricati, e il rivolo di liquido paglierino che scorrendo dall'alto verso il basso traccia la perfetta bisettrice all'angolo che essi descrivono, sono innocui e quasi artistici. Sì, viene il dubbio che si sentano in dovere di dimostrare al mondo che sono dei Veri Uomini, con la maiuscola, di quelli che non devono chiedere mai e nemmeno sedersi, e questa superflua ostentazione genera in effetti qualche perplessità, ma pazienza, fosse tutto lì. E anche quelli che, per dirla con un mio ex collega, hanno la bestia nel cuore, e quindi appena chiusa la porta scatenano l'inferno, in fondo non fanno altro che utilizzare a fondo lo strumento che gli è stato messo a disposizione, e non gliene si può certo fare una colpa. Poi, beh, ci sono quelli che dopo pranzo entrano in bagno già con lo spazzolino in bocca così da ottimizzare i tempi (neanche Brunetta chiederebbe tanto), quelli che d'estate si rinfrescano sciacquandosi la testa nel lavandino, quelli che vanno al cesso portandosi la giacca, e non perché stanno per uscire o sono appena entrati, ma forse perché la loro fiducia nell'onestà del mondo e nei colleghi non è poi così alta (non senza qualche ragione), e così via, ma questi sono tranquilli, questi più che altro fanno colore. Fanno un colore diverso dal marrone. E soprattutto non fanno odore. E quindi.

martedì 30 novembre 2010

domenica 21 novembre 2010

Un attimino di raccoglimento

Questo post in memoria di una persona. Uno sconosciuto, non per questo meno meritevole della nostra umana pietà. Se n'è andato senza soffrire troppo, se non altro, ma se n'è andato. Centrato da un fulmine durante un temporale. Proprio oggi. Un fulmine che si è abbattuto sul puntale metallico dell'ombrello che quella persona stringeva in mano. Stavo per scrivere "del suo ombrello", ma così facendo non avrei rispettato appieno la verità storica. E sì perché in verità quello che quella persona stringeva in mano, per essere precisi, non era il suo ombrello, bensì il mio ombrello. Un ombrello da pochi euro, ma che svolgeva egregiamente il suo elementare ma basilare mestiere: ripararmi dalla pioggia. Proprio per questo ieri l'avevo preso e portato con me in giro per le vie di questa famosa città civile. Nel corso del qual giro sono entrato, accompagnando alcuni conoscenti, in questo rinomato negozio di vestiti per gente coi soldi; e nell'entrare ho appeso il mio proletarissimo parapioggia al cancello di quel lussuoso negozio, dove se ne trovavano già diversi altri, sicuramente assai più consoni del mio al prestigio del luogo. Chi mai, tra gli abbienti clienti di cotanti negozi, potrà mai attaccarsi proprio al mio ombrellaccio da basso proletariato?, pensavo.
Sbagliavo.
Quel fu tale di cui sopra ha indebitamente prelevato il mio ombrello e, constatatene le eccellenti prestazioni in termini di efficacia ed efficienza, se ne è servito con gusto, lasciando il legittimo proprietario in balia delle intemperie. E sicuramente, avendo potuto apprezzare nella serata di ieri le qualità intrinseche del prodotto, oggi si sarà spinto, fidando sull'affidabilità dimostrata dallo stesso, in qualche percorso più impervio, là dove la pioggia era ancora più intensa, sulla brulla cima di qualche collina dei dintorni. Si sarà riparato dall'acqua, certo, ma non dagli improperi, dagli anatemi, dalle maledizioni che la vittima dell'appropriazione indebita gli ha debitamente scagliato contro. E non erano pochi, credetemi. E quindi se, com'è probabile, almeno una minima frazione di essi è giunta a destinazione, a quest'ora quell'ombrello è ridotto a un moncherino di metallo parzialmente fuso da cui penzolano frammenti di nylon bruciacchiato, e i brandelli del tipo che ci stava sotto, nessuno dei quali supera il mezzo chilo, sparsi in un'area quasi perfettamente circolare centrata sul punto d'impatto di quel fulmine, stanno diventando il pasto, cotto a puntino, di altrettanti animali selvatici del luogo.
Un minuto di silenzio. Scarso. Se vi va.

venerdì 19 novembre 2010

Sono degli artisti.

Certo, molto probabilmente ci avrebbero messo molto meno tempo a ripararla che non a creare questi capolavori della cartellistica artigianale postmoderna.
Ma che ci volete fare, l'arte è arte, e loro sono degli artisti.
E coll'arte di mezzo, e col cervello dato all'arte...

sabato 13 novembre 2010

Lasciate che i pargoli vadano un po' più in là

No, lo ammetto, i cani non sono proprio la categoria sociale che prediligo. Insomma, abbaiano, scagazzano in giro, leccano, mordono, diffondono pulci e peli, pisciano sulle ruote delle Panda, fanno casino, e chi li ha provati dice che non siano neanche tanto buoni da mangiare. Però in fondo non è nemmeno del tutto colpa loro: in fondo li abbiamo creati noi, i cani, e in fondo sono bestie, i cani, anche se non tutti lo sanno - non tutti gli umani, intendo.
Ma i bambini? Dico, ce li avete presenti i bambini? Non mordono e non si accaniscono sui cerchioni, va bene, ma per il resto? Altro che i cani. I bambini sembrano proprio progettati apposta per rompere i coglioni, e in effetti è così. Non c'è niente da fare, è proprio una questione naturale, scientifica: se il bambino di Neanderthal non rompeva i coglioni alla mamma di Neanderthal per avere la pappa, lei non gli dava da mangiare, lui moriva di fame e l'uomo di Neanderthal si estingueva. Di conseguenza la natura ha selezionato bambini sempre più rompicoglioni di generazione in generazione: più rompono coglioni e più mangiano e più sopravvivono e meglio è (per loro). E poi sono sacri, quelli. Ci mancherebbe, dire a un bambino che ha rotto i coglioni, orrore. Almeno in qualche negozio, ristorante, spiaggia eccetera è vietato l'accesso ai cani, e qualche oasi di pace c'è ancora. Ma di posti che vietano l'accesso ai bambini ne devo ancora trovare, purtroppo. Anzi, hanno anche mille agevolazioni, i bambini. Per dirne una, in treno non pagano. Ma si può sapere perché? Cavolo, anche loro occupano un posto a sedere, quando non di più (sicuramente non di meno), e 99 su 100, come da progetto, rompono i coglioni a tutta la carrozza. Mediamente peseranno meno di un adulto, va bene, ma non mi pare che il risparmio di energia che ne consegue sia tale da giustificare un tale privilegio, specie su tratte in discesa. E, non da ultimo, non pochi tra i piccoli piaceri della vita ci vengono regolarmente preclusi con la scusa che "ci sono i bambini", ai quali peraltro, occupati come sono a romperci i coglioni, tipicamente di quelle robe lì non gliene potrebbe fregare meno.
Insomma, va bene che tutti i grandi sono stati bambini e tutto quanto, ma non è mica modo.

domenica 7 novembre 2010

sabato 30 ottobre 2010

TravelJohn e i suoi fratelli

Non ci ho mai comprato niente, ma loro molto gentilmente continuano a mandarmi il catalogo. Si dicono sempre stupiti e rammaricati della mia riluttanza ad effettuare ordini presso di loro, minacciano ogni volta di sospendere gli invii se neppure stavolta riceveranno mie notizie, ma il loro, come diceva quello, è sempre un penultimatum. E infatti anche stavolta, dopo avermi tenuto sulle spine per qualche mese, si sono inteneriti e mi hanno fatto dono di una copia dell'ultimo numero. E hanno fatto cosa gradita. In effetti vendono oggetti, ma più che altro concetti, molto vicini alle soglie del genio, quando non oltre.
Per dire, nell'ultimo catalogo si parte forte già dalla copertina, con uno "sbrinatore programmabile per auto". Lo appoggi sul cruscotto, lo colleghi all'accendisigari, imposti il timer, e quando sali in macchina ti trovi il parabrezza perfettamente sbrinato. L'obiezione più ovvia l'hanno naturalmente prevista, per chi li avete presi? "Anche se collegato alla batteria della vettura non ne compromette in alcun modo il funzionamento, garantendoti sempre l'accensione del veicolo". Non hai scuse.
Poi giri pagina e ti trovi l'orologio da polso (analogico) che è anche un cellulare, e certo, a questo ci avevano pensato in tanti, ma lì ce lo trovi, e al modico prezzo di 99 euro. Neanche una parola sulla qualità dell'audio o della ricezione, ma uno che gira per strada parlando a un orologio con le lancette di certi dettagli non se ne cura di certo.
Andando avanti si trovano: la microtelecamera a forma di portachiavi per auto (non la compro solo perché il tentativo di aprire una Panda mediante telecomando desterebbe sospetti, specie in uno spogliatoio femminile), il salvadanaio che separa automaticamente le monete in base al valore e visualizza il totale in euro, un aggeggio che inserito in una normale presa elettrica promette di "rendere fluido il percorso degli elettroni, generando così risparmio di energia" (di sicuro, per pareggiare i 119,99 euro che costa, quell'aggeggio di elettroni ne deve lubrificare parecchi, ma sono sicuro che ne è pienamente in grado), e siamo solo a pagina 10.
Procedendo rapidamente oltre si incontrano nell'ordine: un camino elettrico con finto fuoco (c'è crisi, si sa), un "portaciabatte con 5 paia di ciabattine per i tuoi ospiti" (che ne saranno entusiasti), una sciarpa con tasche, una coperta con maniche, un cuscino sollevaculo per guidare il SUV anche se sei alto uno e venti, un "guanto raschiaghiaccio impermeabile ed imbottito", un ventilatore per eliminare vapore e condensa dal parabrezza (effetto déjà vu, sì, ma è un altro), una borsa da mettere dentro alla borsa in modo da poter cambiare borsa in un lampo, un "cavatappi elettronico ricaricabile" (aggiungerei "multimediale", nel dubbio), uno "schiaccianoci rivoluzionario" (perché, si sa, l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario), coltelli con lama in ceramica che non assorbe l'odore dei cibi e, a occhio, è anche invisibile al metal detector (vi ho dato un'idea, vero?), un portabanana in plastica con parte centrale pieghevole in modo da seguire la naturale curvatura propria del frutto, una libreria pieghevole per ostentare cultura qualora si dovessero ricevere ospiti di riguardo e riporla dietro la porta quando se ne vanno, prolunghe per bottoni di pantaloni (fondamentali sotto Natale, le infili e hai ancora 2 taglie di libertà), mollette che non cadono perché legate al filo dei panni, una pattumiera che si apre da sola quando avvicini la mano (con 89,99 euro ci si paga un cinese che te la apre, ma forse è proprio così che funziona), e qui ci si ferma.
E sì, perché proprio quando si pensava di aver visto tutto si incappa in lui: "TravelJohn - WC portatile". È una confezione da 3 sacchetti contenenti "una sostanza che trasforma in gel, in pochi secondi, i liquidi organici di qualunque origine" (comprese quelle sottintese). Cito ancora: "Può essere riutilizzato più volte e alla fine gettato in un contenitore dei rifiuti". La seconda parte della frase mi pare abbastanza ovvia (cosa non può essere gettato in un contenitore dei rifiuti?), ma vorrei soffermarmi un attimo sulla prima, e sul tipico scenario operativo a cui un prodotto del genere sembra destinato: sei nel bosco e ti scappa. Ti acquatti dietro un albero e ti liberi in libertà, come ogni altro abitante della foresta? No. La fai in un comunissimo sacchetto di plastica, e poi appena possibile butti contenitore e contenuto? No. Devi farla in quel sacchetto lì, farla diventare un gel, riporre il tutto nello zaino e proseguire la tua salutare camminata fino al successivo utilizzo. Pratico, no?
E allora, confortati, andiamo avanti. Perché sparsi tra pleonastiche precisazioni sugli oggetti mostrati in fotografia ma non compresi nel prezzo (sotto la custodia in similpelle per iPhone da €7.99: "iPhone non incluso". Peccato), intercalati con decine di contenitori, organizzatori, ripiani, ganci, supporti, cestelli, carrelli di ogni forma e dimensione utili a sfruttare ogni singolo millimetro cubo dello spazio disponibile in un universo finito, ci sono ancora molti oggetti assolutamente ragguardevoli. Tipo un sostituto elettronico della buona vecchia paletta per pavimenti (tu, stufo dei comuni aspirapolvere, per mezzo di una normale scopa gli presenti davanti il risultato delle tue fatiche, e lui te lo aspira), tipo un utensile di "3,2 x 0,5 x 4,7 cm" che "racchiude in sé 19 utilissimi attrezzi da lavoro", tipo la "penna utensile 11 in 1" (che sommati ai precedenti fanno 30 tondi), tipo "la penna intelligente che permette di convertire le tue note scritte a mano in digitale e trasformarle in documenti di testo" (funzionasse...), tipo il grembiule raccogli capelli per acconciature casalinghe ordinate, tipo, addirittura, il raschietto che toglie i peli di cane dai cuscini, "premiato al Salone delle Invenzioni di Norimberga". Mica cazzi.
Via, farò un ordine. O anche no.

venerdì 22 ottobre 2010

Welcome on board

Sono soddisfatto. Stasera, per la prima volta, ho visto fare una multa su un treno. Una multa vera, intendo. Anzi, di più: due multe in un colpo solo. Ottanta eurini tondi tondi che, dalle tasche di due profittatori sprovvisti di valido titolo di viaggio regolarmente convalidato mediante l'apposita obliteratrice prima della salita a bordo, vanno a rimpinguare le fameliche casse delle nostre care Ferrovie. Perché di treni - lo sapete - ne ho presi, e neanche pochi, e di gente sprovvista di valido titolo di viaggio eccetera ne ho vista, ma di multe così, finora, neanche l'ombra. Al massimo ho visto chiedere i 5 euro di regolarizzazione a bordo, ho visto cercare di convincere a scendere alla stazione successiva o poco di più; solo che, capite, quei due di oggi erano giapponesi. E i giapponesi, si sa, son personcine precise, disciplinate, ligie al dovere, e benestanti. E quindi è giusto che paghino. Gli italiani sono brava gente, in fondo tra loro sono tutti amici, ci si vuol bene, ci si viene incontro, la prossima volta lo faccia il biglietto mi raccomando, sì sì non si preoccupi dotto', scusasse assai, e chi ha avuto ha avuto. Gli africani hanno il grosso difetto di essere grossi, quindi il controllore, che non è né fesso né eroe bensì controllore, o passa oltre con indifferenza o al più ordina con voce stentorea di scendere e poi passa comunque oltre. C'è poi da dire che chiedere 40 euro agli extracomunitari, in genere, oltre che rischioso è inutile. Chiedere i documenti, non ne parliamo. Quindi conviene limitare le pretese e tentare di mettere in cascina almeno quelli del biglietto non fatto. I giapponesi sono una felice eccezione. Sono piccolini, tranquilli, timidi, obbedienti, ignorano usi e costumi locali (compresi, fortunatamente, l'obbligo di obliterare e l'abitudine di affermare senza vergogna che tutte le obliteratrici del mondo erano guaste), pagano senza fare storie: avercene. E bene ha fatto il nostro amico a spremergli quegli 80 euro. Forti coi deboli, e avanti. Certo, il suo meticoloso rigore non è stato applicato con altrettanto zelo al rispetto della tabella di marcia, sicché ho perso la coincidenza. Però la giustizia ha trionfato, per una volta. Sì, sono soddisfatto. Quasi.

domenica 17 ottobre 2010

Post doppiozero

Detta così forse può anche sembrare una cazzata, e probabilmente la è per davvero. D'altronde non sarebbe la prima, e spero neanche l'ultima. Ma tant'è. Prendete il pane. Un pezzo di pane qualunque. Pane comune. Ecco. Uno dice pane e pensa alla roba più semplice del mondo. E in effetti non è complicatissimo, come concetto almeno. Farina, acqua, lievito, se possibile un pizzico di sale, e basta. Fondamentalmente, farina.
Già. La farina.
Ma la farina in natura non esiste mica, sapete. Non è che si trovano le piante di farina, in natura. Eh no. E questo vuol dire che qualcuno ha dovuto inventarla, la farina, e capire a cosa serve, che non è mica facile. Vuol dire che qualcuno un bel giorno tanto tanto tempo fa si è trovato di fronte a un campo di grano maturo, e probabilmente costui aveva anche fame, ché erano altri tempi, quelli; e però il nostro eroe ha resistito all'umana tentazione di sgranocchiarsi il grano così com'era, e anche a quella di bollirlo, condirlo sommariamente e inghiottirlo a cucchiaiate. No, questo nostro ignoto antenato ha raccolto quel grano e l'ha lasciato seccare, tra lo scetticismo degli altri affamati componenti della sua tribù. Poi l'ha tritato, ricavandone una polvere biancastra assai poco invitante, circondato con ogni probabilità dagli insulti di tutta la tribù di cui sopra, che si vedeva privata di una fonte di cibo certa in cambio di una strana polverina buona neanche da sniffare. Poi gli è venuto in mente di aggiungere acqua e mescolare, ed è venuta fuori una poltiglia inguardabile, appiccicaticcia, schifosa, e gli insulti si sono trasformati in schiaffoni. Poi, ormai considerato all'unanimità un malato di mente, quella poltiglia l'ha infilata nel forno così com'era, senza lievito, e gli è venuto un mattone bruciacchiato dalla consistenza granitica col quale è stato pesantemente percosso. Infine, a un passo dall'essere impalato sulla pubblica piazza, chissà come gli è venuta l'illuminazione, ha aggiunto il lievito (ma dove l'avrà trovato? cioè: se non esisteva il pane a cosa serviva il lievito? boh) e gli è venuta una roba buona come il pane, e così ha iniziato a venderlo e si vendeva come il pane, e gli è andata bene. Diciamo pane al pane: avrà fatto i soldi, ma se li è meritati. Ha trovato pane per i propri denti, partiva svantaggiato non potendo neanche mangiare pane e volpe, eppure ha reso pan per focaccia ai suoi detrattori sfornando un'invenzione mica da poco.
Onore a questo tizio qua.
Nella prossima puntata: il vino. (ovvero: prendere l'uva, che è buona e fa bene, e pestarla coi piedi; poi prendere il succo d'uva, che non è malaccio e non fa male, e lasciarlo lì a macerare; eccetera)

sabato 9 ottobre 2010

Gekkonidae

Tanto ormai lo sapete quasi tutti, quindi la faccio breve: sabato scorso mi hanno regalato un geco. Un geco morto. Morto accidentalmente. Non di vecchiaia ma nemmeno di morte violenta. Insomma, per chi non ne fosse a conoscenza, pare che qualche mese fa, all'inizio dell'estate, fosse stato avvistato questo famoso geco, del quale poi si erano perse le tracce, finché appunto sabato scorso, durante lo spostamento di alcuni libri, è spuntato fuori di nuovo. Non è dato sapere se sia rimasto spiaccicato tra due libri, o tra un libro e il muro, o se sia morto di stenti; in ogni caso è morto male e prematuramente, povera bestiola, ma ormai è andata, c'è poco da fare, almeno per me. Quello che potevo fare e che ho fatto, però, è fargli qualche foto. Ve ne proporrei quindi una selezione. Se cliccate su una foto, quella si allarga (se no, no).

Proporzioni

Primo piano

Profilo

Posteriore

Lato B

CD 1

CD 2
  
Metro
  
Vabbé...

giovedì 30 settembre 2010

The end of the world as we know it?

È da ieri mattina che nella zona della stazione manca l'illuminazione pubblica - e che brutto, al mattino è così buio. È da ieri mattina che in treno c'è il riscaldamento acceso - e che bello, al mattino è così freddo. E così è da ieri mattina che penso a questa cosa qua. Che poi magari mi sbaglio, non me ne meraviglierei, non sarebbe la prima volta; che poi magari la Storia mi darà torto; e poi sicuramente non sarò il primo che ci pensa, né il più titolato, né il più acuto, né il più influente: e però, tutto ciò premesso, già che ci sono dico la mia. Anche se nessuno me l'ha chiesta, o forse proprio per questo.
Perché, per quel poco che ne so, ho come la sensazione che il mondo, o meglio l'umanità, o meglio quella che definiamo la civiltà occidentale abbia da poco raggiunto e oltrepassato il culmine di un periodo di benessere unico dai tempi dei dinosauri (unico per durata, estensione e intensità) e che verrà difficilmente eguagliato in futuro. Un periodo di sostanziale pace, ricchezza, diritti, libertà, salute e progresso - e progresso vuol dire oggi più di ieri e meno di domani, vuol dire derivata prima positiva, vuol dire tanta roba. Se vogliamo mettere delle date, così a occhio, questo periodo lo farei cominciare qualche anno dopo la guerra, verso il '48; il culmine di cui sopra lo collocherei, senza troppa fantasia, al famigerato 11 settembre; da lì abbiamo scollinato e ora siamo in discesa. Discesa lenta, per ora (e finché ci sarà petrolio), quasi impercettibile; poi, temo, nettamente più ripida.
Il petrolio, eh beh, sì. Non credo sia un caso che questa - mi si perdonerà l'espressione - età dell'oro coincida con un'epoca in cui il petrolio è stato disponibile, economico e pesantemente sfruttato. Tantissima energia a bassissimo prezzo, ricavabile, trasportabile e utilizzabile con una semplicità mai vista. Prima c'era il carbone, ma vorrete mica mettere. E prima ancora c'erano le braccia, qualche cavallo o bue o mulo o asino per chi se lo poteva permettere, le braccia di altra gente per chi poteva permettersi addirittura quelle, e se no le proprie. E ci si faceva davvero un mazzo come un paiolo, allora, altro che.
Oggi si lavora (e in tanti si lavora da seduti, con tutto il rispetto) 40 ore alla settimana. Al lordo di ferie, permessi, malattie più o meno reali, scioperi, maternità, pause caffè, riunioni, social network vari e così via. Ai tempi 40 ore di lavoro (vero) si facevano in 3 giorni. Poi si esce dal lavoro, si prende la macchina, si va all'Ipercoop (al fresco d'estate, al caldo d'inverno, alla luce sempre: e qua si torna alla stazione alla mattina) e si compra roba che prima neanche si pensava avrebbe mai potuto esistere, a prezzi obiettivamente vergognosi. Anche lasciando perdere l'elettronica di consumo, con 5 euro si compra un paio di pantaloni made in Tagikistan (almeno finché quella gente là non si sveglia... ma manca poco); e tutti hanno la loro fettina di vitella (o almeno credono) e i loro pomodori, coltivati in serre riscaldate e trasportati per migliaia di chilometri, 365 giorni all'anno. Poi magari si sta male lo stesso, per carità. Perché i problemi si fa in un attimo a crearli, o a crearseli. Però intanto c'è da mangiare e da bere - mangiare e bere, mica balle - e non solo: c'è la luce nelle strade, il riscaldamento sul treno, il treno stesso e tutto quanto. Non è sempre stato così. Prima erano patate quando andava bene, anche di domenica. E se quell'anno in questa zona non pioveva, non erano neanche quelle. Si crepava, e basta. Come mosche. E nessun telegiornale lo raccontava. E se non era la fame era la malattia, o qualche guerra. Era naturale. E a dirla tutta, e parlando sottovoce, lo sarebbe ancora. Quello che è strano è che i bambini non muoiano di fame. I bambini di tutte le altre specie muoiono di fame, o di malattia, o ammazzati da parte di adulti di qualche altra specie più grossa. La natura è quella, c'è poco da fare, Quark docet. Tutto il resto, finché dura, è molto bello e molto civile e molto comodo, certo: ma non è naturale neanche un po'. E finirà. O forse ha già cominciato a finire.
Di sicuro tutte le libertà, tutti i diritti, tutte le conquiste sociali che erano state rese possibili da mezzo secolo di inaudita prosperità le stiamo cominciando a perdere. La pubblica istruzione di un certo livello, la scelta del lavoro che si preferisce (ma si scherza?), il posto fisso, la pensione a 50 anni (con altri 30 di vita davanti), la possibilità di andare ovunque si vuole in un attimo, in libertà e parcheggiando proprio lì sotto, la sanità quasi gratuita per tutti, lo scarico spensierato dei rifiuti prodotti dal nostro inedito stile di vita, hanno cominciato a non essere più così scontati. In fondo, via, ammettiamolo, forse avevamo un po' esagerato. Tutte queste cose belle e comode, probabilmente, hanno l'unico difetto di non poter durare. Anche perché, è noto, quasi sempre un diritto mio corrisponde a un dovere di qualcun altro più sfigato, perché nato in un altro luogo (Tagikistan) o in un altro tempo (tra qualche secolo, senza più petrolio, carbone, uranio e con tutta la nostra rumenta tra i piedi) o in un'altra specie (vitella).
La soluzione? No, secondo me non c'è. Buttare il tappo di plastica nel contenitore blu farà sentire a posto con la coscienza (che non è poco), ma - suvvia, siamo seri - non cambia le cose. E d'altra parte, se mezzo litro d'acqua lo vendono a 1 euro vuol dire che quella bottiglia di plastica è proprio comoda. E quindi si continuerà a usarla. Lei, il petrolio e tutto il resto. Finché ce n'è. Sperando che quando non ce ne sarà più non ci saremo più neanche noi. Ci sarà qualcun altro, cazzi loro. Per ora, sempre avanti. È l'unica. Anche perché che altro si può fare, scegliere liberamente di tornare alla buona vecchia servitù della gleba? E chi comincia, io? Ma no, andate pure avanti voi. Senza spingere, eh.

mercoledì 22 settembre 2010

Notizie dall'interno

Stamattina invece a Viareggio mi si sono seduti vicino, uno di fronte all'altro, due tipi sulla cinquantina (cadauno), due tipi normali, che per tutto il viaggio hanno discusso con fervore, direi quasi con passione, di colonscopia e soprattutto di una disciplina simile che prevede, oltre all'esame delle pareti intestinali, il lavaggio delle stesse mediante un getto d'acqua a pressione. Erano veramente entusiasti, quei due tipi là, specialmente di quest'ultima specialità qua: è come un'idropulitrice, diceva uno, non è come una semplice purga, ti tira via della robaccia appiccicata alle pareti che altrimenti non si staccherebbe mai e poi mai, e non è poca, figurarsi che una sua collega solo con questo sistema qua ha perso 5 chili (per dire). Il problema è che l'intestino è pieno di quelle fastidiose curve secche, lì la lancia dell'idropulitrice si impunta, e allora quelli bravi (ma bisogna andare da uno bravo, eh) ti iniettano localmente dell'aria in modo da addrizzare a sufficienza il percorso, per poi lanciarsi sul rettifilo a tutto gas. Dopo ti senti un po' gonfio, sì, insomma, un po' come quando hai dell'aria per così dire endogena: ma poi sai che goduria quando ti liberi anche da quella. E poi ti senti uno spettacolo, pulito come nuovo se non di più. Provare per credere.
E io, che ci credo sulla fiducia ma che al momento non ho ancora avuto modo di provare la gioia di simili operazioni (e che a dirla tutta ci tengo anche poco), col mezzo emisfero cerebrale sveglio li ascoltavo e ascoltandoli pensavo: la prossima tappa è il Centogradi. E poi pensavo anche: ci devo scrivere un post. E infatti eccolo qua. Il problema che mi sono posto immediatamente, e che non ho ancora risolto del tutto, è però il seguente: che cosa potrei mai aggiungere io, di mio, da profano? Di questa storia qua non ne so niente più di ciò che ho sentito stamani, e quando posso delle cose che non conosco preferisco non parlarne. Ma una possibile parziale soluzione mi è balenata allorché ho scoperto, discutendo della questione coi miei colleghi in mensa, che quest'attività sembra andare parecchio di moda. E quindi sono certo che tra i miei fedeli lettori non mancherà qualcuno al passo coi tempi che abbia voglia di raccontarci le sue esperienze, le sue sensazioni, le sue emozioni alle prese con la visceropulitrice. Prego.

domenica 12 settembre 2010

Senza titolo

Ero lì che sfogliavo distrattamente l'elenco del telefono, l'altro giorno; quando, per quanto distratto potessi essere, non ho potuto fare a meno di notare che

esiste un signor Senza Cognome.
Non lo conosco né di persona né di vista né di fama, di lui conosco solo nome (almeno quello...), indirizzo e numero di telefono, eppure la mia ammirazione nei suoi confronti ha raggiunto immediatamente livelli tali, pensate, da indurmi a dedicargli un post. Il difficile è stato riuscire a staccare gli occhi da quella pagina 247, ma poi ce l'ho fatta e infatti eccomi qua.
Perché Senza Cognome è un cognome impegnativo, come tutti i cognomi multipli dà subito un tono aristocratico ma va saputo portare; e poi ha chiaramente origini antiche e nobili, cioè, anch'io che sono ignorante non fatico a ritrovare in quel cognome echi addirittura mitologici, sembra quando Coso, là, Ulisse, c'è il tipo che gli chiede come si chiama e lui gli risponde Nessuno: questo è quanto riportano le traduzioni più triviali, ma sono convinto che andando a rileggersi l'originale manoscritto omerico si scoprirebbe come la risposta originale a «Come ti chiami?» sia stata proprio «Senza Cognome», e come da lì si sia originata una stirpe eletta di cui il nostro amico è solo l'ultimo rappresentante. Propendo nettamente per questa ipotesi rispetto a quella secondo cui un bel giorno un signor Gustavo Senza abbia preso come sua legittima sposa una signora Genoveffa Cognome, e costoro di comune accordo abbiano deciso di affibbiare alla loro progenie entrambi i cognomi. Passi per il signor Senza (anche se detta così...), ma qualcuno che si chiami Cognome di cognome no, non voglio credere che sia mai esistito.
Come che sia, chissà com'è chiamarsi Senza Cognome. Chissà cosa si potrà scrivere sul citofono, o sulla cassetta della posta. Chissà se si avrà un codice fiscale più corto di tre lettere. Chissà se trovare un indirizzo email disponibile col proprio nome punto cognome, senza numeri o segni strani, sarà particolarmente facile o (visto il grado di perversione della maggior parte degli utenti di Internet, esclusi i presenti) quasi impossibile. Chissà che risposte quando ci si presenta: «Salve, sono Senza Cognome.» «Signore, lei è un uomo piuttosto distratto.» Anche se lì in effetti poteva andargli meglio ma anche molto peggio, del tipo: «Salve signorina, sono Senza Parole.» «Oh, ma che galantuomo!», oppure «Ciao stronzo, sono Senza Peccato e quindi ti prendo a sassate.» «Giusto.», o «Ciao bella, sono Senza Sosta.» «Sì, ti piacerebbe.», o «Buongiorno, sono Senza Soldi.» «Abbiamo già dato.», o «Dottore, sono Senza Polifosfati e tutti mi chiamano Mortadella.» «Eh beh.», o «Salve, sono Senza Senso.» «E chi ce l'ha?», o «Piacere, sono Senza Qualità.» «Cavolo, quello del libro? Me lo fa un autografo?».
Già, l'autografo. Sarebbe da chiederglielo. Ma a occhio te ne farebbe metà. Quindi niente.

mercoledì 1 settembre 2010

Cose che noi umani

Giusto ieri una che lavora lì dove lavoro io (non farò nomi né ruoli, mi limiterò a dire che uno dei due comincia per R) si è comprata un costume. Oramai la stagione balneare volge al termine, e quindi sui costumi si applicano forti sconti. E infatti lei quel costume l'ha pagato la miseria di 4 euro e 95. Ha fatto un buon affare, non c'è che dire. Ma, credetemi, un affare ancora migliore l'ha fatto il costume.
Nascere costume significa già di per sé partire avvantaggiati: rispetto a tua cugina mutanda sai già che, ferme restando le rimanenti condizioni al contorno, potrai crogiolarti al sole, tuffarti nelle fresche acque cristalline prospicienti qualche spiaggia a spiccata vocazione turistica, e via discorrendo. E poi chi nasce costume, durante le lunghe attese in freddi magazzini di periferia o stipato in scaffali di negozi alla moda con troppa luce e musica di sottofondo artificiale quanto l'illuminazione, chi nasce costume, dicevo, può ragionevolmente coltivare la speranza di venir assegnato da una sorte cieca e immobile a un qualche gradevole esemplare del genere femminile della razza umana, stando a stretto contatto con aree assai ambite e per questo, sin dai bei vecchi tempi del Paradiso terrestre, salvaguardate con cautela mediante oggetti di varia foggia e materia, ritenuti, per qualche ragione, inanimati. Oggetti che invece, forse, hanno anche loro i loro pensieri, le loro speranze, le loro piccole grandi aspirazioni a una vita felice compatibilmente con la loro natura: come tutti.
Per dire: chi nasce supposta, o clistere (come non citare a tal proposito quel celebre film di quel mio occasionale commentatore), sa già che il suo destino, bene o male, sarà quello, e quindi si mette l'anima in pace e prova a non pensarci, magari fingendo di credere a qualche promessa di fantomatiche vite ultraterrene. Chi nasce motorino, invece, fermo sotto il sole a picco di un torrido piazzale d'asfalto può sognare di venir cavalcato da qualche leggiadra fanciulla in fiore, soda, leggera, levigata e delicata, accompagnandola veloce verso i suoi primi incontri del terzo tipo. Poi magari invece gli capita un vecchio contadino grasso e sudato che se ne serve per camallare platò di patate e cavagni di fagioli dall'occhio su per Montedarmolo, e lì c'è poco da fare; ma intanto ha sognato. Allo stesso modo, quel costume poteva essere acquistato da una vecchia che si credeva giovane o da una giovane che si credeva donna, e anche lì c'era poco da fare. Chissà quanti brividi avrà provato, quel costume, dall'inizio della stagione: brividi di speranza e brividi di terrore, a seconda delle mani che di volta in volta lo prelevavano dallo scaffale per misurarselo e poi riporlo nuovamente. Finché, ieri, le sue tribolazioni si sono concluse, e in uno dei migliori modi umanamente auspicabili. Certo, dovrà faticare non poco, quel costume. Dovrà riuscire a contenere non poco materiale di non poco pregio. Ma tutto sommato, da quel poco che ne posso sapere io, sono convinto che ne varrà abbondantemente la pena.

mercoledì 11 agosto 2010

Il blog interrompe momentaneamente le ferie.

Sì, lo so che non si dovrebbe, lo so che è un comportamento sleale e antisindacale, lo so che le ferie costituiscono un diritto/dovere irrinunciabile di qualunque lavoratore, so tutto e non ho certo intenzione di buttare nel cesso i risultati di secoli di cruente lotte sociali con questo post. E d'altra parte, quasi tutti i miei avveduti lettori ne saranno già a conoscenza. Ma a beneficio di quanti se lo dovessero essere perso, come me fino a ieri, rendo immediatamente noto che sono in corso di installazione, da parte della nostra cara Trenitalia, i nuovi rivestimenti dei seggiolini che si possono ammirare nell'immagine seguente.


Si noti la vivace e fantasiosa ricercatezza degli accostamenti cromatici, il taglio impeccabile, l'azzeccatissima scelta dei materiali (una sana similpelle realplastica, che fa molto anni 70 e che già all'epoca era famosa per la sua innata capacità di provocare sudorazione e appiccicamento anche alle lucertole a febbraio, se hanno la sventura di sedercisi sopra), la pregevole fattura artigianale degna di una sartoria di alta moda più che della seconda classe di un regionale qualunque.
Da quest'altra angolazione si può apprezzare ancor meglio la maniacale cura del dettaglio che caratterizza la lavorazione di questi moderni oggetti di design. Rifiniti fin nei minimi particolari allo scopo di offrire ai viaggiatori un comfort mai provato prima, in linea coi più moderni criteri ergonomici, sfidando l'usura del tempo, degli agenti atmosferici e dell'uomo, per anni e anni.
Ecco: ora che vi ha mostrato un tale capolavoro dell'haute couture made in Italy, giustamente apprezzata in tutto il mondo anche per oggetti come questo, il blog può riprendere le meritate vacanze.

domenica 1 agosto 2010

Il blog chiude per ferie.

Nel frattempo però, per una volta, potreste anche rendervi utili voi. Che non è che qua devo lavorare sempre solo io, perdiana. E quindi potreste mettervi lì con calma, concentrarvi, avviare una profonda riflessione interiore, e poi, una volta usciti dal cesso, scatenare le vostre fantasie più represse e perverse, tentando di avanzare qualche ipotesi realistica sul significato recondito di questo criptico cartello:

In quali inusitate sorprese potrebbe mai imbattersi, a quali arcane verità potrebbe mai avere accesso, quali inenarrabili avventure ai confini della realtà potrebbe mai vivere il temerario che trovasse l'ardire di salire al terzo piano di quel posto lì?

mercoledì 21 luglio 2010

Tutti vogliono viaggiare in prima (anch'io)

Questo post per rendere grazie alla Controlloressa Ignota (giovane, carina, gentile, sorridente, boccoli biondi sul foulard rosso d'ordinanza, mai vista prima, probabilmente mai più la rivedrò, ma l'ho vista, sì, ero sveglio, o almeno credo) che prestava servizio stasera sul regionale 2202.
I fatti.
Stazione di Forte dei Marmi - Seravezza - Querceta, perfetto orario. Sale una vecchia padana danarosa, tirata e griffata, la quale, con modi assai poco nobili, fa notare alla Controlloressa in questione che quella carrozza (proprio quella dove, beatamente svaccato su una poltrona di prima classe, stavo io), quella era, per l'appunto, una carrozza di prima classe, e che in quella carrozza [sottinteso: per colpa di tutti quei pidocchiosi abusivi tra cui il sottoscritto] non c'era posto per lei che un biglietto di prima classe l'aveva regolarmente acquistato. Stavo già per prepararmi a levare le tende, non senza iniziare ad elaborare mentalmente un adeguato augurio di un trapasso rapido (ma che dico rapido: eurostar) e di terza classe per la poco gentile signora, allorché la nostra amica Controlloressa ci stupisce facendo spostare una borsa che occupava un sedile e ribattendo alla vecchia, con cortese fermezza, che lei non può far stare in piedi tutta una carrozza solo perché una ha un biglietto di prima classe, che un posto gliel'ha trovato, e che si sieda lì [sottinteso: e non rompa i coglioni alla gente che lavora o che torna dal lavoro]. La vecchia la guarda un po' e si siede, muta. Io le sorrido, l'avrei baciata (oddio, l'avrei baciata anche per molto meno, ma questa è tutt'un'altra storia), ma poi ho pensato che sarebbe stata sicuramente più contenta se invece le avessi dedicato un post. E così.
Ora, intendiamoci: il comportamento di quella Controlloressa cozza frontalmente contro i principi più saldi e profondi su cui poggia la mia condotta di vita. Sono fermamente convinto, in linea di principio, che avesse ragione la vecchia, che se uno compra un biglietto di prima classe ha diritto di viaggiare più comodamente e non solo, e che io e gli altri clandestini avremmo dovuto alzarci e andarcene chiedendo scusa. Questo in linea di principio. Ma, si sa, le linee, anche le più rette, dai e dai si curvano, e i principi sono fatti per essere confutati. E poi stasera no, stasera proprio non ce la facevo a alzarmi. Ma non lo farò mai più. Beh, quasi mai. Forse.

domenica 18 luglio 2010

Punti di vista

Pensavo: chissà come la vedono i cani. Ma dico i cani giusto per dire animali non troppo primitivi e non troppo umani. I ricci o i rospi, ad esempio, non ci capiscono niente, si vede anche a occhio. Quelli trovano per terra, su quella strana terra liscia e scura, un insetto spiaccicato, si fermano a mangiarselo con calma senza sapere di essere in mezzo alla strada, arriva una macchina, loro si immobilizzano pensando che così il predatore in arrivo li creda morti, e così muoiono per davvero. Le rondini vedono un pezzo di roba che sembra cielo e ci si spalmano contro in volo, non capendo che invece trattasi di vetro. E così via. Ma quelli sono animali (con tutto il rispetto) più semplici. I cani dovrebbero essere più evoluti e più abituati al contatto con l'uomo (ammesso che una specie, generazione dopo generazione, si possa abituare, e che non si debba ricominciare da capo ad ogni individuo), ma mi chiedevo se siano dotati delle - diciamo così - strutture mentali necessarie a catalogare cose che in natura non esistono. Come il vetro o l'asfalto o le macchine o il filo spinato o i vestiti. Già non dev'essere facile, per un cane, capire che un altro cane è proprio un cane, tante e tanto diverse tra loro (anche a livello di forme e colori e dimensioni) sono le razze che abbiamo creato. Per i cani non dev'essere facile neanche catalogare il mare o la neve, se li vedono per la prima volta in età adulta, visto che nessuno gliene ha neanche mai parlato, da cuccioli. Ma il mare e la neve esistono da sempre, da quando ancora non esistevano neanche i cani stessi, e quindi può darsi che questi col tempo si siano evoluti in modo tale da capirli e saperli gestire. Magari non capiscono perché in quel posto lì c'è tutta quell'acqua lì, o perché quel giorno il loro mondo è coperto da tutta quella roba bianca e fredda, magari pensano addirittura che ci sia di mezzo una qualche entità superiore, però insomma, in un modo o nell'altro se la strigano. Ma quando vedono passare una macchina, o quando, fatti salire su una macchina, vedono passare il mondo, chissà cosa pensano. Quello che penso io è che questo post poteva venire meglio. O, ancora meglio, poteva non venire proprio. Ma ormai.

domenica 11 luglio 2010

Sulla carta (stampata)

Perché magari non ci si pensa, ma il consumatore in realtà potrebbe essere più avanti di quanto lo si ritenga. Tutti lo prendono per scemo, il consumatore, e spesso hanno pienamente ragione, ma mica sempre.
Per dire, a me ogni tanto capita di leggere un giornale. Un quotidiano, intendo. Ad alcuni capita, oltre che di leggerlo, anche di comprarlo. Costa circa un euro, un quotidiano, e tutto sommato penso che sia un prezzo onesto. Però penso anche che, se mai mi dovesse capitare di comprare regolarmente il giornale, potrei anche essere disposto a pagare un piccolo supplemento pur di avere l'optional di un paio di punti (o graffette o spille che dir si voglia), e soprattutto pur di evitare la maledizione degli articoli che cominciano in prima pagina e finiscono chissà dove, e di quelli che vanno in parallelo l'uno con l'altro. E penso che potrei non essere nemmeno l'unico. In certi giorni ci sono una decina di articoli totalmente incorrelati tra loro che iniziano tutti sulla prima pagina e poi proseguono dove capita, sparsi in mezzo ad altri articoli più fortunati di loro, talmente fortunati da avere un inizio e una fine sulla stessa pagina. Per di più alcuni di questi articoli sono commenti a notizie di cui si parlerà diffusamente all'interno del giornale, e farli iniziare sulla prima pagina significa costringerti a leggere prima il commento e poi la notizia, che non sempre è piacevole. Infine, dover saltellare avanti e indietro per il giornale a cercare le continuazioni dei vari articoli favorisce lo scompiglio dei vari fogli che lo costituiscono, l'aumento esponenziale dell'entropia dell'universo, eccetera.
Lo stesso dicasi per i malaugurati casi, invero più frequenti sui periodici, in cui un articolo inizia in una pagina dove ce n'è già un altro non concluso. Tutti e due proseguono poi alla pagina seguente, e tu che ne stai leggendo uno devi ricordarti, quando l'hai finito, di tornare indietro e iniziare l'altro. E l'entropia dell'universo di cui sopra schizza verso livelli indecenti senza alcun motivo pratico.
E qui si arriva allo spunto del primo punto: i punti, appunto.
Ehm, scusate.
Dicevo: i punti. Capisco che il prezzo dell'acciaio sia notevole, capisco che per pinzare un giornale si dovrebbe introdurre un nuovo macchinario e una nuova fase di lavorazione, capisco tutto. Ma non mi si venga a raccontare che nel duemila e rotti non si riesce a trovare un modo per dare a un quotidiano una parvenza di rilegatura. Una pinzatrice, due punti, niente di più. Come in ogni rivistaccia da parrucchiera, meno che in molti volantini di discount di periferia dove c'è addirittura il lusso di un filo di colla. Si eviterebbe di tirar giù dal Paradiso una buona percentuale dei santi che lo abitano ogniqualvolta si tenta di voltar pagina controvento, e di spargere fogli di giornale per il mondo. L'utente potrebbe apprezzare il servizio, e magari persino pagarlo. Io apprezzerei. Pensateci, cari amici editori.

sabato 3 luglio 2010

Un post necessario

Premessa: tutto quello che segue sarà senz'altro già stato detto, e detto molto meglio, da qualcuno che ne capisce parecchio; ma siccome ci stavo pensando proprio l'altra mattina mi permetto di dire la mia, da profano. Tanto il blog è mio e lo gestisco io.
E quindi.
Tiri una moneta, forse viene testa forse viene croce. A caso. A caso? Ma sì, a occhio sì, a caso. Via, chi è che prima di tirare una moneta sa se verrà testa o se verrà croce? Nessuno. E già, però la questione è già diversa, messa così. È che nessuno lo sa. Ma non è che non si può sapere. È solo che il calcolo è troppo difficile. Ma volendo si saprebbe eccome. Cioè, se uno conoscesse alla perfezione la struttura della moneta, dimensioni, peso, densità, momento di inerzia, e quella dell'aria, e la forza impressa dal dito e il punto dove questa è applicata e tutto quanto, risolvendo qualche secchiata di equazioni integrodifferenziali il risultato del lancio si conoscerebbe benissimo. Viene testa. Viene croce.
E così per tutto, solo maledettamente più complicato. Per un dado, già bisognerebbe conoscere un bel po' di informazioni in più e risolvere qualche bancale di equazioni: ma alla fine una soluzione si troverebbe anche per lui. Avendo a disposizione, oltre alle informazioni sul dado e sull'ambiente che lo circonda, anche quelle sulla persona che lo tirerà, la sua forza, la lunghezza delle sue ossa, la posizione iniziale del braccio, la voglia di tirare quel dado in quel momento e così via, si può sapere che numero uscirà anche qualche secondo prima che quel tizio tiri quel dado. Tantissime informazioni, tantissimi conti e tantissimo tempo, ma alla fine una soluzione certa. Verrà 2. Verrà 5.
Ma allora, complicando ulteriormente i calcoli, si potrebbe sapere anche in che istante e in che luogo quella persona tirerà quel dado. Basterebbe conoscere lo stato attuale di quella persona, tutti gli stimoli che le arriveranno d'ora in poi, e il modo in cui quella persona reagirà a quegli stimoli modificando il proprio stato (il che è noto, una volta che se ne conoscono tutti i geni e i neuroni e le sinapsi e i muscoletti più inutili fin nel dettaglio del mitocondrio). Sapendo tutto su di me, ma proprio tutto, molto più di quanto ne sappia io stesso, un anno fa si sarebbe potuto prevedere che in questo momento avrei scritto queste boiate, per dire.
E così, disponendo delle necessarie informazioni (montagne di informazioni), noto lo stato dell'universo all'istante t si otterrebbe senza incertezza (dopo un tempo degno della migliore Trenitalia) lo stato dell'universo all'istante t+1. E da lì si andrebbe avanti. Tutto starebbe a conoscere le condizioni iniziali e le leggi che regolano tutto l'andazzo. Come tutti i problemi, anche questo se lo si fosse preso per tempo sarebbe stato ben più facile da risolvere: ora l'universo è già parecchio incasinato, e peggiora, ma se si partiva dal Big Bang o da lì vicino era tutta un'altra storia. Ma ormai per stavolta è andata così, bisogna prendere un istante iniziale diverso da 0 e da lì partire, pazienza.
E per i conti? Eh già, quello per ora è un casino. I conti da fare sono tanti, troppi, per ora. Per ora, però. E qua entra in gioco l'amico Moore. Il quale ci dice che, tra un po' di tempo, il tempo di calcolo non sarà più un problema. Succederà allora che qualche informatico (probabilmente cinese), rinchiuso in qualche garage, ignorando bellamente tutte le ben note questioni teoriche di computabilità e simili, tirerà fuori un programmino che lo sa fare. E lì saranno cazzi, ma cazzi grossi, per tutti.
Ci salverà Heisenberg?
Eh, a saperlo.

mercoledì 23 giugno 2010

Quelli che il treno - XVIII

Quel cavolo di bambinetto con quel cavolo di cappellino che quella sera, anni fa, era nel mio stesso scompartimento (era un venerdì, me ne tornavo a casa dopo una settimana di duro lavoro, e il treno era pieno a tappo - già, c'erano ancora gli scompartimenti da 6, all'epoca), e non stava fermo un attimo, e piangeva, e urlava, e scalciava, e faceva i capricci, e si alzava e si risedeva e si rialzava, e a un certo punto è andato nel corridoio e ha vomitato, e su quel cavolo di treno ci mancava giusto un po' di puzza di vomito, e poi è tornato al suo posto e nel frattempo gli avevano tolto quel cappellino e sotto era pelato, e vieni a sapere che faceva il casino che faceva perché era stanco e nervoso, e che era stanco e nervoso perché era partito per Milano la mattina alle 4 per fare non so che chemioterapia, che poi probabilmente era anche il motivo del vomito; e allora non serve rispolverare reminiscenze liceali, lo capisci anche da solo, capisci che non capisci né puoi capire un cazzo, e capisci, come diceva quello, che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri, e che quindi, nel dubbio, molte volte (mica sempre, eh: molte volte) faresti molto meglio a startene zitto, altro che deriderli o biasimarli per quello che fanno senza avere una vaga idea del motivo per cui lo fanno, e soprattutto, altro che scriverci sopra post a vanvera . Sul treno, poi.

lunedì 21 giugno 2010

Quelli che il treno - XVII

Quelli che si sentono tutti dei DCOI (Dirigenti Centrali Operativi Incompresi), che loro sì che saprebbero gestire alla perfezione precedenze e coincidenze e incroci e rallentamenti e far fronte in tempi impercettibili agli imprevisti più imprevedibili sfoderando autobus sostitutivi a dozzine, limitando treni qua, aggiungendo locomotive là, posticipando le partenze degli altri, chiudendo carrozze una sì e una no e sparando cazzate a vanvera a pacchi. E, come sempre, quelli che gli danno retta.

sabato 19 giugno 2010

Quelli che il treno - XVI

Quelli che la mattina presto, ma presto presto, all'ora che certa gente è appena andata a dormire, salgono sul treno, si siedono verso il centro della carrozza (intorno alla sesta fila, in genere), e appena chiuse le porte tirano fuori dalla borsa il loro bravo lettore MP3, s'infilano le cuffiette, e iniziano a spararsi nei timpani e diffondere nella carrozza quella loro sottospecie di pseudomusica, amplificata e distorta dalla cassa di risonanza costituita dalla loro cavità cranica, convinti forse, per qualche insondabile ragione, che anche tutto il resto del convoglio e del genere umano debba per forza apprezzare, soprattutto nel bel mezzo del naturale abbiocco di quell'infausta ora antelucana, quella musica finto rock italiana (come avrebbe potuto dire quello) o quella specie di metal leggero, classico, totalmente fuori moda, o comunque quel tun tun ciak monotono e molesto che emanano. In poche parole: quelli come me.

giovedì 17 giugno 2010

Quelli che il treno - XV

Quelli che il sole li stermina peggio dei vampiri di una volta, li squaglia come ghiaccioli all'amarena, forse li spiuma come Icaro, e quindi appena un timido raggio di luce tardoprimaverile gli si posa per sbaglio addosso corrono a chiudere tutte le tende della carrozza, possibilmente su ambo i lati che non si sa mai, incuranti del fatto che per taluni viaggiatori, talvolta, certi paesaggi che si vedono passare incorniciati dal finestrino del treno possono valere da soli il viaggio stesso e buona parte del prezzo del biglietto.

martedì 15 giugno 2010

Quelli che il treno - XIV

Quelli che sui treni ci scrivono, ci pitturano, ci imprimono con le più svariate tecniche i loro nomignoli e i loro disegnini, perché in effetti al mondo ci sono troppi pochi muraglioni di cemento e piloni di viadotti che potrebbero essere imbrattati senza eccessivo danno (così come le pareti di casa loro, volendo - per tacere di Internet), e comunque la loro creatività è troppo smisurata per lasciare in pace l'esterno e l'interno dei treni che a qualche arretrato mentecatto, che considera quegli scarabocchi degli sgorbi e non una geniale forma d'arte postmoderna, non dispiacerebbero neppure della loro banalissima ma onesta livrea XMPR.

domenica 13 giugno 2010

Quelli che il treno - XII

Quelli che si sono comprati la valigia con le ruote e quindi, giustamente, avendola comprata la devono usare, la devono sfruttare fino in fondo, devono ammortizzare il maggiore esborso derivante dalla presenza delle ruote, che non è poco, e quindi trascinano la loro valigia con le ruote lungo tutto il corridoio del treno travolgendo tutto quanto ostacola la loro avanzata, cartacce, borse, piedi, ogni cosa; poi arrivano alla porta del treno, si fermano, sollevano la valigia, scendono gli scalini, si fermano, posano la valigia, la trascinano per quella dozzina di decimetri che li separano dal sottopassaggio (ché non si butta via niente), si fermano, sollevano la valigia, scendono le scale del sottopassaggio, si fermano, trascinano la valigia nel sottopassaggio (tipicamente non sono chilometri e non sono 4 corsie), si fermano, sollevano la valigia, salgono le scale del sottopassaggio, si fermano, appoggiano la valigia in terra e finalmente prendono culo e ruote e levano entrambi dalle palle, dalle tue palle, di te che sei dietro di loro, in ritardo, hai fretta, e ogni 3 passi ti tocca inchiodare e rischiare di crollargli addosso per inerzia dovendoli poi ripagare per buoni. Che tra l'altro probabilmente fanno il triplo della fatica che sarebbe necessaria sollevando quella valigia e portandosela a mano per quei 10 cazzo di metri, ma fosse tutto lì poco male, fatti loro. Invece no, sono anche fatti tuoi. E quindi.

giovedì 10 giugno 2010

Quelli che il treno - XI

Quelli che occupano i sedili davanti e accanto a loro con le loro valigie, borse, zaini, giacche e quant'altro, e questo lo facciamo tutti, per carità, però quelli non tolgono la loro roba di mezzo neanche quando vedono che c'è gente in piedi, e anzi si siedono comodi, allungano i piedi, allargano i gomiti, e guardano in su con aria di sfida, come a dirti "Sì, è libero e lo rimane".

martedì 8 giugno 2010

Quelli che il treno - X

Quelli che quando in tutto il treno c'è una sola carrozza con l'aria condizionata funzionante (dicesi una) decidono che l'aria condizionata, specie se aggratis, nuoce gravissimamente alla salute loro e del mondo intero, e che però guarda caso tra tutte le carrozze del treno e dell'universo ferroviario quella è proprio la loro preferita, non potrebbero mai sopravvivere se passassero in un'altra carrozza, loro sono nati e hanno vissuto fino a quel momento proprio per sedersi in quella carrozza lì, non la abbandonerebbero neppure nel (raro) caso di un ammaraggio, e allora invece di prendere il culo e andare a schiattare di caldo altrove prendono e spalancano i finestrini, lasciando entrare una congrua quantità di sanissima afa e perché no anche qualche zanzara di passaggio che non aspettava altro, a rammentarci che siamo nati per soffrire.

domenica 6 giugno 2010

Quelli che il treno - IX

Quella ragazzina che ogni tanto la mattina sale, avrà due dozzine d'anni, non è che sia bellissima ma non è neanche da buttare (in una parola: avercene), sembra una tipa tranquilla, semplice, perbene; e però appena seduta apre la borsa e inizia a spalmarsi roba in faccia, sugli occhi, sulle ciglia, sulle labbra, sulle unghie, e va avanti fino al momento di scendere, e dà l'impressione che potrebbe continuare ancora, e nessuno che le dica fermati!, neanche il controllore, e così quella ragazzina semplice imbrattandosi di stazione in stazione scende dal treno conciata come una semplice baldracchina. Perché lo fai, come diceva quello?

venerdì 4 giugno 2010

Quelli che il treno - VIII

Quelli che salgono prima che tutta la gente che doveva scendere sia scesa, e spingono e sgomitano e scalciano salendo su per gli scalini della carrozza come salmoni che risalgono il torrente controcorrente, forse nel timore che se aspettano troppo scenda anche il macchinista e gli tocchi guidare (che è una faticaccia). Qualcuno li tranquillizzi una volta per tutte, per pietà.

mercoledì 2 giugno 2010

Quelli che il treno - VII

Quelli col cane che, siccome sanno bene che se non tratti i cani almeno come cristiani (ma almeno, eh) incarni la feccia del creato e meriti soltanto una morte atroce e a seguire la dannazione eterna, fanno gentilmente accomodare i loro simpatici amici a quattro zampe sul seggiolino accanto al tuo, senza privarli dell'elementare libertà di bere e mangiare e annusare e leccare e mordicchiare e sbavare e spulciarsi comodamente seduti su un seggiolino imbottito, proprio come farebbero loro.

venerdì 28 maggio 2010

Quelli che il treno - VI

Quelli che a un certo momento del viaggio estraggono dalla borsa un flacone di quel famoso gel igienizzante, sterminatore di batteri di ogni ordine e grado, nemico giurato di qualunque forma di vita visibile e invisibile, insomma avete capito, proprio quello. Lo estraggono fieri e se ne versano in mano un'abbondante quantità, e poi se lo sfregano tra le mani compiacendosi del loro immacolato lindore, guardando con sprezzante sufficienza e una buona dose di ribrezzo te che nel seggiolino di fianco consenti a intere colonie batteriche (ohibò) di proliferare indisturbate sulle tue sudice manacce; e continuano a spalmare mentre quella puzza di igiene-senza-se-e-senza-ma si spande per la carrozza raggiungendoti insieme al pensiero che sì, per forza, prima o poi dovrà venir fuori che, spalma oggi spalma domani, quel portentoso gel sterilizzatore non stermina solo gli incolpevoli batteri ma anche le mani dell'utente e magari non solo quelle ma l'utente tutto, perché se ti fermi un attimo a pensarci è logico che spalmarsi addosso una sostanza così letale senza minimamente risciacquare ma anzi facendola assorbire ben bene non può che far male. Ma perché fermarsi? Perché pensarci? Non è ancora venuto fuori ufficialmente, no? E quindi avanti, possono ancora fregarsene le mani e non solo quelle. Contenti loro.

mercoledì 26 maggio 2010

Quelli che il treno - V

Quelli che appena per un qualunque motivo il treno si ferma cinque minuti in una stazione iniziano a dire che quel treno lì è sempre in ritardo e che i treni sono sempre in ritardo e non si fanno scappare l'occasione di raccontare ad alta voce tutti gli aneddoti che li hanno visti protagonisti o dei quali siano anche solo lontanamente a conoscenza che riguardano un treno in ritardo o presunto tale, ma proprio tutti tutti; e quelli che gli danno retta.

lunedì 24 maggio 2010

Quelli che il treno - IV

Quelli alti un metro e un cazzo che si siedono di fronte a te e si piazzano la valigia in mezzo ai piedi. Certo, la piazzano in mezzo ai loro piedi, mica ai tuoi. Peccato però che in realtà, vista la conformazione tipica dei seggiolini del treno, uno di fronte all'altro, quello spazio lì sarebbe proprio quello dove teoricamente ci sarebbe lo spazio per i tuoi piedi. Teoricamente. Ma tanto loro stanno comodi così, cazzi tuoi se riesci a toccare terra anche da seduto, così impari.

sabato 22 maggio 2010

Quelli che il treno - III

Quelli che si impossessano di tutto il bracciolo tra i due sedili, ma tutto, proprio il 100%, appoggiandovi con leonardesca precisione anatomica tutto l'avambraccio, ma tutto, proprio il 100%, fino al polso, e magari, giusto per sicurezza, fanno sporgere anche un po' il gomito dalla tua parte, che è meglio stare tranquilli, di questi tempi.

giovedì 20 maggio 2010

Quelli che il treno - II

Quelli che appoggiano i piedi sul sedile davanti al loro, e li appoggiano di piatto, con tutta la pianta, e per questo si sentono dei grandi, dei giusti, dei duri, degli anticonformisti, dei ribelli, degli eroi, e se ne sentono in diritto perché intanto, si sa, il treno fa schifo, e non li sfiora l'idea che forse fa schifo anche per colpa di quelli come loro, e comunque mai quanto loro.

martedì 18 maggio 2010

Quelli che il treno - I

Quelli che in un soleggiato pomeriggio di primavera se ne stanno seduti con apparente tranquillità da tutt'altra parte della carrozza ma in realtà ti stanno tenendo d'occhio, pensano solo a quello, non aspettano altro che quell'attimo, e infatti appena fai tanto di aprire di due dita il finestrino scattano in piedi ordinandoti gentilmente di sigillarlo a dovere, perché sta scritto: un finestrino chiuso ha maggior ragione di esistere rispetto a un finestrino aperto. Il diritto di chiudere prevale sempre sul diritto di aprire. Cosi è la vita, caro mio.

lunedì 10 maggio 2010

Storia di un buco

Prima lì non c'era niente. O forse qualcosa c'era, ma intanto anche se c'era non si sa cosa fosse: quindi niente. Poi un bel giorno (beh, bello... di sicuro non pioveva, però non c'era neanche il sole, proprio in senso letterale) per un qualche motivo successe che pum!, e nacquero gli atomi e le molecole e le nebulose e le galassie e le stelle e i pianeti, tra cui questo qua che potete ammirare proprio sotto di voi. E anche lì all'inizio non è che ci fosse granché, era tutto molto semplice, c'era un blocco di terra e un blocco d'acqua; ma poi si sa come vanno queste cose, la terra si spaccò, di qua si sollevò, di là s'inabissò, l'acqua ci entrò in mezzo, nel frattempo per qualche strana alchimia quella che chiamiamo vita nacque e si sviluppò nelle forme che conosciamo e in molte altre, e così, per farla breve, si arrivò ai giorni nostri.
Tutto questo preambolo per dire che prima in quel posto lì non c'era niente, ma proprio niente niente, neanche quel posto lì. Poi ci venne un atomo di elio, poi finalmente un pianeta, sì, ma magari c'era il mare. Poi il fondale marino si sollevò. Poi un qualche albero, o felce o muschio o lichene o chissà cosa, cominciò a mettere radici proprio lì, proprio in quel punto. E dopo che lui fu morto ne arrivò un altro, e poi un altro e un altro ancora, e fu sera e fu mattina, per anni e anni. Solo che nel frattempo era arrivato anche l'uomo. E un giorno l'albero e l'uomo si trovarono uno di fronte all'altro. L'uomo a dire che quel pezzetto di terra era suo da qui a lì e di un altro da lì a là, ma comunque di un altro uomo. L'albero che, ignorando l'equivalenza tra proprietà e furto, se ne stava tranquillamente lì, ma proprio . Al confine tra due pezzettini di mondo appartenenti a due uomini diversi. Uno dei quali, per sancire e concretizzare il suo arbitrario diritto di proprietà, ebbe l'idea antica ma efficace di costruire un muro. Ma lì dove passava il confine, e dove doveva passare il muro, lì c'era l'albero. E quindi l'uomo, volendo preservare la vita dell'albero senza per questo regalare al vicino un solo centimetro quadrato di pianeta, tirò su il muro in modo tale che l'albero ci passasse in mezzo. Nel muro creò un'apertura dal diametro un poco superiore a quello dell'albero, circondandolo senza stringere, che stringere un albero con conviene a nessuno, si sa. Poi però, come tutte le cose che vivono, quell'albero è morto. Il muro invece non viveva, e quindi non è morto. E così...

E così, quando il tronco di quell'albero sarà marcito e si sarà decomposto del tutto, probabilmente il muro sarà ancora lì. Col suo buco, che a quel punto sarà del tutto inutile e renderà quasi altrettanto inutile il muro nel suo complesso. Ché un muro con un buco che muro è? E le genti che passeranno (o bella ciao ecc.) vedranno quel muro con quel buco vuoto, del quale non comprenderanno la ragione. E non capendo, anziché ringraziare il saggio costruttore del muro, che l'ha progettato e realizzato in modo da non compromettere l'esistenza di quell'innocente albero, scherniranno quel cretino di un costruttore di muri bucati.
Morale: costruite muri pieni e fottetevene degli alberi. L'umanità si merita questo.

mercoledì 28 aprile 2010

Una sgommata sbagliata

Oggi ero a lavorare, e a un certo istante della mia dura giornata lavorativa ho pensato bene di prendermi una meritata pausa e di espletare una rilassante pisciata. Mi sono quindi recato al più vicino cesso libero, sono entrato e ho chiuso la porta. Ora, siamo tutti uomini di mondo e sappiamo tutti come sono i cessi nei luoghi pubblici. Diciamo che la gentile utenza, soddisfatti i propri bisogni, tende a curarsi della pulizia della tazza in misura leggermente minore di quanto farebbe a casa propria (o almeno, me lo auguro). Ciò, in ogni caso, è errato ma umano. Insomma, per farla breve, nei cessi pubblici si manifesta sovente il fenomeno denominato, in gergo tecnico, "sgommata". E così era anche nel cesso in cui mi sono recato quest'oggi. Con una particolarità non secondaria, però.
A causa di palesi ragioni morfologico-fisiognomiche che non sto qui a spiegare, normalmente la sgommata la si trova dalla parte del muro. Cioè, prendendo come punto di riferimento la vaschetta centrale con l'acqua, la sgommata classica è ubicata, rispetto ad essa, dalla parte opposta a quella in cui si trova lo spettatore. Quella che ho trovato io oggi, invece, era sul davanti. Dalla parte dello spettatore.
Già.
E io ci sono stato un po' a riflettere, lì davanti: diciamo che mi sono trattenuto qualche decina di secondi oltre il tempo strettamente necessario (mea culpa, capo), ma non me ne sono proprio capacitato. Ad ogni buon conto, uscendo ho prestato particolare attenzione ad evitare accuratamente di tirare lo sciacquone, in modo da consentire anche al successivo utente di quel cesso lo studio di un simile fenomeno. Spero che costui sia stato in grado di spiegarsi come e perché quel tizio prima di me abbia prodotto un tale prodigio. Io me ne sono lavato le mani (in tutti i sensi).

sabato 17 aprile 2010

Trainspotting e oltre

L'altro giorno ho visto passare un treno. Ma non un treno qualsiasi: il mio treno. Per tutta una serie di motivi che non vi devono interessare, l'altro giorno per arrivare alla stazione l'ho presa un po' più larga del solito, ho imboccato una strada alternativa, mi sono perso seguendo chilometrici sensi unici spiraliformi, mi sono ritrovato chissà come al passaggio a livello (che mi si è chiuso in faccia, come nelle migliori tradizioni), ho spento la Panda e ho visto passare puntualissimo il mio trenino. Prima del suo passaggio, però, seduto al sicuro della mia Panda ferma ho visto passare anche altra gente. Pedoni che arrivavano dalla mia direzione (li vedevo avvicinarsi nello specchietto), s'infilavano sotto le sbarre del passaggio a livello, davano un'occhiata a destra e una a sinistra, attraversavano trotterellando i binari, s'infilavano sotto le sbarre del passaggio a livello dall'altra parte e scomparivano dalla mia visuale. O viceversa.
Statisticamente, tra tutti gli attraversatori di passaggi a livello chiusi, ogni tanto qualcuno lascia la pelle a metà strada. È matematico. Ma credo che, esclusi parenti e amici stretti, in pochi piangano per questa gente. Attraversare i passaggi a livello chiusi è pericoloso, si sa. È ben per quello che li chiudono. E quella gente lì, quella stirata dal treno mentre attraversava un passaggio a livello chiuso, se l'è andata a cercare. Punto. Il che è anche vero. Se aspettavano buoni buoni che le sbarre si riaprissero, erano ancora qua con noi. Non ci piove.
Sì ma chi è che non se l'è cercata? Io con la mia Panda, se all'apertura delle sbarre fossi scivolato sopra una pozzanghera d'olio perso dal treno appena transitato e mi fossi spalmato contro il camion proveniente dalla direzione opposta, anch'io me la sarei cercata: se andavo a piedi, se andavo più piano, se facevo più attenzione a evitare l'olio, se mettevo i pneumatici da neve, ero ancora qua. Anche qualche sciatore fuoripista d'alta montagna e bassa stagione ogni tanto viene fagocitato da una valanga, ci rimane, e se l'era cercata. Ma anche una turista tedesca di mezz'età che mette male un piede lungo un sentiero delle Cinque Terre rischia di finire ai pesci; e persino chi passeggia pacatamente in riva al fiume può, in casi eccezionali, essere sbranato da un branco di famelici cani randagi o impallinato da un onesto cacciatore di specie protette. Qualunque cosa uno faccia presuppone una certa percentuale di rischio, più o meno alta, magari infinitesimale ma non nulla. In altre parole, tutti se la sono cercata, chi più chi meno. Non è che si può mettere una soglia sopra la quale è legittimo dire "me ne frego, se l'è cercata, si arrangi", come si sarebbe tentati di fare se si dovesse andare in elicottero a ripescare lo sciatore fuoripista di cui sopra in mezzo ai ghiacciai, con tutti i rischi del caso. Si dovrebbe, forse, ma non potendo mettere dei paletti precisi non si fa. E allora? Allora niente, era così per dire.

lunedì 5 aprile 2010

Sed lex

Non so, forse sto scrivendo l'ennepiuunesima cazzata, forse è solo una banalità, forse non è neanche un pensiero particolarmente democratico, e comunque è assai probabile che svariati politicanti e filosofastri abbiano esposto lo stesso concetto ben prima di me e con ben altra profondità; però:

La legge è uguale per tutti.
Vi sembra giusto? Sì, a prima vista mi sembra giusto anche a me, e grosso modo torna: cioè, a grandi linee è giusto per davvero. Ma mica sempre, mica per forza.
Facciamo un esempio terra terra. Davvero è giusto che l'importo della contravvenzione per un Pandino in divieto di sosta sia pari a quello per un Cayenne parcheggiato nello stesso identico punto alla stessa ora dello stesso giorno? Il danno causato alla fluidità del traffico è il medesimo e quindi, essendo la legge uguale per tutti, identico dovrebbe essere l'importo della multa; però, a parità di multa, il portafogli del padrone del Pandino ne risente assai di più, e converrete che ciò non è equo.
Oppure, per quale motivo chi è al potere, democraticamente eletto, deve vedersi negato il sacrosanto diritto di stabilire che "Il signor Gilo, amico mio e accusato di falso in bilancio, sfruttamento della prostituzione minorile, annessi e connessi, è innocente, punto"? Ora invece, siccome la legge deve essere uguale per tutti, per tirarne fuori uno di galera bisogna inventarsi depenalizzazioni, indulti, condoni, prescrizioni, decreti interpretativi, tar, cavilli... e farli uscire tutti: a chi giova?
E ancora, tanto per restare in tema, prendiamo la legge elettorale. A parte maggioritari, proporzionali, sbarramenti, listini e tecnicismi vari, il concetto di base è che ogni elettore dà un voto, e ogni voto vale 1. Ma davvero ha senso che il voto di un qualunque cretino come me, o di uno che sceglie quel partito perché gliel'ha detto la tivù o perché gli piace l'accostamento cromatico del simbolo, valga tanto quanto quello di insigni politologi (dell'una o dell'altra parte, non è questo il punto) che magari spendono anni e anni di lavoro a studiare la situazione sociopoliticoeconomica nazionale e mondiale passata, presente e futura? Intendiamoci, il suffragio universale è una conquista fondamentale e indiscutibile, ci manca: si tratterebbe solo di aggiungere un aggettivo. Che sarà mai un aggettivo. Passare al suffragio universale pesato. Tutti voterebbero, ma al seggio ad alcuni (tra cui me) verrebbe consegnata una sola scheda, ad altri 2, ad altri ancora, quelli che ne sanno davvero a pacchi, che hanno studiato punto per punto i programmi di tutti i candidati e hanno valutato gli effetti positivi e negativi di ciascuno, 10 o 20. Certo, ci vorrebbe un organismo super partes che stabilisse i criteri di merito in modo univoco e imparziale, ma poi sarebbero solo vantaggi. E giustizia per tutti, come dicevano quelli.
Insomma, sarebbe giusto che la legge fosse uguale per tutti se tutti fossero uguali. Ma fortunatamente non è così. Nessuno è uguale a nessun altro, è un dato di fatto. La natura, umana e non, funziona così. E allora adeguiamoci, una buona volta, no?

sabato 27 marzo 2010

Insert coin

Fino a pochi mesi fa a Sarzana, nella piazza con la statua col tipo col culo di fuori, resisteva uno storico negozio di articoli sportivi. Poi quel negozio ha chiuso, e nel locale che occupava sono stati installati vari distributori automatici. In realtà non so se hanno successo, ma glielo auguro di cuore, perché offrire al turista low cost o al passante frettoloso uno snack, una bibita e un caffè per pochi spiccioli e in pochi secondi costituisce un'attività encomiabile, nonché una delle poche che mancavano nella nostra città. Solo che forse questi di Sarzana si sono fatti prendere un po' la mano. Quella che segue, e che se ci cliccate sopra s'ingrandisce e se no no (fate un po' voi), è una foto scattata qualche giorno fa all'angolo superiore sinistro di uno dei distributori automatici in questione. Non è certo un capolavoro dell'arte fotografica moderna ma rende l'idea.


Nell'ordine, vi si possono identificare i seguenti prodotti:
  • Una chiavetta, altrimenti detta chiavina o pennina o pen drive o flash drive o periferica di archiviazione di massa USB (in esperanto, poŝmemorilo) da 8 GB;
  • Pacchetti di pseudopatatine;
  • Pacchetti di pseudocaramelle;
  • Chiavette, altrimenti dette come sopra, da 1 GB.
Ora, uno che è in giro per la strada può sentire un certo languorino e quindi comprarsi un pacchetto di patatine o simili (ma a proposito, come si chiamano quei cosi lì?), è normale. D'altra parte, chi abbia voglia di qualcosa di dolce ma sia particolarmente attento a non introdurre nella propria sana dieta un'eccessiva quantità di zuccheri può mangiarsi un pacchetto di caramelle dolcificate con sostanze presunte cancerogene e di certo lassative: perfettamente normale anche questo. Ma perché mai quel tale, mentre passeggia per il centro storico di Sarzana, dovrebbe sentire il bisogno di acquistare una chiavetta, e dovrebbe sentirlo così impellente da acquistarla in un distributore automatico? E per di più, transeat (come direbbe il mio responsabile tecnico preferito) per la chiavetta da 1 GB, quella in basso a destra, antiquata quanto si vuole ma se non altro impacchettata regolarmente; ma quell'altra? A parte che per comprarla in un distributore automatico bisogna avere in tasca 3 etti di monetine e la certezza che il meccanismo di espulsione del prodotto scelto non s'incepperà sul più bello; a parte questo, perché? Sia chiaro, lungi da me mettere in dubbio l'onesta del venditore o la regolarità della compravendita: la capacità sarà sicuramente pari a 8 GB e non un bit in meno, e se la scritta dice NUOVA!!! sarà senz'altro NUOVA!!! con tutti e 3 i punti esclamativi, e le modalità per usufruire della garanzia qualora la chiavetta risultasse inutilizzabile saranno senz'altro descritte con dovizia di particolari in un file memorizzato nella stessa, ci mancherebbe. Tutto in ordine. Ma perché?

sabato 20 marzo 2010

orteidni'llA

No, io no, io non sono di quelli; però ci sono anche loro, e bisogna tenerne conto. Gente strana, ma che in fondo non reca alcun danno alla collettività, anzi, forse le porta anche qualche leggero vantaggio.
Quelli che in treno si siedono all'indietro. Ovvero nella direzione opposta a quella di marcia.
Naturalmente non parlo dei treni coi posti prenotati, né dei casi in cui si è costretti a sedersi all'indietro da cause di forza maggiore: i seggiolini rivolti nella direzione giusta possono essere occupati, o sudici, o sfondati; oppure ci può essere qualcuna/o che vale la pena ammirare seduta/o nell'altro senso dall'altra parte del corridoio. Oppure si può essere in compagnia, uno si gira da una parte e uno dall'altra, è normale. No, parlo dei casi in cui sedersi in una direzione o nell'altra non comporta alcuna differenza che non sia, appunto, la direzione. Normalmente le persone tendono a sedersi nella direzione verso cui viaggia il treno, alcuni adducendo addirittura motivazioni gastrointestinali assai poco plausibili specie su linee prive di qualsivoglia curva percettibile dall'apparato sensoriale umano più sviluppato, ma ci sono le eccezioni.
Chissà perché lo fanno.
Forse è una questione psicologica, preferiscono rivedere i luoghi dove sono già passati piuttosto che scoprire quelli dove passeranno. Roba tipo rimanere ancorati alle proprie radici. Romantico non poco.
O forse si sentono più sicuri, poiché in caso di scontro frontale non verrebbero sbalzati in avanti ma prenderebbero solo una craniata contro il poggiatesta. Soluzione applicabile, volendo, anche alle auto (alle moto meno), così da poter fare a meno delle cinture. Per la sicurezza questo e altro.
Oppure hanno considerato che mediamente il treno frena più bruscamente di quanto non acceleri, sicché addormentandosi seduti all'indietro si riduce il rischio di antiestetici penzolamenti cervicali in fase di frenata. Fisicamente all'avanguardia.
O magari ci sono altre ragioni ancora più profonde, chissà. Di certo se lo fanno avranno i loro buoni motivi. Che non so e non voglio sapere.
A me mi basta che mi lasciano liberi i posti buoni.

mercoledì 10 marzo 2010

Ciao Darwin

Da qualche parte abbiamo sbagliato. Non è stata colpa nostra, né mia né vostra né, per una volta, di chi è venuto immediatamente prima di noi: è andata così e amen, gli errori si fanno e si pagano. Questo errore noi (noi la razza umana, dico) l'abbiamo fatto e lo paghiamo e lo pagheremo.
Dev'essere successo pressappoco quanto segue: a un certo punto, lungo la lunga e contorta e ramificata strada dell'evoluzione, ci siamo trovati dinanzi a un bivio. L'evoluzione delle specie, si sa, è costellata di questi bivii. Una razza arriva lì e, anche se non lo sa, si biforca. Di qua asino, di là cavallo. Di qua maiale, di là cinghiale. E una volta che una razza ha imboccato una certa strada non c'è mica più verso di tornare indietro. Si va sempre avanti, fino a un nuovo bivio o fino a un qualche cul de sac (chiedere a tilacini, dodi (no, non quello dei Pooh) e dinosauri vari). E così è successo all'uomo: a un certo punto un certo grumo di geni ha deciso di mutare, e ci si è separati: di qua Neanderthal, di là Sapiens (detta a spanne), e così via. Solo che, come tutte le cose del mondo, ogni razza ha i suoi pregi e i suoi difetti. All'asino magari farebbero comodo certe caratteristiche del cavallo, o della zebra, chissà; ma non ce le ha, e pazienza, va bene anche così, nel complesso, e comunque non può farci niente, l'asino, e quindi gli conviene andarsi bene così, tenersi com'è. E lo stesso vale per noi. L'uomo in fondo funziona bene, ha i pollici opponibili, la stazione eretta, il culo sporgente, un sacco di belle cose. Però qualche dettaglietto che non va, o che potrebbe andare meglio, ce l'ha anche lui.
Ad esempio. In questi giorni fa un freddo porco. Venti artici e venti antartici (e fanno quaranta) si sono dati appuntamento proprio qua al fine di sfidare il calendario che vorrebbe fosse quasi primavera. E così uno esce di casa e ghiaccia. Ghiaccia tutto il corpo, ma soprattutto certe zone. Soprattutto quelle scoperte. E tra queste tendono a ghiacciare in particolar modo naso e orecchie. Anche guance e mento non se la passano benissimo, certo, ma il freddo lo sentono soprattutto naso e orecchie. Madre Natura, com'è noto, ha dotato un bel po' di animali di apposita pelliccia, affinché potessero difendersi da questi e ben altri freddi. Di questa utile coltre pelosa a noi è rimasta (tra l'altro) la barba. La barba però, anche a lasciarla crescere, cresce su guance e mento. Cioè in posti magari non del tutto sbagliati ma certo meno utili di altri. Pazienza, certo, ci si adegua, però già che c'era avrebbe fatto comodo anche altrove, la barba. E mi sa tanto che nel corso di milioni di anni di evoluzione a qualcuno è capitato di averla dove serve. Qualche nostro progenitore si è trovato a un bivio: di qua pollici opponibili e appendice, di là barba su naso e orecchie (per l'inverno) e chissà quali sfighe (per tutte le stagioni). Per un certo periodo magari le due specie hanno convissuto più o meno pacificamente, poi la nostra ha prevalso, per un motivo o per l'altro (o per una semplice botta di culo, come spesso accade). E così usciamo, ghiacciamo e ci teniamo come siamo.

martedì 2 marzo 2010

Vintage?

Per ragioni sulle quali non mi soffermerei neppure se vi riguardassero, l'altro giorno mi sono arrivati a casa due CD. Mi sono arrivati e ho pensato bene di sentirli, per vedere quanto meno se funzionavano. E allora ho tolto dalla borsa l'onesto lettore MP3 che uso abitualmente in viaggio e per un giorno l'ho sostituito col caro vecchio riproduttore portatile di CD, riesumato per l'occasione da lungo letargo. Riproduttore marca Autovox, modello AX-01A14, e chissà quanti modelli differenti di riproduttori portatili di CD avrà mai prodotto la Autovox per doverli identificare mediante sigle astruse quali AX-01A14. Numero di serie 000100568, ma trattasi con ogni evidenza di numero pseudocasuale.
Ad ogni modo, ho preso due pile stilo alcaline, le ho inserite rispettando la polarità (una all'insù e una all'ingiù, ché le pile vanno in serie, si sa), ho collegato le cuffie (uscita PHONES, mica uscita LINE OUT: sembrano uguali ma invece c'è il trucco) e ho buttato il tutto nella borsa. Accomodatomi sul treno, mi sono scoperto a riscoprire gesti antichi, manualità dimenticate, interfacce primitive, nomenclature bizzarre. Aprire la confezione dei CD, estrarne uno facendo attenzione a non graffiarlo (in treno non è mica banale), aprire il coperchio del lettore, inserire il CD esercitando una pressione decisa ma non eccessiva al centro, richiudere il coperchio, e finalmente premere PLAY. Non poter leggere il titolo della canzone che si sta ascoltando né la sua durata, ignorare la carica residua delle pile. Regolare il volume ruotando una rotellina, forse un reostato o forse un potenziometro, non so, di sicuro qualcosa di intuitivo come solo l'analogico sa essere. Agire sul comando magniloquentemente denominato BASS BOOST (e già, perché l'apparecchio è dotato di "DBBS - Dynamic Bass Boost Sound", che vi credevate?). Dover fare attenzione a non sottoporre l'aggeggio a sollecitazioni eccessive e/o prolungate (nonostante il "10-second Anti Shock" sia di serie). Non poterlo mettere in tasca. A metà del viaggio, dover cambiare il CD ripetendo e duplicando la procedura di cui sopra. Ma anche avere tra le mani il supporto su cui è incisa la tua musica, incisa, scolpita, pit e land, mica grumi di elettroni che non sai neanche dove sono. E avere il CD originale, dove "originale" significa ancora qualcosa, non molto, è vero, ma più che niente.
Non sono un nostalgico né un feticista del microsolco, non ho mai comprato un 33 giri né probabilmente mai lo comprerò, ho avuto qualche 45 giri da bambino, poi buttato via come un cretino, ma posso capire chi sostiene che nonostante tutto erano un'altra cosa. Non tornerei indietro, però in effetti qualcosa di buono (nel mucchio) c'era, e non c'è più. E mi sa che quelli della mia generazione sono stati gli ultimi per cui queste cose qua contavano ancora qualcosa, e però mi sa anche che se queste cose qua non contano più, se una canzone non è che una lunga serie immateriale di zeri e di uni che si può copiare infinite volte rimanendo sempre identica a se stessa (ed è così), tutto il sistema com'è stato e com'è non dura ancora per molto, ma su questo sono stati e saranno scritti terabyte di zeri e di uni, e quindi la chiudo qui. Intanto non è questo il punto.
Il punto è che tutto ciò, il lettore CD, le pile stilo eccetera, fino a pochi anni fa era normale, anzi, quasi all'avanguardia. Era normale tirar fuori dalla borsa un lettore CD (beh, magari non un Autovox, ma insomma), nessuno ti guardava come un fossile. In fondo mica sono cassette, i CD. In fondo sono zeri e uni anche loro. In fondo il CD è una tecnologia figlia degli anni 70, ma anch'io sono figlio degli anni 70, e non mi ritengo ancora proprio così vecchio. O sì?