sabato 26 marzo 2011

Riproteine

No, lo confesso: non sono vegetariano. La carne mi piace, la mangio con gusto e in abbondanza, se ce n'è e se è buona, ma anche se non è quel granché. Però in fondo in fondo un briciolo di senso di colpa mi viene. So che ho ucciso un essere vivente, e che prima di farlo morire gli ho fatto passare una vita di merda. Tirato su tra ormoni e antibiotici, in spazi angusti e malsani, in tempi e modi che poco o nulla hanno a che vedere con quelli che la natura aveva dato in sorte a quella povera bestia. D'altra parte, cacciare animali liberi non è una soluzione, anzi. Ritornava una rondine al tetto eccetera. Lo so. Sono uno stronzo. E però le proteine sono necessarie, e buone. E allora? Allora non arrivo al punto di rinunciare alla carne ma cerco almeno di rispettarla, di trarne il massimo vantaggio, di dare un minimo di senso alla vita e alla morte di quella povera bestia che non ha scelto né l'una né l'altra e che si è ritrovata suo malgrado nel mio piatto. E quindi cerco di sfruttarla fino alla fine, di non buttarne via, di non lasciarne lì, di trangugiarla tutta spolpando con cura gli ossi e magari di riprenderne, se ne è avanzata. E non sono l'unico, a occhio. Mi pare che in diversi la pensino come me, che diverse persone, fortunatamente, onorino le creature viventi che le nutrono. E che tra queste persone vi sia, in particolare, il cuoco della mensa dove mangio di solito. Anche lui, a suo modo, probabilmente pervaso dai miei stessi sentimenti e conscio delle maggiori responsabilità che il suo ruolo gli impone, cerca per quanto nelle sue umane possibilità di onorare e rispettare la carne. E quindi non si limita a acquistare e cucinare parti di ultima scelta di bestie acciaccate di razze appena commestibili, quelle parti di quelle bestie di quelle razze che verrebbero scartate con ribrezzo da qualunque normale acquirente di qualunque Paese minimamente sviluppato, e quindi finirebbero senza gloria alcuna in sfarinati di origine animale per erbivori o in esche per trappole per topi o in terreni di coltura per colonie batteriche. Lui restituisce loro dignità, ma fa di più. Si adopera concretamente per limitare i possibili sprechi perpetrati dai clienti, facendo servire loro porzioni che lascerebbero appetito a un lillipuziano sazio. Ma ancora non basta. Costui, questo genio della cucina rispettoso dei viventi, le studia tutte, passa probabilmente nottate insonni, pur di escogitare soluzioni sempre nuove per riciclare, restaurare, ricondizionare, rielaborare e riproporre gli avanzi dei giorni precedenti. E così il roast beef (beef? boh), con due scaglie di formaggio e un po' d'insalata, diventa carpaccio. Il lesso, con due patate e molta onestà, diventa semplicemente lesso rifatto. L'arrosto diventa spiedino, lo spiedino diventa spezzatino (il famoso spezzatino col buco, uno dei suoi cavalli di battaglia), tutto ciò e molto altro diventa polpetta o polpettina o polpettone, il quale a sua volta, se la campagna è stata particolarmente generosa, si unisce agli avanzi di fagiolini, piselli, carote e quant'altro (ché anche il regno vegetale ha la sua dignità) e dà vita al famigerato medaglione, indicatissimo per quei nostalgici che vogliono rivivere in un colpo solo le emozioni che gli hanno dato tutti i secondi piatti e tutti i contorni di tutti i giorni della settimana passata. Ingredienti non identificabili neanche con le più avanzate tecniche di analisi del DNA e non databili neanche col carbonio 14 generano il ragù, il quale a sua volta, con le opportune integrazioni, si trasforma nel ripieno dei tortellini, che poi vengono ripassati al forno. Dopodiché, chissà. Quel che è certo, quel che conta, è che quella bestia non è morta invano.

domenica 13 marzo 2011

domenica 6 marzo 2011

Nutrire la Magra

Mi piace il mio fiume. È un fiumiciattolo come tanti, per tanti, ma per me è il mio fiume. E mi piace. M'è sempre piaciuto. Lo chiamano Magra, anzi, chi se ne intende sostiene che sarebbe femminile ("la Magra"), ma poco importa. È il mio nel senso che scorre a poca distanza da qui, saranno tre chilometri, sicché ai miei tempi spesso prendevo la bici e ci andavo, scendevo da via Pecorina, poi facevo il classico giretto corto tornando verso casa all'altezza di Gerardo, oppure allungavo fino a sbucare sul vialone dietro all'autolavaggio o addirittura dietro al Mogol, oppure, una volta giunto alla presa dell'acquedotto, anziché girare a sinistra prendevo verso la sorgente arrivando fino al ponte della ferrovia o (avendone proprio molta voglia) a quello dell'autostrada, e tornavo indietro passando sulla sponda destra. Poi, con gli anni, ho gradualmente diradato le visite, ma ogni tanto ci vado ancora, e su per giù, nel suo piccolo, è sempre lui. Un fiume che definirei onesto.
Tutto questo per dire cosa? Niente, che al mio fiume gli voglio bene. Per quanto si possa voler bene a un fiume. A lui in quanto tale e a tutti gli esseri viventi, animali e vegetali, che lo abitano. Perché, sapete, c'è un mucchio di bestiole e di pianticelle, al fiume. Grandi e piccole. E a tutte voglio bene. E voglio che tutte vivano bene. Che abbiano nutrimento a sufficienza. Tutta la catena alimentare, proprio. Che, a occhio, parte dagli esserini più piccoli. Se loro hanno da mangiare sono contenti, poi qualcuno più grosso mangerà loro e sarà contento, e così via, e così tutti saranno contenti, me compreso.
Per questo motivo, sono lieto di annunciarvi che poco prima di iniziare a scrivere questo post mi sono ritirato nella stanzina qua accanto, e che poco dopo esservi entrato ho donato ai simpatici colibatteri fecali che abitano il mio fiume (il tratto a valle del depuratore, per l'esattezza) due o tre bei blocchi cilindrici e marroni di sostanze biologiche altamente nutrienti, roba di cui vanno senz'altro ghiotti. E ora mi sento meglio. Perché gli voglio bene.