martedì 31 maggio 2011

Conviene obbedire.

Ovvero:

È pericoloso rifiutarsi.

domenica 22 maggio 2011

Un abbonato ha sempre un posto in prima fi

Non sempre una nuova invenzione genera un nuovo oggetto. Talvolta si inventano anche delle idee, dei concetti, magari verificabili e brevettabili con minor facilità ma altrettanto, se non addirittura maggiormente, influenti sulla vita di chi se ne avvale e dell'umanità nel suo complesso. Penso ad esempio alla politica: qualcuno, prima o poi, ha inventato i concetti di dittatura, democrazia, mafia e via dicendo. E queste invenzioni si sono diffuse. Ma anche limitando l'osservazione alla vita quotidiana dei singoli gli esempi non mancano. Per dire: negli ultimi tempi, come qualcuno tra i lettori più attenti avrà forse intuito, prendo spesso il treno. Quasi sempre sulla stessa tratta. E quindi non acquisto biglietti di corsa semplice ogni volta, ma faccio l'abbonamento. Ebbene, il concetto di "abbonamento" l'avrà pur inventato qualcuno. Ed è stata una buona idea, la sua. E infatti si è diffusa con successo in diversi settori. La corriera, la palestra, le riviste, il teatro, la televisione. Ma la diffusione delle buone idee (la democrazia, l'abbonamento) andrebbe favorita, sostenuta, agevolata. Magari pacificamente, finché possibile, però di certo in un modo o nell'altro andrebbe incoraggiata ed estesa a nuovi ambiti.
L'autostrada, ad esempio. Uno che, per lavoro o per le sue ragioni, dovesse percorrere spesso il solito tratto di autostrada, potrebbe pagare un tot al mese ed essere libero di percorrere quel tratto (e solo quello) senza limitazioni. Basterebbero dozzinali modifiche al software che gestisce i Telepass o le Viacard, o banalmente un apposito tagliando da mostrare al casellante insieme al biglietto di ingresso. Facile e conveniente.
Ma anche McDonald's, per dire una catena diffusa capillarmente sul territorio e da sempre attenta alle ultime evoluzioni tecnologiche e sociali, potrebbe introdurre forme di abbonamento: in cambio del pagamento di una cifra forfettaria mensile, oppure a seguito di un congruo lascito testamentario, potrebbe consentire ai propri clienti di cibarsi liberamente presso i suoi ristoranti per un mese o finché dura, rispettivamente. Dovrebbero essere studiati e introdotti alcuni vincoli onde scoraggiare i furbastri (obbligo di consumare tutto all'interno del locale, ad esempio), ma sono convinto che l'idea riscuoterebbe il successo che merita.
Ma, facile previsione, il successo maggiore il concetto di abbonamento lo riscuoterebbe se fosse applicato a quella nobile forma di commercio che è tradizionalmente denominata meretricio. Il cliente abituale pagherebbe un tot al mese (sconti speciali per militari e sottosegretari) e potrebbe usufruire fino allo sfinimento dei servigi offerti da signorine di comprovata resistenza e professionalità. Prevedo la vostra obiezione, esperti lettori: uno dopo un po' si stufa, ha voglia di cambiare. Obiezione accolta. Infatti in questo caso la validità dell'abbonamento dovrebbe essere estesa a tutte le partecipanti ad appositi consorzi, o cooperative che siano: l'utente, esponendo l'apposito tagliando (appeso dove? boh, fate voi), potrebbe rivolgersi a suo piacimento a una qualunque delle consorziate o cooperanti (una per volta, eh, però...) e ottenere il servizio che desidera e che gli spetta. Certo, sarebbe necessario un minimo di organizzazione, di coordinamento, e noi italiani sappiamo che non è il nostro forte: ma volete mettere i vantaggi?

domenica 8 maggio 2011

Vita vissuta

[questo post è troppo lungo, è vero, ma non avevo tempo di scriverlo più corto]
Ho installato l'accendisigari nella Panda, l'altro giorno. Ci ho messo una mattinata intera. Ho fatto anche un lavoro tutto sommato decente, considerando che gli strumenti a disposizione non erano pienamente idonei e che non avevo, prima, alcuna esperienza di installazione accendisigari su Pande. E perciò ve lo racconto. E se non ve ne frega niente, ve lo racconto lo stesso.
Ebbene, per prima cosa ho dovuto stabilire quale fosse la dislocazione più appropriata. La scelta è caduta su quel pezzetto di plastica con un angolo stondato che sta all'estremità superiore destra del cruscotto, accanto ai pulsanti, sopra la bocchetta. Ma come sarà ancorata quella placchetta di plastica al resto della plancia, pensavo, e come occorrerà agire per rimuoverla correttamente? Dopo qualche sommaria ispezione, ho optato per il sempre valido vecchio metodo del colpo secco. E la placchetta s'è staccata, permettendomi di scoprire che era incastrata per mezzo di tre linguette di plastica. Era. Ora, due.
Successivamente ho dovuto escogitare un modo per fornire l'alimentazione elettrica a quell'accendisigari. Svanito il sogno di trovare due bei cavi ad attendermi proprio lì sotto la placchetta, e dopo aver compulsato il manuale di uso e manutenzione che forniva, al paragrafo "Autoradio", indicazioni platealmente fuorvianti, ho rimosso senza particolari difficoltà l'intera parte anteriore del cruscotto, scoprendo al di sotto di essa, con sollievo, l'esistenza di una provvidenziale matassina di cavi predisposti dal saggio progettista della Panda al fine di agevolare chi volesse installare su di essa autoradio o componenti assimilabili. Rimossa la gommapiuma che li avvolgeva (che, sì, forse serviva a ridurre le vibrazioni, ma via, la gommapiuma è roba da femminucce, e noi siamo uomini veri, si sa), ho adocchiato due cavi che, dalla faccia, davano l'idea di essere proprio quelli dell'alimentazione, e con abile mossa li ho fatti arrivare fino all'alloggiamento previsto.
Fin qua tutto facile. Ma ora si trattava di forare la placchetta di plastica, rimossa in precedenza, cosicché potesse fungere da alloggiamento per l'ormai famoso accendisigari. Con un apposito trapano l'operazione sarebbe stata assai più semplice, ma tra la volontà di evitare di evitare di impiastrare di plastica fusa la punta del trapano, e tra quel minimo di sano disprezzo per le cose troppo facili, ho scelto un'altra strada. Strada lastricata di: pezzi di ferro arroventati sul fornello della cucina - seghetti palesemente progettati per altri scopi e comunque reduci da mille battaglie perse - pezzi di carta vetrata ma più carta che vetrata - lime di foggia e dimensione adatta più alle sbarre di un carcere di massima sicurezza che a ogni altro scopo - alla fine, nella disperazione, anche viti autofilettanti - e molto, molto sudore. Ché tra l'altro quella placchetta di plastica lì dovrebbe essere, ho scoperto, il componente più robusto di tutta la Panda, quello progettato per resistere a qualunque cataclisma e per testimoniare nei secoli dei secoli, agli archeologi di civiltà future che vi s'imbatteranno, l'esistenza di un prodigio della meccanica del XX secolo chiamato Panda. Come che sia, dopo ore di cruente lotte senza esclusione di colpi da ambo le parti, la placchetta è stata violata con un foro di forma molto approssimativamente circolare, e l'accendisigari ha potuto trovare la debita collocazione.
Ultimo ma non meno importante problema: i cablaggi. Due linguette metalliche sull'accendisigari, una collegata alla parte esterna, una al pippolino centrale in fondo (scusate la terminologia tecnica). Due cavi provenienti dal quadro elettrico della Panda, uno nero e uno rosso. Chi sarà cosa? Chi andrà collegato dove? 50% esatto di probabilità di sbagliare. E allora, quand'è così, si va a intuito. A occhio, il pippolino centrale dà l'idea di "+", e la parte esterna di "-". Allo stesso modo, il cavo nero sa di "-", quello rosso di "+". Ché qua bisogna entrare nella psicologia perversa dei progettisti di accendisigari e dei redattori di cervellotici standard di codifica dei colori: un ginepraio. Incredibilmente, per una volta, mi è andata bene.
E sicché ho messo un po' di nastro isolante qua e là, che non guasta mai, ho rimontato a modino la plancia, e ora ho una Panda con un accendisigari. Che non è mica da tutti. Una roba prestigiosa. Quasi d'élite.
E ora lo sapete anche voi.