venerdì 20 novembre 2009

E questa a l'è a ma stöia e t'ä veuggiu cuntâ

Non so perché ma oggi mi è tornata in mente questa cosa qua, e quindi la scrivo.
Era la fine di maggio di qualche anno fa, era venerdì, tornavo da Parma, ero in treno, e a Fornovo dovevo cambiare. Sapevo che fino alla settimana precedente la seconda carrozza del treno che avrei dovuto prendere, benché nominalmente di prima classe, era declassata. Bene. Arrivo a Fornovo, l'altro treno è già lì che ci aspetta, c'è il consueto assalto alla diligenza, inizio a correre. Arrivo alla seconda carrozza, scende il controllore. Nella fretta non mi viene da chiedergli «Scusi, è mica declassata?» o «Scusi, è di prima classe?», ma gli chiedo: «Scusi, è prima vera?».
Mi fa: «Eh, ormai...».

domenica 15 novembre 2009

Più muri per tutti!

So (o almeno, spero di sapere) che detta così non sembra un'idea particolarmente attraente, specie in questi tempi di anniversari a cifre tonde, ma credo, credo fermamente, che ci vorrebbero più muri. Già. Credo che bisognerebbe disseminare di muri il territorio nazionale.
Spiego.
Ogni volta che in qualche paesello avviene una rapina, uno stupro, un omcidio, una strage, un'alluvione, una tragedia qualunque, c'è sempre tutta la gente del luogo che si mette dietro all'inviato/a del telegiornale, sorride, fa ciao, fa le corna, fa vedere il pupo, avverte gli amici a casa, se è il caso dà una palpata alla giornalista, eccetera. Com'è suo pieno diritto, trattandosi di patrio suolo pubblico e di sacrosanta libertà di espressione. Ma se nei dintorni fosse disponibile qualche muro, magari costruito all'uopo, l'esperto/a telecronista potrebbe realizzare il suo servizio stando in piedi con le spalle al muro medesimo e risolvere il problema alla radice, invece che doversi piazzare in mezzo alla piazza con tutto quel popolo salutante sullo sfondo. Basterebbe tirar su, in mezzo alla piazza stessa (ad ogni piazza del regno: si sa che non tutti nella capitale nascono eccetera), un semplice muretto di forati, 3 metri per 2, mica la muraglia cinese. E poi sarebbero sempre opere pubbliche, si darebbe lavoro a un sacco di gente, si rilancerebbe l'economia locale... Sì, dovrei proporlo. Magari mi fanno cavaliere. Suonerebbe mica male.

sabato 7 novembre 2009

Soluzione unica

Perché basterebbe mettersi tutti d'accordo, e le cose si farebbero. Una alla volta, prendendosi i tempi necessari, ma alla fine si farebbero tutte e si farebbero bene. Invece no, si vuol migliorare tutto e tutto insieme, si disperdono energie e non si ottiene niente. O quanto meno, si perde del gran tempo e non si ottiene quello che si potrebbe. Qua tutti studiano tutto, ognuno si prende il suo pezzettino di realtà o presunta tale e se lo analizza, magari con le migliori intenzioni, per carità, ma senza una guida unica e coerente si va poco lontano. Va a finire che si lascia tutto a metà. Invece bisognerebbe scegliere un problema, uno solo, concentrarsi tutti su quello e poi (poi) passare a un altro. Ad esempio. Si decide che il problema da risolvere è la nebbia in val Padana. La nebbia in Val Padana è un problema grosso, la gente si schianta, gli aerei restano a terra, roba seria. E succede tutti gli inverni, garantito. Bene. La soluzione c'è, non è immediata ma è reale, è lì a portata di mano, è già stata trovata trent'anni fa da un genio del nostro tempo. Ve la ricordo:
Bisogna solo metterla in pratica. Ci vorrà un po' di tempo, chi lo nega, ma qualcuno deve pur cominciare, e mettendosi di buzzo buono tutti insieme ci si può fare. Nel frattempo però non è che si perde tempo a far dell'altro, si scava e si costruiscono i muri, si gestiscono le operazioni di scavo e di costruzione di muri, si studiano nuovi metodi di scavo e di costruzione di muri, e basta, e avanti finché ce n'è. Risolto quel problema una volta per tutte, se ne trova un altro (chessò, la proliferazione di blog idioti come questo) e lo si risolve. E avanti così. O no?

lunedì 26 ottobre 2009

L'era del maiale cinghialato

L'altro giorno invece, trattando con un mio collega questioni strettamente inerenti l'attività lavorativa, sono venuto a conoscenza di qualcosa che con ogni probabilità per voi colti lettori sarà nota da tempo, ma che per me che ignoro costituiva una novità degna di nota e densa di stimoli creativi. Vado a illustrarla a beneficio di quanti dovessero essersela persa.
Com'è noto, il maiale produce una carne ottima e abbondante, in tutte le sue forme, dalla testa in cassetta allo zampone. Esso però tipicamente non vive allo stato brado, viene allevato, e la vita sedentaria cui è costretto implica carni tenere ma non eccessivamente saporite. D'altra parte, il maiale lo vedi anche dalla faccia che sta bene così, nella sua porcilaia, con le sue ghiande in abbondanza e tutto il resto, e che l'idea di barattare comodità con libertà non gli sfiora neanche l'anticamera.
Il cinghiale invece no, quello è brutto sporco e kattivo, gira libero per i boschi, mangia quello che c'è se c'è e se no salta, e anche se provi a allevarlo lo vedi dalla faccia che quello lì, dentro al recinto, non è il suo posto; e il risultato della sua vita spericolata è, al termine della stessa, una carne solida e saporita, di una solidità e di un sapore piacevoli ma, per molti, addirittura eccessivi.
Ed ecco che, mi narrava quel collega, millenni di ingegno contadino scendono in campo e creano lui: il maiale cinghialato.
Funziona così: si prende una maiala (non nel senso di escort, proprio nel senso di maiala), la si conduce al limite del bosco all'imbrunire, la si lega a un albero, e si torna a casa. Al calar delle tenebre passa il cinghiale, vede la nostra cara maiala tutta bella rosa e liscia e calda e morbida e cicciottosa e non gli sembra vero, a lui abituato alle setole e al musone della cinghialessa. Quindi il nostro eroe si stropiccia un po' gli occhi e poi, quando realizza che è proprio tutto vero, si fionda lancia in resta sulla maiala. La quale maiala dal canto suo, abituata alla casalinga mollezza del suo abituale compagno di vita, viene rapita dal look alternativo e dall'afrore selvatico del nuovo arrivato e non ne disdegna affatto i modi rustici ma virili, il corpo scevro da ogni forma di depilazione, e last but not least una mazza come pensava esistessero solo nei film d'autore.
E sicché il miracolo della vita si compie, per la felicità di entrambi gli attori principali nonché del contadino che la mattina dopo slega la sorridente maiala riconducendola alla sua tranquilla vita coniugale, nello sguardo di intesa la tacita promessa del silenzio.
E dopo un tot di mesi, tra la gioia del contadino, il legittimo sospetto del legittimo sposo e la falsa ingenuità della fedifraga (che c'è? qualcosa di strano? ah toh, sono scuri, eh beh) vengono alla luce tanti bei maialini cinghialati, ignari di incarnare un perfetto connubio tra le qualità organolettiche delle due specie che li hanno generati, e del breve e triste destino che gliene deriverà.
Fine.
Anzi no, post scriptum. Perché lo so che ve lo state già chiedendo, e quindi ve lo dico subito: il cinghiale maialato non funziona. Non funziona e non può funzionare. E non per chissà quale complessa questione di incroci genici proibiti, ma per ragioni ragionevoli, facilmente comprensibili e largamente condivisibili. Insomma, suvvia, anche i maiali, per quanto maiali, hanno un cuore. E le cinghialesse hanno i baffi, anzi altro che baffi, ispide setole. E se un cinghiale può essere abituato fin da cucciolo a gestirle, per un paffuto maialotto la sensazione di scartavetramento sul ventre non è affatto piacevole. Questo dal punto di vista di lui. Vista con gli occhi della cinghialessa la situazione sarebbe più rosa ma non molto più rosea. Insomma, pur senza esperienza diretta in merito credo di poter affermare con certezza che nella cinghialessa il maiale, come si suol dire, ci ciottola. Quindi niente.

sabato 17 ottobre 2009

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

L'altro giorno uno che conosco è stato in questo Centro Interforze di Nonsocosa, praticamente un posto dove lavora un po' di gente dell'Esercito, un po' di gente della Marina, un po' di gente dell'Aeronautica, e così via. Fatto sta che in mensa si è trovato allo stesso tavolo con un marinaio e un soldato. Il marinaio, con la sua divisa bianca, camicia bianca, pantaloni bianchi, scarpe bianche, usando il tovagliolo a mo' di bavagliolo imboccava ogni boccone con suprema circospezione. Il soldato, con la sua mimetica, se ne fotteva: anzi, tanto peggio tanto meglio, più chiazze più mimetica. Il rancio non era nemmeno granché, come da tradizione: ma quello non se lo sarebbe goduto comunque, concentrato com'era nell'evitare di vilipendere l'immacolata divisa con immonde patacche di sugo.
E quindi, morale: premesso che auguro a me e al mondo un lunghissimo periodo di pace, e che comunque se posso mi tengo volentieri i miei abiti (in)civili, se proprio si deve far la guerra e vengo arruolato a forza, so già dove far richiesta.

domenica 4 ottobre 2009

Giloquiz

Signore e signori, stimato pubblico, amici ascoltatori o comunque vogliate definirvi, stavolta ho da proporvi un quiz. Uno come quelli che usavano ai bei tempi. Classico, tranquillo, facile facile. Mano sul pulsante. La semplice domanda che vi sottopongo è la seguente: di che caspita è questa macchia?

Avete un minuto di tempo per pensarci, se volete ingrandirla basta che ci cliccate sopra, se volete annusarla basta che vi avvicinate al monitor, se vi va chiedete l'aiuto del pubblico, chiamate a casa, fate un po' quel che vi pare, basta che poi date sfogo alla fantasia e rispondete numerosi.
In palio ricchi premi e cotillons, forse.
Telefonate, telefonate, telefonate! (come si dice: ma in realtà conviene che scrivete)

sabato 26 settembre 2009

Ritenta, sarai più fortunato

Ormai per stavolta è andata così, e pazienza. Sì, è vero, non sono ancora neanche nel mezzo del cammin di nostra vita, per dirla con parole mie, però insomma, ormai l'andazzo generale è chiaro. E la garanzia è scaduta da un pezzo, e comunque soddisfatti o no qua non rimborsano mai (sempre parole mie). E anche le varianti in corso d'opera, è noto, più si va avanti e più diventano complicate. Ormai come sono mi tengo, poco da fare. Ma occhio, però: sto segnando tutto. Non vi crediate. Continuo a fare cazzate, sì, però continuo anche a segnarle. Ho preso un bel quaderno a righe, tempo fa, di quelli di Fabriano, carta spessa, e da allora sto diligentemente prendendo appunti. È già bello gonfio, ma non accenna a smettere di riempirsi, anzi. E quindi vi avverto: la prossima vita le so tutte. Ma tutte. La prossima vita sfoglio il quaderno e so cosa non dire e non fare in ogni occasione. Non sbaglio un colpo. Sì sì. La prossima vita spacco. Occhio.

mercoledì 16 settembre 2009

Oltre

Se ne iniziò a discutere una sera d'inizio estate a Falcinello e poi da lì si è proseguito, e quindi dico la mia anche qua: ci sono cose belle, cose brutte e cose oltre.
Chiarisco.
Certe cose, in realtà la maggioranza, certa gente le giudica belle e certa altra gente le giudica brutte. È normale, così va il mondo, per fortuna. Ma mica tutto il mondo va così, per fortuna. Ci sono anche cose che non si possono definire belle o brutte (a scelta) in senso assoluto, ma che semplicemente trascendono il comune senso dell'estetica. Ad esempio, prendiamo una lampadina, di quelle classiche, trasparenti, col filo di tungsteno (che se non fossero esistite le lampadine a cosa cavolo sarebbe mai servito il tungsteno? ma questa è tutt'un'altra storia), ecologicamente scorrette però con onestà: si può dire che sia bella? Non credo. È brutta? Via, no, le cose brutte sono altre. È oltre. E così una Panda: quella nuova può piacere o non piacere, de gustibus, ma quella vecchia, anche nota come Pandino, quella è semplicemente oltre. Era bella la Panda? Con tutto il bene che le si può volere, definirla tale mi sembra palesemente azzardato. Ma non era neanche brutta, dai. E lo stesso vale per diversi altri oggetti.
Cosa accomuna questi oggetti? Secondo me la funzionalità esibita, il coraggio di non far niente per nascondere di essere stati progettati così come sono solo per rispondere a una reale necessità e per nessun'altra ragione. La lampadina ha quella forma lì perché deve essere avvitata, far luce il più possibile e essere svitata. Il lampadario in cui quella lampadina è avvitata, invece, suo malgrado deve anche arredare, e quindi ricade nelle classificazioni, per me è bello, per te no. La Panda deve trasportare persone da qui a lì, e basta. Le automobili normali invece vogliono (o vorrebbero) anche darti delle emozioni, o rappresentare all'esterno i lati più intimi della tua personalità, e possono riuscirci o meno, e quindi sono giudicate in un modo o in un altro. La Panda non aspirava a tanto, ma così facendo faceva di più, saltava gli steccati e andava direttamente oltre. Poi magari non è neanche questo il punto, magari il motivo è un altro, non lo so. Però è così, la Panda, la lampadina, la penna Bic, la T-shirt bianca sono oltre. Altre cose no. Tutto qua.

giovedì 10 settembre 2009

Giovedì trippa

Quest'oggi un mio tale collega, non certo celebre per la sua magnaninità, per dire uno che si fa offrire il micidiale caffè decaffeinato della macchinetta solo per farti spendere 10 centesimi in più, perversione a cui neanch'io sono ancora arrivato, ebbene costui quest'oggi mi ha omaggiato di un abbondante piatto di succulenta trippa al pomodoro. Non mi illudo certo che tale atto, peraltro dettato dall'assenza di alternative maggiormente vantaggiose per l'offerente, possa segnare l'inizio di una nuova era di generosa elargizione di vettovaglie varie da parte del soggetto in questione, ma d'altronde ora come ora mi sento quanto meno tenuto a rendere omaggio al suddetto collega dedicandogli questo post. Che non è niente di che, lo so, i post degni di questo nome forse un giorno torneranno, forse tornerò in vena (se mai ci sono stato), per ora è così, per ora grazie della trippa.

martedì 1 settembre 2009

Minzione impossibile

Rare sono le occasioni della vita nelle quali mi compiaccio del mio essere non solo umanamente ma soprattutto fisiognomicamente uomo in misura superiore a quanto non mi accada allorché, a bordo di un convoglio ferroviario in movimento, vengo colto dalla necessità impellente di espellere qualche decilitro di urina. E già perché, con tutto il bene che posso volere alla Direzione Passeggeri Regionale di Trenitalia e al materiale rotabile in suo possesso, e benché non mi si possa certo etichettare come maniaco dell'igiene assoluta e della disinfezione brutale, non posso esimermi dal rilevare come nella quasi totalità dei casi i cessi dei treni facciano obiettivamente schifo. E da quel poco che ho sentito raccontare, negli anni, in merito all'anatomia urinaria femminile, quando mio malgrado entro nel cesso di un treno e davanti allo specchio [grande] mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi tra le gambe una minuscola fica (citazione, vostro onore), effettivamente non fatico a credere che le difficoltà connesse all'operazione, in quel caso, aumenterebbero notevolissimamente. Ma credetemi, signore: anche per un maschietto non è né facile né piacevole, il treno ondeggia, lo spazio è ristretto, le superfici sporgenti abbondano, e le molteplici microscopiche forme di vita a cui tali superfici offrono ospitalità non sono, con tutto il rispetto, tra le mie preferite. Per di più, in genere l'operazione da compiere è anche piuttosto urgente e la fretta, si sa, in questi casi non aiuta neanche un po'.
Eppure è un peccato.
E sì perché pisciare in treno, di per sé, sarebbe anche piacevole, addirittura divertente. In particolar modo quando dal buco del cesso si vede sotto. Si vedono sfilare via veloci le traversine e i sassi, mentre la rotaia resta lì, in movimento ma tanto veloce e uniforme da sembrare immobile, sempre diversa e sempre uguale, fissa, salda: e tu puoi puntarla, mirare, e provare a seguirla col getto, con la miglior precisione possibile stanti le circostanze. Finché arriva lo scambio, un'altra rotaia nasce e subito si fa di lato, e tu, tra lo sballottamento generale, anche non volendo riesci a colpirle entrambe. Affondate. E ti senti quasi un novello Pollicino allo stato liquido, che marca con una traccia continua e personalizzata il percorso che sta compiendo: il sogno di ogni cane, credo.
E invece, dovendo prestare la necessaria attenzione ad evitare ogni interazione indesiderata con l'ambiente circostante, la pura semplice naturale gioia della pisciata in treno ci è irrimediabilmente preclusa. Se solo c'è un barlume di possibilità di riuscirci, conviene cercare di resistere fino all'arrivo, potendo così sperare di imbattersi, in stazione, in una ritirata panoramica di questa guisa:

A trovarne.