martedì 24 febbraio 2009

Nel blu dipinto di...

Quest'oggi, in treno, mi sono seduto in una carrozza di quelle con i seggiolini interamente rivestiti di stoffa blu, poggiatesta compresi. Avete presente? Ecco, quelle lì. No, perché come saprete a volte i poggiatesta li fanno di un materiale diverso da quello del resto del seggiolino, tipicamente gomma, spesso nera; invece quelli lì erano blu e di stoffa.
E niente, mi chiedevo se fare i poggiatesta di stoffa blu anziché di gomma potesse avere una sua utilità. Sì perché è evidente che la gomma è molto più igienica, volendo si disinfetta in un attimo; sfoderare un seggiolino di un treno, lavare il rivestimento in lavatrice a 90° e magari scoprire che si è ristretto e va bene per i trenini Rivarossi non è piacevole. Eppure li fanno di stoffa, anche i poggiatesta. E allora, già che ci sono, usiamoli.
In effetti probabilmente, senza troppa fatica, si potrebbe dedurre una statistica sul tasso di utilizzo dei diversi posti di una carrozza basandosi unicamente sul colore dei poggiatesta.
Assumendo che la pulizia delle teste dei passeggeri sia una variabile casuale con distribuzione uniforme, ovvero indipendente dal posto che essi occupano (ipotesi accettabile, mi pare), si deduce che più il colore di un poggiatesta tende al marrone e più quel posto è gettonato. Un poggiatesta di colore simile all'originale blu indica d'altronde un posto snobbato dalla maggioranza dei viaggiatori. Facile, no? Facile e affidabile.
Poi, non so a cosa potrebbe servire una statistica del genere, ma ne fanno mai tante, le Ferrovie, di cose inutili... Bisogna che la propongo, magari apprezzano e mi regalano una traversina.

lunedì 16 febbraio 2009

Non solo post e...

Parlando in assoluto, non è che i viareggini siano proprio la razza che preferisco, non fosse altro per quanto se la menano con quel benedetto carnevale; ma in tutta onestà qualcosa di positivo bisogna riconoscerglielo. Qualcosa di buono riescono a produrlo persino loro. A Viareggio, per esempio, prima di arrivare alla stazione, sul lato destro della ferrovia c'è un ipermercato. E fin qui nulla di eccezionale, anzi. Di ipermercati è pieno il mondo, non c'è certo bisogno di andare fino a Viareggio per trovarne uno. Solo che quell'ipermercato, quello di Viareggio, ha una particolarità. Quell'ipermercato è l'unico ipermercato che io abbia mai visto che si chiama proprio così: Ipermercato. C'è proprio l'insegna, bella grossa, con scritto IPERMERCATO, e dopo un'attenta analisi compiuta in prima persona qualche tempo fa sono in grado di confermarvelo: trattasi proprio di un ipermercato.
E niente, mi sembra una manifestazione di grande onestà intellettuale chiamare Ipermercato un ipermercato. Sarebbe come chiamare Panificio un panificio, o Verduraio un verduraio. Semplice, lineare, chiaro, diretto, onesto, sincero. Invece spesso capita di trovare, sui negozi delle nostre città, insegne assai meno veritiere e più enigmatiche, quando non ipocrite.
Ad esempio: Non solo pane. Va bene, non vendi solo pane, ne prendo atto e me ne compiaccio, ma potrei, di grazia, sapere cos'altro vendi? Pizza, focaccia, farinata, panigacci, taralli al sesamo, tulipani, cosa? Tu scrivilo e poi io, se voglio, entro e compro. O entro e rubo, se mi va. Ma se non so cosa c'è dentro non entro, punto.
Oppure: Frutta, verdura e..., coi puntini. Ora, io capisco che il neon sia un gas nobile e perciò prezioso, ma perdinci pensaci prima di progettare l'insegna, non a metà! O se hai esaurito il budget proprio quando sei arrivato alla e, dammi retta, butta via i puntini, sposta quella cazzo di e, e scrivi un banale ma veritiero Frutta e verdura, che tanto la gente che ha da comprare i cavolfiori viene lo stesso da te, con o senza puntini. Quintali di ricerche di mercato lo dimostrano senza ombra di dubbio. E anche se un giorno ti capiterà di vendere funghi nessuno ti farà notare l'incongruenza. Promesso.

sabato 7 febbraio 2009

UNI EN 13450:2003 - Aggregati per massicciate per ferrovie

Per non perdere l'abitudine, anche domenica scorsa, di mattina presto, sono andato alla stazione e ho preso il treno. Domenica, però, ne ho preso un altro. Anziché quello che parte dal binario 2, ho preso quello sul binario 3. E in effetti non è la stessissima cosa.
Comunque, ho preso il treno, ho chiesto se un posto che era libero era davvero libero ("E libero di fare cosa?", volevo chiedere: ma mi sa che su questo ci scriverò un altro post), dicevo, mi sono seduto e sono andato. La linea che quel treno percorreva era (ed è) costellata di gallerie. Gallerie lunghe, corte, in rettilineo, in curva, a binario semplice, a binario doppio, di pietra, di cemento... gallerie per tutti i gusti, insomma. Poco prima di una di queste, il tizio che era seduto di fronte a me, che già da diverso tempo dava segni di nervosismo, si alza e si dirige verso l'estremità della carrozza. Lui entra in bagno, e dopo un po' il treno entra in galleria. Una galleria lunghetta, la più lunga di tutta la linea, roba di circa 8 chilometri. Insomma, appena dopo la fine della galleria (saranno passati 10 minuti), il tizio esce dal bagno e torna a sedermisi davanti, tranquillo e soddisfatto.
Ora, tutti sanno che è severamente vietato usare il bagno del treno durante le fermate nelle stazioni, per palesi motivi igienici, nonché visivi e olfattivi, riguardanti i passeggeri che, in quella stazione, attenderanno i treni successivi. Ma in fondo in stazione ci piove, e l'acqua, si sa, pian piano lava. Poi ci sono milioni di microrganismi vegetali e animali che, nutrendosi dei prodotti di scarto di altri esseri viventi tra cui gli umani, provvedono a loro insaputa a ripulire il binario e a mantenere in movimento la catena alimentare. Basta dargli tempo.
Sì, ma in galleria?
In galleria non ci piove, e su questo non ci piove (scusate...). In galleria non ci arriva neanche il sole. Dubito quindi che nel bel mezzo di una galleria di 8 km ci sia tutto quel pullulio di forme di vita disposte a biodegradare i nostri escrementi.
E allora?
E allora resteranno semplicemente lì. Dopo un po' seccheranno, perché di aria in galleria ce ne transita parecchia, ma resteranno dove il Caso ha voluto che cadessero. Mimetizzandosi coi sassi che formano la massicciata (ballast si dovrebbero chiamare, in gergo).
Ora, quella galleria ha più di un secolo di vita. In un secolo chissà quanti treni ci sono passati, con chissà quanti passeggeri. Chissà quanti di essi avranno fatto uso del bagno e non solo per rapide questioni, diciamo, idrauliche ma per qualcosa di più solido. In sostanza, chissà quanti dei sassi di quel ballast non saranno esattamente dei veri e propri sassi. E c'è di più. Sono convinto che dall'analisi di quei reperti un archeologo di un certo livello potrebbe ricavare un monte di utili informazioni sulle abitudini alimentari dei viaggiatori nelle varie epoche. Basterebbe entrare in galleria a piedi, accovacciarsi tra una rotaia e l'altra e mettersi a cercare. Se poi passa un treno nessun problema. Basta sdraiarsi a terra e lasciarselo passare sopra. Sperando che nessun passeggero di quel treno faccia uso del bagno proprio in corrispondenza dell'archeologo. Mica per altro, si perderebbe per sempre un reperto preziosissimo.

martedì 3 febbraio 2009

Pi Esse

Sapevo - l'ho sempre saputo - che i lettori di questo blog, per il fatto stesso di essere tali, avevano un qualcosa in più, non erano gente qualunque come può essere un qualunque lettore di un qualunque blog di un qualunque Internet ma erano su un altro livello, quasi una razza a parte, degli eletti o roba del genere. Lo so, ne sono sempre stato fermamente convinto, ma ogni tanto può anche essere utile ricevere conferme pratiche alle proprie ferme convinzioni.

E l'ho avuta, la conferma. Altroché.
Come senz'altro ricorderete (o no?), nel precedente post si discettava in merito ai vantaggi di un eventuale sistema di numerazione del denaro contante che prevedesse l'uso di tagli che iniziano col 3. Ebbene, guardate un po' cosa non ho ricevuto da uno di voi esimi lettori, un artista contemporaneo di eccelso livello che per qualche sua strana ragione (son strani, 'sti geni) preferisce l'anonimato:

Non ho parole. Per fortuna.