sabato 5 settembre 2015

Gâteau di gatto

Non ci volevo credere. La mia stima in queste tecnologie moderne era smisurata, ritenevo che in qualche modo quasi magico contenessero tutta la conoscenza maturata dall'umanità in miriadi di anni e la rendessero disponibile a chiunque in bruscoli di secondo, e che quindi la mia richiesta sarebbe stata senz'altro abbondantemente soddisfatta. E invece, ecco il risultato:

A questo punto, mi son detto, sarà senz'altro colpa del motore di ricerca: ma ti pare che nessuno al mondo (mica solo a Vicenza: al mondo!) ha mai scritto una riga su un argomento del genere? E allora mi sono rivolto alla concorrenza. Ma l'effetto è stato il seguente:
Terribile. A prima vista pare proprio che l'argomento non sia mai stato trattato neanche di sfuggita. E siccome la prima vista purtroppo conta sempre parecchio, ho ritenuto che questa lacuna dovesse essere colmata al più presto.
Ed ecco qua. Un bel post sul gâteau di gatto. Il primo al mondo, a quanto pare.
Poi, in tutta onestà non ho la minima idea di come si prepari un gâteau di gatto, non so se verrebbe buono né - per inciso - se sarebbe legale (e qua si potrebbe aprire una grossissima parentesi sui gatti e i conigli e sulla legge e la morale, ma non andiamo fuori tema). So solo che "gâteau di gatto" suona troppo bene per non dedicargli neanche un post. Per lasciare deluso chiunque cerchi informazioni in merito (e voglio sperare che almeno quelli non saranno pochi).
E quindi, ecco fatto.

mercoledì 19 agosto 2015

Precursioni

1360 (o giù di lì): viene completata la torre di Pisa.
1826 (o giù di lì): viene scattata la prima fotografia.
Non serviva nient'altro.
E infatti, anche se non dispongo di dati precisi in merito, sono pronto a scommettere che di lì a non molto qualcuno l'ha fatta. Ha fatto la prima foto a uno che finge di reggere la torre di Pisa. E bisogna ammettere che l'autore di questa foto, chiunque sia stato, ha dimostrato se non del genio comunque un'originalità non comune. Il problema è che poi, un po' alla volta, sono arrivati tutti gli altri. E apprezzando ognuno l'idea del precedente, tutti si sono messi a fare la loro brava foto a uno che finge di reggere la torre di Pisa. E così l'idea brillante si è trasformata in un'abitudine, quasi in un dovere, in un pedaggio da pagare quando dai quattro angoli del pianeta si visita quel posto. Eppure ognuno che si mette in quella posa lì da reggitore di torre di Pisa per fare la sua brava foto sfoggia lo stesso sorrisetto furbetto di chi se l'è inventata proprio bella, altroché.
E lo stesso vale per un sacco di altre consuetudini: anche scrivere col dito Lavami su una Panda impolverata è una roba simpatica, se sei il primo a farlo. Ma prima che ti sporchi il dito te lo dico: no, lascia stare, lo hanno già fatto. Peccato.
E vogliamo parlare dei barattoli e dei clacson, o della giarrettiera e del bouquet, o peggio del taglio della cravatta, o di tutte quelle minchiate rituali che si fanno ai matrimoni (la maggiore delle quali, secondo alcuni, è proprio il matrimonio stesso)? Qualcuno le avrà inventate, qualcuno le avrà apprezzate e copiate e tramandate, ma qualcuno prima o poi anche basta, no?
E a chi, leggendo questa roba e conoscendomi un minimo, dirà "Da che pulpito!", risponderò che, appunto, anche "Da che pulpito!" è una frase fatta, ma le frasi fatte qualcuno le avrà pur dovute fare, la prima volta. Mica facile fare frasi fatte. Massimo rispetto per costui, dunque. Per i successori, a calare.

sabato 2 maggio 2015

Come è andata a finire

Beh... è andata così:

Nonostante i sostegni, nonostante i tiranti, è andata proprio così. Poteva andare diversamente? Boh, forse, chissà. Però è andata così.
Peccato.
(Qui le puntate precedenti, per quei pochi che se le fossero perse)

sabato 21 marzo 2015

Qualcosa di strano

Allora, vi racconto.
In data 6 febbraio 2015 u.s. ho acquistato un oggettino tramite un ben noto sito di commercio elettronico. Alla modica cifra di euro 1,00, pari, per i nostalgici, a lire 1936,27. Si tratta di un caricabatterie USB, per la cronaca, ma non è questo il punto. Qualunque oggetto fosse, la cosa strana è che qualche giorno fa, dopo poco più di un mese, è arrivato. Non so ancora neppure se funziona, ma non importa: è arrivato. Dalla Cina. Da Shanghai, Wanhangdu Road 888, per essere precisi.
Ora, secondo un ben noto motore di ricerca da quel posto lì alla cassetta delle lettere del sottoscritto ci sono la bellezza di 9152 km. Non propriamente la via dell'orto, no. Eppure le poste cinesi qualcosa ci avranno pure guadagnato. E così pure chi gestisce la carta di credito con cui ho effettuato il pagamento, nonché chi ha trasferito il denaro dalla suddetta carta al conto del venditore. E a chi ha prodotto la busta, con all'interno tutti quei pallini di plastica antiurto tutti pieni di aria cinese, non gli vorremo dare qualcosa? E poi c'è anche il bollo della dogana, e i doganieri non staranno mica lì per beneficenza, eppure sembra proprio tutto regolare, guardate:

E tutti questi soggetti, e probabilmente anche altri, non ultimo il produttore del caricabatterie, hanno rosicchiato la loro quota del mio misero euro. E evidentemente ce n'era per tutti.
E allora?
Allora niente, però qualcosa di strano c'è, in questo mondo.

giovedì 25 dicembre 2014

C'è chi aspetta la pioggia

C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo, e ciò è noto. Ma talvolta l'attesa della pioggia può essere dovuta a ben altre nobili motivazioni.
Ad esempio.
La minzione, comunemente detta pisciata, è già di suo un'operazione assai piacevole, e tanto più è piacevole quanto più era improcrastinabile, e su questo non c'è dubbio. Ma in ogni caso, anche quando non è assolutamente indispensabile alla sopravvivenza, diciamolo: pisciare è un piacere. I primi centilitri soprattutto regalano brividi autentici, sensazioni piacevolissime, ma durante tutta l'operazione ci si sente viepiù leggeri, liberi e (se si è al mare o in piscina o comunque immersi in un liquido) anche caldi. Tutto ciò indipendentemente dalle condizioni meteorologiche al contorno.
Ma pisciare quando piove, secondo me, è il massimo.
Essere al chiuso del proprio o di un altrui cesso, sentire le gocce di pioggia che battono sui tetti, sul terreno, sui vetri, vedere fuori dalla finestrina quella moltitudine di fili d'acqua che scendono dal cielo sulla terra donandole nuova vita; e tutto a un tratto aggiungere a quell'infinità di minuscoli rivoli il proprio modesto ma significativo contributo. Sommare al monotono brusio delle gocce che s'infrangono al suolo l'irregolare ticchettio (per di più di produzione propria) delle gocce che s'infrangono sulla bianca ceramica del cesso. Sentirti un minuscolo frammento di un mondo sconfinato ma regolato ovunque dalle medesime leggi di natura. Sentirti parte di un tutto, in una parola. Che sensazione meravigliosa. Inebriante.
Tu chiamala se vuoi emozione,
ma non dimenticare lo sciacquone,
o Ermione.

domenica 19 ottobre 2014

Dove osano le api

Risposta: fuori.
È quanto ho appreso giusto ieri sera, e non già via etere, dalla premiata ditta P. Angela & Figli SNC, bensì dalla viva voce di un conoscente che di queste cose ne sa a mazzi.
Ebbene, funziona così. D'estate non c'è problema, l'ape esce di frequente dall'alveare, si ciuccia i suoi fiori, si fa i suoi giri, e già che è per la strada, se ne sente la necessità, coglie l'occasione per svuotare liberamente l'intestino dove meglio crede. Il problema viene d'inverno. Se fa freddo, o se piove, l'ape mica esce. Se ne sta lì al caldo, in mezzo al grappolo delle altre api sue coinquiline, e se la tiene. Perché non può mica farla proprio lì, sulla testa di quelle di sotto. E se poi proprio di lì sotto, proprio nell'attimo fatale, passa la regina? No, via, non si fa, un po' d'educazione. Soprattutto, passi la regina, ma mica la si può fare sul miele. Altro che il proverbiale sputo nel piatto dove si mangia, qua. E allora l'ape, buona buona, si trattiene. E aspetta che arrivi una giornata di tempo decente, in cui possa uscire quel tanto che basta per liberarsi dal peso interiore che la opprime e poi ricacciarsi subito al calduccio, dando il cambio a un'altra che era in coda. E già, ma se la bella giornata non arriva? Se il freddo e la pioggia durano più del previsto? Perché l'ape, sì, sarà anche buona e educata e tutto, ma dopo un po' la naturale regolarità prende il sopravvento, e vuole essere rispettata, nel loro piccolo, anche dagli insetti. E quindi sì, quando non ne può più l'ape la fa proprio lì. Dentro all'alveare. Sulle compagne, sulla regina, sul miele, su quello che capita. E a quel punto è un casino. Perché finché è una, pace. Ma quando tutte le api della colonia cominciano a scagazzare le une sulle altre e tutte sul miele, diciamo che in quell'alveare lì tira una brutta aria. E ai disagi causati dall'inverno si sommano quelli più gravi dovuti alle condizioni igieniche divenute assai precarie. E quell'alveare lì passa dei guai, ma seri.
Morale? Non so, forse nessuna, o forse che a volte farla fuori dal bulacco (come si dice in gergo tecnico) ha i suoi vantaggi; ma forse invece deve ancora arrivare. Perché quando dalla pena per le misere sorti di queste operose creaturine del Signore è uscita la domanda più ovvia, ovvero «E le formiche si comportano allo stesso modo?», la risposta di quel tipo che ne sa è stata su per giù «E che ne so, quelle mica fanno il miele».

mercoledì 13 agosto 2014

Ångström chi?

Poi talvolta capita che mi ritrovi in ferie. Di rado, ma capita. E in ferie talvolta capita che mi metto a pensare. So che è un errore, so che fa male, so che non dovrei, ma a volte mi scappa. Oggi, ad esempio, forse anche su suggerimento di un ben noto motore di ricerca, pensavo a questa cosa qua: i colori.
I colori, si sa, sono tanti, e tutti belli colorati: c'è il rosso, c'è il verde, c'è il blu, c'è il giallo, e così via. A stare a sentire le donne, poi, ce n'è un'infinità in più, dall'acquamarina allo zaffiro, passando per bordeaux, ocra, turchese, glicine, cremisi e chissà cos'altro; ma noi ce ne guardiamo bene, dall'ascoltarle, e quindi rimaniamo pure ai primari più noti e certi.
Ora, pensavo, i colori ce li insegnano da bambini, a tutti: il mare è blu, il sole è giallo, la cacca è marrone, eccetera. E quindi tutti, crescendo, associamo quel certo colore lì a quel nome lì, e quando un oggetto è dello stesso colore di quella cosa lì, colore che sappiamo chiamarsi così, diciamo che quella cosa è di quel colore lì anche lei. Tautologico. Tipo, vedo che i Puffi hanno lo stesso colore del mare, mi hanno detto che il colore del mare si chiama blu, e quindi dico che i Puffi sono blu. E ci azzecco.
Sì, ma quel colore lì, il colore del mare e dei Puffi, come sarà visto dagli altri? Non mi riferisco ai daltonici o a altre categorie particolari, è proprio un discorso generale. Voglio dire, magari un altro il mare lo vede di un altro colore, rispetto a come lo vedo io. E però quel colore che vede lo chiama blu anche lui, perché da bambino gli hanno detto che quel colore lì si chiama blu. E così per tutti gli altri. Mettiamo che quel certo colore che io chiamo rosso un altro lo percepisce della tonalità che io chiamo verde, e viceversa. Tutti e due viviamo tranquilli, tutti e due sappiamo che nel semaforo il rosso è sopra e il verde è sotto; e però di fatto vediamo due cose diverse.
E il problema è che non ce lo possiamo dire: se io gli chiedo di che colore è la luce sotto del semaforo, lui mi risponde che è verde, come sono verdi le foglie e le lucertole. E come dargli torto. Ma magari sta vedendo, ha sempre visto e vedrà sempre tutta un'altra cosa da quella che vedo io.
E non è neanche questione di lunghezze d'onda o simili amenità fisiche: lo so anch'io che il rosso sta sopra all'infrarosso, grazie al cavolo: ma, in ultima analisi, cos'è il rosso? O meglio, di che colore è? Boh.
E quindi, pensavo, staranno mica durando un po' troppo, 'ste ferie?

venerdì 3 gennaio 2014

Non-troppo-grandi speranze

Accadde che verso la metà di marzo dell'anno appena trascorso, trovandomi lì sul marciapiede del primo binario, rimasi incuriosito da quel vaso di foggia inconsueta, e soprattutto da quella piantina così minuscola (che razza di piantina? e chi lo sa, so riconoscere a malapena un pino) e da quel sostegno così smisurato; e così li fotografai:

Pensai di scriverci sopra un post, che avrebbe necessariamente ironizzato su quella sproporzione, e sulle sproporzionata fiducia che l'ignoto pollice verde che l'aveva creata doveva aver riposto nella capacità della sua piantina di crescere sana e robusta in un ambiente ostile come può essere il marciapiede del primo binario. Titolo, naturalmente, Grandi speranze.
Poi, un po' che non avevo altro che il titolo, un po' che il blog già allora era in stato di abbandono (o non si era notato?), mi limitai a pubblicare foto e didascalia su un social network che invece, come dicono i giovani, va per la maggiore. Ricevetti 3 pollici in su e la cosa finì lì.
Finì lì finché, giusto pochi giorni or sono, mi ritrovai sullo stesso marciapiede dello stesso primo binario, nei pressi dello stesso vaso. E la rividi. Lì per lì non la riconobbi, e ne avevo le mie buone ragioni; ma poi osservai meglio e, cacchio, sì, era lei, non poteva essere che lei. Il binario era quello, il marciapiede era quello, il vaso era quello, il sostegno era quello, mica poteva essere un'altra proprio la pianta.
E fui lieto di rivederla, e di rivederla in forma così smagliante. E fui soprattutto lieto di essermi risparmiato, per una volta, dell'ironia facile e spesa male. Mi limitai dunque, dopo una superficiale riflessione sulla forza della vita che ti trascinerà con sé e via dicendo, a fare qualche passo indietro (ma senza oltrepassare la linea gialla, eh) e a fotografarla nuovamente:
Qualora venissi a conoscenza di ulteriori sviluppi, vi terrò informati. Sempre che invece non arrivi prima lei lì da voi.

sabato 20 luglio 2013

E allora sarà colpa mia...

...che non la so scoprire.

martedì 21 maggio 2013

Post socialmente utile

Giusto oggi, alla stazione, sul primo binario, appiccicato al plexiglas della bacheca con gli orari delle partenze, in un angolino, piccino piccino, ho trovato questo annuncio qua:

E, niente, mi è sembrato giusto mettervene al corrente anche voi che magari per una ragione o per l'altra ve lo eravate perso. Perché non so a voi, ma a me sinceramente mi è piaciuto, come annuncio. Non ho il piacere di conoscerlo, questo signor Filippo, ma scommetterei che è proprio una persona perbene. Uno che esterna il suo bisogno d'amore senza urlare, senza imbrattare muri o incidere panchine, senza cercare il gesto eclatante, ma che affida la sua ricerca e magari i suoi sogni a un'etichettina piccola così attaccata nell'angolo inferiore sinistro del tabellone delle partenze (mica sovrapposto all'orario del Pisa delle 7.28: lì avrebbe ottenuto maggiore visibilità, certo, ma in maniera scorretta; così non dà noia a nessuno), ebbene costui, così, di primo acchito, mi sta simpatico. Ci vedo del romanticismo, dell'eleganza, direi quasi della poesia. Potrei sbagliarmi, certo, ma credo proprio che questo tipo qua sia davvero un ragazzo serio e riservato come dice, e anche di più. E quindi, non potendo offrirgli io quello che va cercando, se non altro mi permetto di fargli un minimo di pubblicità presso lo sterminato (?) pubblico delle mie lettrici sentimentalmente libere.
E quindi, come si dice in questi casi, care amiche lettrici sentimentalmente libere, telefonate telefonate telefonate! (se vi va)