sabato 11 ottobre 2008

Fwd: Sincolpatia del porticismo

Riceviamo e pubblichiamo.
Poi voglio vedere se avete ancora il coraggio di dire che i miei post fanno schifo...

---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: il mio ex collega Luca
Data: 11 ottobre 2008 13.37
Oggetto: Sincolpatia del porticismo

La sincolpatia può essere un argomento peripezievole, a men che l'attendente lettore faccia gruppo nella ristretta cerchia di illuminuomini e illuminonne con una preparazione inininindifferente sulla congiuntura politico-socio-amministrativo-culturale al magazzino generale della polonia del 23° secolo secondo la calenda ungarica. Tuttavia nella mia postizione di divulgante cercherò di rendervi partecipi, per quella che è una vera e propria rivoltazione tumultuosa storica.

Il magno Leboschius può essere considerato a tutti gli effetti un postcursore Dell realmisticismo e precursore del mouse sincolpatico, lo quale trova la sua magnifica attuatività nelle gesta scribacchiane del raffinato Scrauz. Il motivo del contendere risiedette nella crisi generale appiattente che percosse la nazione sotto la guida del tirannide Berlosk, nel mezzo della quale i citroiens pollaccheschi approntarono un ruzzolamento altrettanto generale di teste, compresa quella del leader odievole e degno-di-sdegno massimo. Soltanto i versi immantinenti che li sfracelleranno alli studenti lì per là domarino lo spirto guerrafondaio della ressa popolesca. Leboschius introdusse una stilosità scorrevolmente intricante che faceva un pochettino lo scozzamento con l'ingazzamento. IMHO esta scriva loca non null'altro pole esse se non il trailer della sincolpatia in quanto indubbiamente c'era già una gran dose di porticismo.

Alla fine Scrauz, dell' H di prima originario, ereditando con l'ultima domanda il montepremi, ci conficcò tra verso e strofa, cosiccome tra capo e collo, una'n'anafrassi che spezzando hadroni generò bosoni a sfare, e sicchè la folla delirante non potè che passare alla quiete dopo la tempesta, con buona pace della rete di massa e del potenziale di inflazione.

Che ne pensate?

domenica 5 ottobre 2008

Con la P maiuscola

Non ricordo la prima volta che vidi il mare. Ricordo però la prima volta che incontrai la Poesia. Quella con la P maiuscola. E come accade talvolta in questi casi, l'incontro fu fortuito, inatteso nei luoghi, nei tempi e nei modi, ma destinato a lasciare un segno profondo nella mia esistenza.
Ebbene, erano i primi anni '80, e fu allora che io entrai in contatto con la Poesia. Avvenne in televisione. Già. E non su blasonate reti nazionali, ma in una piccola emittente locale toscana. E non certo all'interno di un programma culturale (ce n'erano? chissà, può darsi), bensì in uno spot pubblicitario. Proprio così, la Poesia in uno spot. Il lampo di genio di un ignoto Poeta messo al servizio del commercio ma chiaramente riconoscibile, troppo grande per venir corrotto dal vile denaro.
Si trattava di un componimento brevissimo (credo si possa definire un distico o qualcosa del genere) ma di un'intensità mirabile. Ve lo riporto per intero, così capirete immediatamente:

Elettroforniture pisane:
Compri bene e più soldi ti rimane.

Vi rendete conto? Rileggetela qualche volta e poi, passata l'emozione, analizziamola con calma.
Il primo verso è interamente dedicato al committente, ché così ci si toglie il pensiero.
Il secondo verso parte piano, con due termini volutamente sciatti, colloquiali, appartenenti a un registro semantico decisamente popolare, ma riserva il botto per il finale: per la rima baciata con pisane il Poeta estrae dal cilindro nientepopodimenoché un e più soldi ti rimane. Questa è Poesia pura. Evidentissima infatti è la licenza poetica, che tra l'altro costituisce una figura retorica non delle più comuni, una sillessi o roba simile; ma qua la nomenclatura importa poco, quello che conta è la magia delle parole e il colpo di genio di chi le ha scelte, plasmate e disposte in maniera così splendidamente poetica.
Ah, la Poesia...

mercoledì 1 ottobre 2008

Roba da ventunesimo secolo

Stamattina ho scoperto una cosa, e data la mia proverbiale magnanimità ho deciso di mettervene al corrente. Sono graditi ringraziamenti.

Dunque.
Come ben saprete, per far partire un treno da una stazione il capotreno deve mostrare al macchinista una bandiera verde o (di notte) una luce verde; ciò non prima di aver ricevuto da tutti i conduttori un segnale di consenso, che, di notte, viene dato agitando orizzontalmente una luce bianca, come illustrato. D'altronde, in certe situazioni è necessario far fermare un treno in un certo punto non provvisto di segnali semaforici, e per farlo si espone una luce rossa.
Sono sistemi pratici, chiari, semplici, ma, diciamolo, un po' antiquati. Rudimentali. Le moderne tecnologie permetterebbero metodi di segnalamento ben più evoluti. Mi chiedevo il motivo per cui questi non venissero adottati, finché proprio stamattina ho scoperto con gioia che le gloriose Ferrovie sono più all'avanguardia di quanto immaginassi.
Da qualche tempo, infatti, a tutto il personale viaggiante (o quasi) è stato assegnato un palmare. Serve per controllare i biglietti emessi elettronicamente, per fornire ai viaggiatori tutte le informazioni su orari ed eventuali ritardi, cose del genere. Questo lo sapevo. Stamattina ho scoperto che non è tutto.
Qualche artista della programmazione ha infatti ideato un geniale software che permette di utilizzare il palmare anche per gestire le comunicazioni di cui sopra in maniera rispondente alle esigenze del trasporto moderno. Il software in questione permette infatti nientepopodimenoché di disegnare, sullo schermo del palmare, un cerchio verde, o bianco, o rosso. Così il ferroviere, anziché esporre un'antiquata lampadina colorata (roba del secolo scorso), espone un palmare con un cerchio colorato che simula la lampadina stessa. Avantissimo.

sabato 27 settembre 2008

Se non ci sentiamo per un po'...

Mi è stato illustrato ieri sera e ne ho cercato e trovato conferma stamattina su diversi autorevoli siti in giro per Internet: il muggine (Mugil cephalus) è un simpatico pesciolone che ha l'ottima abitudine di sguazzare in un qualunque liquido contenente una minima percentuale d'acqua, e infatti vivacchia senza grossi problemi in porti, foci di depuratori eccetera (anche serbatoi di coca cola? chissà). Si nutre raschiando quelle viscide alghette schifose che si trovano attaccate agli scogli, ma solo quando è festa: normalmente ruma col muso nella fanghiglia del fondale ciucciando la sabbia alla ricerca di qualcosa di vagamente commestibile. Un pesce senza troppe mozze, come direbbero da queste parti.
E detta così mi starebbe anche bene. Senonché queste interessanti informazioni mi sono state fornite ieri sera, a cena, dopo che avevo finito di mangiare un ottimo carpaccio di pesce. Carpaccio significa roba cruda, lo sapete.
E il pesce che pesce era?
Esatto, lui.
In altre parole, ho mangiato uno di questi aggeggi crudo. Quasi vivo. Pescato da uno dei commensali giusto ieri mattina, con la fiocina, nei pressi della diga del porto di Spezia, sapete, dove c'era stata quell'invasione di alghe tossiche qualche tempo fa, forse ne avrete sentito parlare. Insomma, il valido pescatore ieri mattina s'è immerso, si è trovato davanti questo branco di muggini (branchi di branzini mai), ha sparato e ne ha presi due in un colpo solo. Sostiene che non erano muggini di porto, ma si trattava senz'altro di muggini che venivano dal mare aperto, giacché erano più magri e affusolati di quelli autoctoni. Voci di corridoio sostengono invece che si trattasse solo di muggini malati, ma non ci sono conferme. E, insomma, ha preso questi due muggini nel mucchio, li ha affettati e molto gentilmente ce li ha offerti. Ed erano anche buoni, ve l'ho detto.
E poi di seguito c'era un arrosto al pepe con tanto di quel pepe che, ne sono certo, nella notte avrà di certo sterilizzato tutto il tratto che va dall'esofago all'intestino tenue spegnendo ogni eventuale sussulto di vita del muggine crudo. Era buono anche l'arrosto, e poi quelle robe così piccanti hanno un vantaggio, sono come un'offerta 2 al prezzo di 1: li senti dapprima quando entrano, mentre li mangi, e poi li senti di nuovo quando escono. Due piccioni con una fava, proprio.
Poi c'erano vari tipi di patate con vari tipi di pepi, uno strano pane con semi di papavero da oppio (Papaver somniferum), e un semplice ma onesto dessert. Cosa voglio di più?
E quindi, a parte gli scherzi, io che non ho fatto un cazzo ringrazio ufficialmente:

  • Chi ci ha messo la casa;
  • Chi ha pescato i pesci ratto, ehm, muggini;
  • Chi ha fatto da mangiare;
  • Chi ha lavato i piatti;
  • Chi mi ha portato fino a Caprognano col jeeppino e pure riportato a casa.

lunedì 22 settembre 2008

Ciuf ciuf clic clic

Ancora treni, sì. E no, perché non ve ne fregherà niente ma stasera ero seduto nella fila dietro a una tipa, sui 40, mezza spagnola o comunque spagnofona, con una macchina fotografica. Non era male, la macchina (la macchina!): reflex digitale, Nikon, zoom bello lungo, insomma un bell'oggettino. E questa tizia ha pensato "L'ho pagata, la uso!", e si è messa a fotografare. Ha iniziato subito dopo Pisa, sul ponte, e quando sono sceso non aveva ancora smesso. Ne avrà fatte un migliaio. E a che cosa le ha fatte, poi? A me? Macché. Al tramonto. Sì, c'era il tramonto, è vero, ma c'è tutti i giorni, e non era chissà che tramonto, e non c'era neanche il mare, neanche un po'. E quella ha documentato tutte le fasi di quel cazzo di tramonto, attimo per attimo. Se il sole tornava su faceva lo scoop, ma stavolta le è andata male. E tutto ciò col finestrino spalancato e io dietro. E finito il tramonto? Si è girata di là, ha aperto l'altro finestrino e ha fotografato i monti. Un altro migliaio di foto alle Apuane, metro per metro. Col flash. Che notoriamente a qualche chilometro di distanza dà il meglio di sé, il flash. E ha attivato anche la funzione anti occhi rossi, sia mai che le venisse il marmo con gli occhi rossi, sta male. Insomma, questa adesso sarà lì che cancella migliaia di foto inutili. Inutili proprio come questo post. Però ormai l'ho scritto e non lo cancello, io. Mica come quella, io.

giovedì 18 settembre 2008

Mimesi ferroviaria

L'altra mattina invece sul mio treno è salito un soldato. Uno dell'esercito, proprio. Non so che grado avesse, in tutta la simbologia delle stellette e delle mostrine non ci ho mai capito un tubo (e questo non è mai stato tra i motivi che mi hanno fatto perdere il sonno), ma che fosse un soldato era palese, si vedeva da qua a laggiù in fondo: aveva la mimetica...
Ehi, un momento. Ripeto.
Si vedeva che era un soldato, e lo si vedeva chiaramente, da un'estremità all'altra della carrozza, perché aveva la mimetica.
Qualcosa non va.
Io non so come si sarebbe ambientato quel soldato nella giungla o nella tundra o nella pineta di Migliarino, ma su quel treno quella mimetica non funzionava affatto. Il tipo non si mimetizzava neanche un po', anzi, ve l'ho detto, lo si sarebbe riconosciuto a chilometri.
Urgono provvedimenti.
Ne suggerisco due, alternativi e complementari:

  1. Si forniscono ai soldati, o almeno a quelli che usufruiscono del treno, delle divise prodotte con la stessa stoffa che ricopre i sedili del treno stesso. Aumenterebbe il bagaglio e il tempo necessario alla vestizione, ma l'effetto sarebbe garantito e la flessibilità massimizzata.
  2. Si installano in ogni carrozza, accanto ai posti riservati a mutilati e invalidi eccetera, dei seggiolini appositi per i militari, ricoperti della stessa stoffa con cui sono prodotte le mimetiche. Metodo assai meno flessibile ma più pratico.
Di sicuro, ne converrete, così non si può andare avanti.

domenica 14 settembre 2008

Famolo strano


Via, ci dovrà pur essere un motivo. Non si saranno mica messi a produrre una tavoletta da cesso con quella forma lì e con quei tre aggeggini sotto solo per passatempo. Eppure. Io è da quando il tipo che mi ha mandato questa foto mi ha mandato questa foto che non smetto di interrogarmi sull'utilità di siffatti accessori da cesso, senza alcun risultato. Ma voi che siete così perspicaci e ferrati sull'argomento saprete senz'altro offrirmi la soluzione a questo enigma. Forza, rispondete numerosi! (se vi pare)

martedì 9 settembre 2008

Un post che è la fine del mondo

Gente, io ve lo dico. Lo so che lo sapete già (e che fingete di non crederci), ma come insegnano le nonne è sempre meglio pararsi il culo. Non vorrei che poi qualcuno venisse fuori a dire che non vi avevo avvertito, e allora vi avverto: qua come niente domani finisce il mondo. Il mondo, gente, mica balle. Questi simpatici amici svizzeri domani di buon'ora pigliano due microparticelle a caso, le fanno girare per un po', e poi le sbattono una contro l'altra forte forte; quelle picchiando producono un little big bang, da lì nasce un buco nero piccino piccino picciò ma pur sempre nero e come tale, nel suo piccolo, incazzato nero, e quello in un minchiosecondo fa sparire tutta la Svizzera compresi cucù, coltellini, mucche e fondi neri (pure loro), e poi da lì pian pianino inizia a rosicchiarsi tutto il pianeta, e noi moriamo tutti. Facile, no? Dice che 'sto buco nero in quattr'anni se l'è fatto fuori tutto, il pianeta, fino all'ultimo canguro. Poi farà il ruttino e inizierà a ciucciarsi pure la luna, così, come dessert, ma a quel punto sapete quanto ce ne fregherà della luna. Certo, c'è di buono che ci metterà quattro anni. In questi quattro anni uno potrà prendere il Cisalpino e andare a vedere il buco nero. Farsi una foto col buco nero. Farsi risucchiare dal buco nero (e qui mi fermo). Son belle cose. E poi, chissà che rumore fa un buco nero. Chissà se puzza, un buco nero. Tra un po' lo sapremo. E, girando per le strade di un mondo che finirà dopo qualche anno, ci si potranno togliere un sacco di soddisfazioni. Sempre che qualcuno non si tolga prima le sue su di voi. Ma intanto, che vi frega, un anno più un anno meno...
Via, basta, io ve l'ho detto. Il mio dovere l'ho fatto. Ci si risente. Magari in un'altra dimensione.

sabato 6 settembre 2008

Carpe (senza diem)

Dico: prendiamo i pesci. Se non esistessero i pesci riuscireste a immaginarli? Non lo so, ma intanto esistono già da diverso tempo, e comunque sono certo che (salvo rare eccezioni) non avete colto la citazione colta, quindi lasciamo perdere, non dormiamo e prendiamo i pesci.
I pesci vivono nell'acqua, e ciò è noto. Ci sono pesci d'acqua salata e pesci d'acqua dolce. Gli uni stanno in mare, gli altri nei fiumi, nei laghi, nel Canale eccetera. Fino a qui dovremmo esserci tutti, no?
Bene.
Solo che, appunto, il mare è uno, mentre i fiumi, i laghi eccetera sono tanti. Ma tanti tanti. Sono una marea, se mi si passa l'espressione. E mentre un pesce che vive nel mare, stando attento, se ne può andare in giro un po' dove gli pare, uno che vive in un fiume non è che un bel giorno può prendere e andarsene in un altro. Perché tra il suo fiume e l'altro, lì sì che c'è di mezzo il mare (mentre tra il dire e il fare, com'è noto, c'è di mezzo e il), e lui è un pesce di fiume, e dal mare non ci può mica passare.
Quindi, ciò che mi chiedo è: come fanno a esserci più o meno gli stessi tipi di pesci in tutti i fiumi?
Sì, lo so che non sono proprio gli stessi, che ci sono varie razze e varie specie e roba varia, però, via, più o meno una carpa è una carpa, e le carpe ci sono in un sacco di fiumi. E lo stesso vale per un mucchio di altri pesci. Come ci sono arrivati tutti quei pesci uguali in tutti quei fiumi diversi? Io non lo so, voi non fate finta di saperlo.

lunedì 1 settembre 2008

Botta di Cultura

Come certamente non ignorerete proprio voi che siete cittadini del mondo, nei giorni scorsi qua a Sarzana si è tenuto il ben noto Festival della mente. E quando la Cultura arriva in città, se posso, ne approfitto per darmi una sgrezzata. E quindi in questi 3 giorni ho assunto una dose di Cultura che neanche in 3 anni. Sono andato a vedere, nell'ordine:

  • Toni Servillo
  • Piergiorgio Odifreddi
  • Matteo Motterlini
  • Danilo Mainardi
  • Roberto Andò e Ferdinando Scianna
  • Marc Augé con Marco Aime
  • Alessandro Barbero
  • Moni Ovadia

Sento già i vostri mugugni: E a noi che cazzo ce ne frega?, state mormorando. Innanzitutto vi invito ad adottare una terminologia meno scurrile, ché qua si parla di Cultura, mica cazzi&caimani. E comunque, tutto ciò era per ringraziare ufficialmente e pubblicamente la zia che mi ha gentilmente fornito il pass.