domenica 16 novembre 2008

Nulla

Mi è stato richiesto, per lavoro, un certificato penale del casellario giudiziale. E io proprio ieri, nonostante due aggettivi - per di più in rima - su cinque parole non rappresentino un esempio della prosa che preferisco, ligio al dovere l'ho fatto. Ma l'ho fatto significa che:

  • Ho dovuto cercare su Internet di che roba si trattasse e dove lo facessero;
  • Ho dovuto telefonare per chiedere gli orari e la documentazione necessaria, perché vatti a fidare di Internet;
  • Ho dovuto comprare due marche da bollo da €3,10 cadauna;
  • Ho dovuto comprare due biglietti per Spezia;
  • Ho dovuto prendere la corriera giusta all'ora giusta, scendere alla fermata giusta, entrare dalla porta giusta, andare al piano giusto nell'ufficio giusto;
  • Ho dovuto compilare l'apposito modulo.
E tutto questo per cosa? Per avere un foglio in cui (cito testualmente) "si attesta che nella Banca dati del Casellario giudiziale risulta: NULLA".
Cioè, tutto 'sto casino per un foglio con scritto nulla. Un traffico palesemente sproporzionato rispetto ai risultati. Talmente palese era la sproporzione che me ne sono accorto subito, appena l'addetta mi ha consegnato il foglio. E lì per lì ho anche pensato a un possibile metodo per rendere meno inutile tutto il lavoro fatto fino a quel momento per quel foglio. Mi sarebbe bastato impugnare saldamente la penna con cui avevo appena compilato il modulo e conficcarla con determinazione nel collo dell'addetta, piantandogliela secca nella carotide. Così la gentile signora avrebbe potuto cancellare col proprio sangue la parola "NULLA" dal certificato e vi avrebbe potuto scrivere, in diretta, qualcosa di più concreto. Non so esattamente cosa, non sono mica un penalista, ma qualcosa che giustificasse il dispendio di tempo ed energie che avevo profuso per ottenere il certificato stesso. Ci ho pensato qualche istante, ma poi ho guardato l'orologio, ho visto che rischiavo di perdere la corriera, e me ne sono andato. Nulla.

giovedì 13 novembre 2008

A pomi

Spero mi perdonerete se per una volta mi lancio a capofitto in un'analisi caratterizzata da notevole dettaglio e profondità nei riguardi di un argomento di interesse niente meno che planetario, ma mi tocca.
Il fatto è questo: piove.
Non so lì, ma qua è piovuto anche oggi. Tutto il giorno. Come se finora ne fosse venuta giù ancora poca, d'acqua. No, ma dico: ma quanta ne è venuta? ma dove se la tenevano tutta? ma ce n'avranno ancora tanta? ma io non lo so. Quello che so è che ora, come se non bastasse, vi beccate anche questo:



Scusate la banalità ma era d'obbligo.

venerdì 7 novembre 2008

Ciao

Poco fa sono stato contattato in chat da una persona. Non importa chi, una. Questa persona era piuttosto incazzata nei miei confronti, giacché sosteneva che non una ma ben due volte, avendola incontrata sulla pubblica via, non l'ho salutata. E con ogni probabilità è successo proprio così. Non posso darle torto. Mi sono scusato e ho provato a spiegarle la questione, ma non sono sicuro di averla convinta. In ogni caso è una questione generale, che non riguarda solo quella persona, anzi. Già che ci sono, quindi, ve la spiego anche a voi. Alcuni dei miei cari lettori la conosceranno già, e potranno confermarla; per altri sarà un avviso per il giorno in cui, incontrandoli, non li saluterò (sempre che non sia già successo); ad altri ancora non fregherà niente ma non sarà certo la prima volta.
La questione, detta in parole povere, è semplice: non riconosco le persone.
Cioè, calma, non tutte le persone. Quelle con cui ho a che fare spesso e/o da parecchio tempo le riconosco senza problemi. Il problema sono le persone che vedo ogni tanto o che conosco da poco. Quelle, salvo casi eccezionali, fatico proprio a riconoscerle. E non riconoscendole non le saluto. Non è che posso andare in giro salutando tutti quelli che incrocio. Ovvio.
Sì, ovvio se lo sai. Se non lo sai vedi solo che non ti saluto e giustamente t'incazzi e non mi saluti. Questo mi è già successo con diversa gente, e temo che mi succederà ancora. Ho collezionato pacchi e pacchi di figure di merda, negli anni, con questa storia. Certo, la questione ha anche qualche lato positivo: quando gli altri si lamentavano perché al mare (o in piazza) c'era sempre la solita gente, io non mi sentivo minimamente sfiorato dal problema. Però, capirete, globalmente la questione ha il suo peso. In realtà la questione ha anche un suo nome: la chiamano prosopagnosia, e ci studiano anche sopra. Certo, la mia è senz'altro una forma lieve, la mamma la riconosco ancora (forse perché di mamma ce n'è una sola...), ma credetemi, è una discreta rottura comunque. Voi ora lo sapete. Ditelo in giro, se vi capita. E ciao a tutti.

domenica 2 novembre 2008

Le fontane caudine

Premetto che reputo la presenza delle fontanelle, così come quella delle panchine, uno dei più immediati segni tangibili della civiltà di una città. Offrire gratuitamente acqua ai viandanti e riposo alle loro stanche membra senza costringerli a entrare in un bar è un gesto assai nobile. Però.
Però salvo poche, lodevoli eccezioni, le fontane hanno un difetto. Sono basse. E per bere ti costringono a chinarti fino a mezzo metro da terra, operazione scomoda e che obbliga l'assetato ad offrire alla vista dei passanti una parte di sé unanimemente ritenuta poco nobile.
Anche qua, come in molti altri casi della vita, una ragione ci deve pur essere.
Ci ho pensato.
Escluderei le economie sulla materia prima: sul prezzo della fontana, comprensivo di installazione e tutto, un allungamento di un palmo non dovrebbe incidere in maniera apprezzabile. Mi sentirei d'altronde di escludere anche altre ragioni tecniche, estetiche o comunque architetturali. E allora?
La spiegazione che mi pare più plausibile, anche se difficilmente gli assessori alle fontane la confesseranno, è che i sindaci intendano obbligare gli utenti delle fontane cittadine a ringraziarli per il servizio offerto loro. Facendo la fontana bassa, chi ne vuole usufruire deve inchinarsi, quasi prostrarsi, di fronte al gentilissimo amministratore pubblico che si è prodigato per rendere più confortevole il suo soggiorno in città. Un po' come se venisse costretto a passare sotto le famose forche caudine, direi.
Poco male. Tutto sommato, mi pare che ne valga senz'altro la pena.

sabato 25 ottobre 2008

I granturchi

Gran popolo, no, i turchi? Ma sì. Insomma, via, questi fumano come turchi, bestemmiano come turchi e tutto il resto, e detta così sembrano simpatici. Personalmente purtroppo non ho l'onore di conoscerne neanche uno, di turco, ma a occhio paiono proprio un popolo di un certo livello. Popolo di santi poeti e navigatori forse no, ma popolo di inventori sicuramente. Di inventori dotati di intelletto vasto e variegato. E le prove fioccano.
Per dire, pensate un po': i turchi, gli stessi turchi, hanno inventato sia il bagno turco che il cesso alla turca. A leggerli così, senza sapere di cosa si parla, "bagno turco" e "cesso alla turca" sembrerebbero sinonimi: e invece non solo non si tratta di variazioni sul tema, bensì (e da lì si vede il genio) sono due concetti che stanno proprio agli antipodi dell'idea stessa di bagno.
Non per fare il saccente, ma vi ricordo che questo è un bagno turco:

mentre questo è un cesso alla turca:

Vi rendete conto che queste due cose sono state progettate dalla stessa gente? A me sembra incredibile.
Ogni onore ai turchi.

lunedì 20 ottobre 2008

Un post sul treno

Questo, o miei cari lettori, potrà sembrarvi un post qualunque, un altro dei soliti post sul treno, ma non è così. Questo è speciale. Questo è un post sul treno proprio perché lo sto scrivendo sul treno, con la penna, su un pezzo di carta. Oddio, se lo state leggendo significa che l'ho trascritto [infatti, ndr], ma vi assicuro che ora lo sto scrivendo a mano. Sono in treno, ho le cuffie, seduta davanti a me c'è una tipa assolutamente non trascurabile, e io la guardo e scrivo questo post, e poi la guardo e poi scrivo questo post, a intervalli regolari.
Chissà, forse starà pensando che le sto scrivendo una lettera, una poesia, una canzone, o che le sto facendo un ritratto o chissà cosa. E si meriterebbe tutto ciò e molto altro, intendiamoci. E invece no, niente di tutto ciò e niente di molto altro. Sto solo scrivendo questo post.
Se la incontrate, fate un piacere a entrambi: non diteglielo. Grazie.

mercoledì 15 ottobre 2008

Fwd: Prugne

Ririceviamo e ripubblichiamo. Senza parole, stavolta.

---------- Forwarded message ----------
From: Uno che gradisce l'anonimato
Date: 2008/9/23
Subject: Prugne

Immagino tu sappia già cosa devi fare..
PS: al solito, gradisco l'anonimato.
E poi dì che non sono un amico

sabato 11 ottobre 2008

Fwd: Sincolpatia del porticismo

Riceviamo e pubblichiamo.
Poi voglio vedere se avete ancora il coraggio di dire che i miei post fanno schifo...

---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: il mio ex collega Luca
Data: 11 ottobre 2008 13.37
Oggetto: Sincolpatia del porticismo

La sincolpatia può essere un argomento peripezievole, a men che l'attendente lettore faccia gruppo nella ristretta cerchia di illuminuomini e illuminonne con una preparazione inininindifferente sulla congiuntura politico-socio-amministrativo-culturale al magazzino generale della polonia del 23° secolo secondo la calenda ungarica. Tuttavia nella mia postizione di divulgante cercherò di rendervi partecipi, per quella che è una vera e propria rivoltazione tumultuosa storica.

Il magno Leboschius può essere considerato a tutti gli effetti un postcursore Dell realmisticismo e precursore del mouse sincolpatico, lo quale trova la sua magnifica attuatività nelle gesta scribacchiane del raffinato Scrauz. Il motivo del contendere risiedette nella crisi generale appiattente che percosse la nazione sotto la guida del tirannide Berlosk, nel mezzo della quale i citroiens pollaccheschi approntarono un ruzzolamento altrettanto generale di teste, compresa quella del leader odievole e degno-di-sdegno massimo. Soltanto i versi immantinenti che li sfracelleranno alli studenti lì per là domarino lo spirto guerrafondaio della ressa popolesca. Leboschius introdusse una stilosità scorrevolmente intricante che faceva un pochettino lo scozzamento con l'ingazzamento. IMHO esta scriva loca non null'altro pole esse se non il trailer della sincolpatia in quanto indubbiamente c'era già una gran dose di porticismo.

Alla fine Scrauz, dell' H di prima originario, ereditando con l'ultima domanda il montepremi, ci conficcò tra verso e strofa, cosiccome tra capo e collo, una'n'anafrassi che spezzando hadroni generò bosoni a sfare, e sicchè la folla delirante non potè che passare alla quiete dopo la tempesta, con buona pace della rete di massa e del potenziale di inflazione.

Che ne pensate?

domenica 5 ottobre 2008

Con la P maiuscola

Non ricordo la prima volta che vidi il mare. Ricordo però la prima volta che incontrai la Poesia. Quella con la P maiuscola. E come accade talvolta in questi casi, l'incontro fu fortuito, inatteso nei luoghi, nei tempi e nei modi, ma destinato a lasciare un segno profondo nella mia esistenza.
Ebbene, erano i primi anni '80, e fu allora che io entrai in contatto con la Poesia. Avvenne in televisione. Già. E non su blasonate reti nazionali, ma in una piccola emittente locale toscana. E non certo all'interno di un programma culturale (ce n'erano? chissà, può darsi), bensì in uno spot pubblicitario. Proprio così, la Poesia in uno spot. Il lampo di genio di un ignoto Poeta messo al servizio del commercio ma chiaramente riconoscibile, troppo grande per venir corrotto dal vile denaro.
Si trattava di un componimento brevissimo (credo si possa definire un distico o qualcosa del genere) ma di un'intensità mirabile. Ve lo riporto per intero, così capirete immediatamente:

Elettroforniture pisane:
Compri bene e più soldi ti rimane.

Vi rendete conto? Rileggetela qualche volta e poi, passata l'emozione, analizziamola con calma.
Il primo verso è interamente dedicato al committente, ché così ci si toglie il pensiero.
Il secondo verso parte piano, con due termini volutamente sciatti, colloquiali, appartenenti a un registro semantico decisamente popolare, ma riserva il botto per il finale: per la rima baciata con pisane il Poeta estrae dal cilindro nientepopodimenoché un e più soldi ti rimane. Questa è Poesia pura. Evidentissima infatti è la licenza poetica, che tra l'altro costituisce una figura retorica non delle più comuni, una sillessi o roba simile; ma qua la nomenclatura importa poco, quello che conta è la magia delle parole e il colpo di genio di chi le ha scelte, plasmate e disposte in maniera così splendidamente poetica.
Ah, la Poesia...

mercoledì 1 ottobre 2008

Roba da ventunesimo secolo

Stamattina ho scoperto una cosa, e data la mia proverbiale magnanimità ho deciso di mettervene al corrente. Sono graditi ringraziamenti.

Dunque.
Come ben saprete, per far partire un treno da una stazione il capotreno deve mostrare al macchinista una bandiera verde o (di notte) una luce verde; ciò non prima di aver ricevuto da tutti i conduttori un segnale di consenso, che, di notte, viene dato agitando orizzontalmente una luce bianca, come illustrato. D'altronde, in certe situazioni è necessario far fermare un treno in un certo punto non provvisto di segnali semaforici, e per farlo si espone una luce rossa.
Sono sistemi pratici, chiari, semplici, ma, diciamolo, un po' antiquati. Rudimentali. Le moderne tecnologie permetterebbero metodi di segnalamento ben più evoluti. Mi chiedevo il motivo per cui questi non venissero adottati, finché proprio stamattina ho scoperto con gioia che le gloriose Ferrovie sono più all'avanguardia di quanto immaginassi.
Da qualche tempo, infatti, a tutto il personale viaggiante (o quasi) è stato assegnato un palmare. Serve per controllare i biglietti emessi elettronicamente, per fornire ai viaggiatori tutte le informazioni su orari ed eventuali ritardi, cose del genere. Questo lo sapevo. Stamattina ho scoperto che non è tutto.
Qualche artista della programmazione ha infatti ideato un geniale software che permette di utilizzare il palmare anche per gestire le comunicazioni di cui sopra in maniera rispondente alle esigenze del trasporto moderno. Il software in questione permette infatti nientepopodimenoché di disegnare, sullo schermo del palmare, un cerchio verde, o bianco, o rosso. Così il ferroviere, anziché esporre un'antiquata lampadina colorata (roba del secolo scorso), espone un palmare con un cerchio colorato che simula la lampadina stessa. Avantissimo.