domenica 5 dicembre 2010

Cessologia

È da un po' che li osservo, prima o poi dovevo scriverci sopra un post, e adesso è giunta l'ora - se non altro perché non ho altro di cui parlare. No, perché il mondo è notoriamente bello perché notoriamente vario, la gente è strana (prima si odia e poi si ama, ma non c'entra), e la stessa situazione, una situazione semplice e appartenente all'esperienza quotidiana di chiunque, può essere affrontata e gestita in milioni di modi diversi.
Tipo, prendiamo un cesso. Un cesso pubblico, Pubblico ma non troppo. Un cesso aziendale. E prendiamo gli utenti di codesto cesso. O per dirla senza troppe perifrasi, prendiamo la gente che va al cesso dove lavoro io.
Osserviamola.
Ce n'è di vari tipi.
Ci sono quelli che non tirano lo sciacquone, mai, neanche per errore, proprio come stile di vita, come saldo principio morale a cui non verrebbero meno per nulla al mondo. Questi sono i più evidenti, e a occhio sembrerebbero anche i più numerosi. Anzi no, se la giocano ad armi pari con l'altro squadrone: quelli che la fanno fuori. E non si parla di una goccia, ché quella può scappar fuori a chiunque: in fondo lo stato liquido non è certo il più stabile che possa esistere in natura. No, costoro ne fanno fuori una mezza pinta abbondante a cranio. Almeno fossero i soliti che non tirano lo sciacquone si darebbe una mano all'ambiente evitando di sprecare qualche litro d'acqua potabile, stante la provata inefficacia dei comuni sciacquoni nel lavaggio dei pavimenti (salvo guasti). Invece no, sono proprio due categorie diverse, due insiemi totalmente disgiunti. Un altro corposo insieme di utenti è composto da quelli che non si lavano le mani. Escono dal cesso, ti guardano come a dire "Beh?", agguantano la maniglia della porta e escono rapidi e decisi. C'è poi una variazione sul tema: quelli che le mani se le lavano prima. Ché effettivamente l'aggeggino merita rispetto, non è mica giusto maneggiarlo con le dita sporche di tastiera; e allora ci si lava, si compie l'operazione in perfette condizioni igieniche, e dopo lo scrollone si agguanta la solita maniglia di cui sopra e si esce rapidi e decisi. Poi ci sono quelli che hanno da fare quella grossa, e la fanno grossa per davvero, ma grossa grossa, grossa e densa, e quindi pesante. E una volta espulso il fardello che portavano in grembo, sentendosi notevolmente alleggeriti, probabilmente guadagnando 10 centimetri buoni d'altezza a causa del minor peso imbarcato (un po' come quei camion a rimorchio vuoti che viaggiano con 2 ruote sollevate da terra), da lassù non riescono a scorgere, laggiù nell'angolino, quel sobrio scopino biancastro che da anni attende vanamente di compiere le mansioni per cui è stato progettato e inventariato tra i beni aziendali. E quindi, loro malgrado, come frecce tricolori monocromatiche, lasciano sulla pallida ceramica tangibili scie della straordinaria impresa appena compiuta. A confronto di questi, quelli che minzionano con la porta aperta, cosicché tutti i passanti possano ammirare i loro possenti quarti posteriori, tesi e lievemente divaricati, e il rivolo di liquido paglierino che scorrendo dall'alto verso il basso traccia la perfetta bisettrice all'angolo che essi descrivono, sono innocui e quasi artistici. Sì, viene il dubbio che si sentano in dovere di dimostrare al mondo che sono dei Veri Uomini, con la maiuscola, di quelli che non devono chiedere mai e nemmeno sedersi, e questa superflua ostentazione genera in effetti qualche perplessità, ma pazienza, fosse tutto lì. E anche quelli che, per dirla con un mio ex collega, hanno la bestia nel cuore, e quindi appena chiusa la porta scatenano l'inferno, in fondo non fanno altro che utilizzare a fondo lo strumento che gli è stato messo a disposizione, e non gliene si può certo fare una colpa. Poi, beh, ci sono quelli che dopo pranzo entrano in bagno già con lo spazzolino in bocca così da ottimizzare i tempi (neanche Brunetta chiederebbe tanto), quelli che d'estate si rinfrescano sciacquandosi la testa nel lavandino, quelli che vanno al cesso portandosi la giacca, e non perché stanno per uscire o sono appena entrati, ma forse perché la loro fiducia nell'onestà del mondo e nei colleghi non è poi così alta (non senza qualche ragione), e così via, ma questi sono tranquilli, questi più che altro fanno colore. Fanno un colore diverso dal marrone. E soprattutto non fanno odore. E quindi.

martedì 30 novembre 2010

domenica 21 novembre 2010

Un attimino di raccoglimento

Questo post in memoria di una persona. Uno sconosciuto, non per questo meno meritevole della nostra umana pietà. Se n'è andato senza soffrire troppo, se non altro, ma se n'è andato. Centrato da un fulmine durante un temporale. Proprio oggi. Un fulmine che si è abbattuto sul puntale metallico dell'ombrello che quella persona stringeva in mano. Stavo per scrivere "del suo ombrello", ma così facendo non avrei rispettato appieno la verità storica. E sì perché in verità quello che quella persona stringeva in mano, per essere precisi, non era il suo ombrello, bensì il mio ombrello. Un ombrello da pochi euro, ma che svolgeva egregiamente il suo elementare ma basilare mestiere: ripararmi dalla pioggia. Proprio per questo ieri l'avevo preso e portato con me in giro per le vie di questa famosa città civile. Nel corso del qual giro sono entrato, accompagnando alcuni conoscenti, in questo rinomato negozio di vestiti per gente coi soldi; e nell'entrare ho appeso il mio proletarissimo parapioggia al cancello di quel lussuoso negozio, dove se ne trovavano già diversi altri, sicuramente assai più consoni del mio al prestigio del luogo. Chi mai, tra gli abbienti clienti di cotanti negozi, potrà mai attaccarsi proprio al mio ombrellaccio da basso proletariato?, pensavo.
Sbagliavo.
Quel fu tale di cui sopra ha indebitamente prelevato il mio ombrello e, constatatene le eccellenti prestazioni in termini di efficacia ed efficienza, se ne è servito con gusto, lasciando il legittimo proprietario in balia delle intemperie. E sicuramente, avendo potuto apprezzare nella serata di ieri le qualità intrinseche del prodotto, oggi si sarà spinto, fidando sull'affidabilità dimostrata dallo stesso, in qualche percorso più impervio, là dove la pioggia era ancora più intensa, sulla brulla cima di qualche collina dei dintorni. Si sarà riparato dall'acqua, certo, ma non dagli improperi, dagli anatemi, dalle maledizioni che la vittima dell'appropriazione indebita gli ha debitamente scagliato contro. E non erano pochi, credetemi. E quindi se, com'è probabile, almeno una minima frazione di essi è giunta a destinazione, a quest'ora quell'ombrello è ridotto a un moncherino di metallo parzialmente fuso da cui penzolano frammenti di nylon bruciacchiato, e i brandelli del tipo che ci stava sotto, nessuno dei quali supera il mezzo chilo, sparsi in un'area quasi perfettamente circolare centrata sul punto d'impatto di quel fulmine, stanno diventando il pasto, cotto a puntino, di altrettanti animali selvatici del luogo.
Un minuto di silenzio. Scarso. Se vi va.

venerdì 19 novembre 2010

Sono degli artisti.

Certo, molto probabilmente ci avrebbero messo molto meno tempo a ripararla che non a creare questi capolavori della cartellistica artigianale postmoderna.
Ma che ci volete fare, l'arte è arte, e loro sono degli artisti.
E coll'arte di mezzo, e col cervello dato all'arte...

sabato 13 novembre 2010

Lasciate che i pargoli vadano un po' più in là

No, lo ammetto, i cani non sono proprio la categoria sociale che prediligo. Insomma, abbaiano, scagazzano in giro, leccano, mordono, diffondono pulci e peli, pisciano sulle ruote delle Panda, fanno casino, e chi li ha provati dice che non siano neanche tanto buoni da mangiare. Però in fondo non è nemmeno del tutto colpa loro: in fondo li abbiamo creati noi, i cani, e in fondo sono bestie, i cani, anche se non tutti lo sanno - non tutti gli umani, intendo.
Ma i bambini? Dico, ce li avete presenti i bambini? Non mordono e non si accaniscono sui cerchioni, va bene, ma per il resto? Altro che i cani. I bambini sembrano proprio progettati apposta per rompere i coglioni, e in effetti è così. Non c'è niente da fare, è proprio una questione naturale, scientifica: se il bambino di Neanderthal non rompeva i coglioni alla mamma di Neanderthal per avere la pappa, lei non gli dava da mangiare, lui moriva di fame e l'uomo di Neanderthal si estingueva. Di conseguenza la natura ha selezionato bambini sempre più rompicoglioni di generazione in generazione: più rompono coglioni e più mangiano e più sopravvivono e meglio è (per loro). E poi sono sacri, quelli. Ci mancherebbe, dire a un bambino che ha rotto i coglioni, orrore. Almeno in qualche negozio, ristorante, spiaggia eccetera è vietato l'accesso ai cani, e qualche oasi di pace c'è ancora. Ma di posti che vietano l'accesso ai bambini ne devo ancora trovare, purtroppo. Anzi, hanno anche mille agevolazioni, i bambini. Per dirne una, in treno non pagano. Ma si può sapere perché? Cavolo, anche loro occupano un posto a sedere, quando non di più (sicuramente non di meno), e 99 su 100, come da progetto, rompono i coglioni a tutta la carrozza. Mediamente peseranno meno di un adulto, va bene, ma non mi pare che il risparmio di energia che ne consegue sia tale da giustificare un tale privilegio, specie su tratte in discesa. E, non da ultimo, non pochi tra i piccoli piaceri della vita ci vengono regolarmente preclusi con la scusa che "ci sono i bambini", ai quali peraltro, occupati come sono a romperci i coglioni, tipicamente di quelle robe lì non gliene potrebbe fregare meno.
Insomma, va bene che tutti i grandi sono stati bambini e tutto quanto, ma non è mica modo.

domenica 7 novembre 2010

sabato 30 ottobre 2010

TravelJohn e i suoi fratelli

Non ci ho mai comprato niente, ma loro molto gentilmente continuano a mandarmi il catalogo. Si dicono sempre stupiti e rammaricati della mia riluttanza ad effettuare ordini presso di loro, minacciano ogni volta di sospendere gli invii se neppure stavolta riceveranno mie notizie, ma il loro, come diceva quello, è sempre un penultimatum. E infatti anche stavolta, dopo avermi tenuto sulle spine per qualche mese, si sono inteneriti e mi hanno fatto dono di una copia dell'ultimo numero. E hanno fatto cosa gradita. In effetti vendono oggetti, ma più che altro concetti, molto vicini alle soglie del genio, quando non oltre.
Per dire, nell'ultimo catalogo si parte forte già dalla copertina, con uno "sbrinatore programmabile per auto". Lo appoggi sul cruscotto, lo colleghi all'accendisigari, imposti il timer, e quando sali in macchina ti trovi il parabrezza perfettamente sbrinato. L'obiezione più ovvia l'hanno naturalmente prevista, per chi li avete presi? "Anche se collegato alla batteria della vettura non ne compromette in alcun modo il funzionamento, garantendoti sempre l'accensione del veicolo". Non hai scuse.
Poi giri pagina e ti trovi l'orologio da polso (analogico) che è anche un cellulare, e certo, a questo ci avevano pensato in tanti, ma lì ce lo trovi, e al modico prezzo di 99 euro. Neanche una parola sulla qualità dell'audio o della ricezione, ma uno che gira per strada parlando a un orologio con le lancette di certi dettagli non se ne cura di certo.
Andando avanti si trovano: la microtelecamera a forma di portachiavi per auto (non la compro solo perché il tentativo di aprire una Panda mediante telecomando desterebbe sospetti, specie in uno spogliatoio femminile), il salvadanaio che separa automaticamente le monete in base al valore e visualizza il totale in euro, un aggeggio che inserito in una normale presa elettrica promette di "rendere fluido il percorso degli elettroni, generando così risparmio di energia" (di sicuro, per pareggiare i 119,99 euro che costa, quell'aggeggio di elettroni ne deve lubrificare parecchi, ma sono sicuro che ne è pienamente in grado), e siamo solo a pagina 10.
Procedendo rapidamente oltre si incontrano nell'ordine: un camino elettrico con finto fuoco (c'è crisi, si sa), un "portaciabatte con 5 paia di ciabattine per i tuoi ospiti" (che ne saranno entusiasti), una sciarpa con tasche, una coperta con maniche, un cuscino sollevaculo per guidare il SUV anche se sei alto uno e venti, un "guanto raschiaghiaccio impermeabile ed imbottito", un ventilatore per eliminare vapore e condensa dal parabrezza (effetto déjà vu, sì, ma è un altro), una borsa da mettere dentro alla borsa in modo da poter cambiare borsa in un lampo, un "cavatappi elettronico ricaricabile" (aggiungerei "multimediale", nel dubbio), uno "schiaccianoci rivoluzionario" (perché, si sa, l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario), coltelli con lama in ceramica che non assorbe l'odore dei cibi e, a occhio, è anche invisibile al metal detector (vi ho dato un'idea, vero?), un portabanana in plastica con parte centrale pieghevole in modo da seguire la naturale curvatura propria del frutto, una libreria pieghevole per ostentare cultura qualora si dovessero ricevere ospiti di riguardo e riporla dietro la porta quando se ne vanno, prolunghe per bottoni di pantaloni (fondamentali sotto Natale, le infili e hai ancora 2 taglie di libertà), mollette che non cadono perché legate al filo dei panni, una pattumiera che si apre da sola quando avvicini la mano (con 89,99 euro ci si paga un cinese che te la apre, ma forse è proprio così che funziona), e qui ci si ferma.
E sì, perché proprio quando si pensava di aver visto tutto si incappa in lui: "TravelJohn - WC portatile". È una confezione da 3 sacchetti contenenti "una sostanza che trasforma in gel, in pochi secondi, i liquidi organici di qualunque origine" (comprese quelle sottintese). Cito ancora: "Può essere riutilizzato più volte e alla fine gettato in un contenitore dei rifiuti". La seconda parte della frase mi pare abbastanza ovvia (cosa non può essere gettato in un contenitore dei rifiuti?), ma vorrei soffermarmi un attimo sulla prima, e sul tipico scenario operativo a cui un prodotto del genere sembra destinato: sei nel bosco e ti scappa. Ti acquatti dietro un albero e ti liberi in libertà, come ogni altro abitante della foresta? No. La fai in un comunissimo sacchetto di plastica, e poi appena possibile butti contenitore e contenuto? No. Devi farla in quel sacchetto lì, farla diventare un gel, riporre il tutto nello zaino e proseguire la tua salutare camminata fino al successivo utilizzo. Pratico, no?
E allora, confortati, andiamo avanti. Perché sparsi tra pleonastiche precisazioni sugli oggetti mostrati in fotografia ma non compresi nel prezzo (sotto la custodia in similpelle per iPhone da €7.99: "iPhone non incluso". Peccato), intercalati con decine di contenitori, organizzatori, ripiani, ganci, supporti, cestelli, carrelli di ogni forma e dimensione utili a sfruttare ogni singolo millimetro cubo dello spazio disponibile in un universo finito, ci sono ancora molti oggetti assolutamente ragguardevoli. Tipo un sostituto elettronico della buona vecchia paletta per pavimenti (tu, stufo dei comuni aspirapolvere, per mezzo di una normale scopa gli presenti davanti il risultato delle tue fatiche, e lui te lo aspira), tipo un utensile di "3,2 x 0,5 x 4,7 cm" che "racchiude in sé 19 utilissimi attrezzi da lavoro", tipo la "penna utensile 11 in 1" (che sommati ai precedenti fanno 30 tondi), tipo "la penna intelligente che permette di convertire le tue note scritte a mano in digitale e trasformarle in documenti di testo" (funzionasse...), tipo il grembiule raccogli capelli per acconciature casalinghe ordinate, tipo, addirittura, il raschietto che toglie i peli di cane dai cuscini, "premiato al Salone delle Invenzioni di Norimberga". Mica cazzi.
Via, farò un ordine. O anche no.

venerdì 22 ottobre 2010

Welcome on board

Sono soddisfatto. Stasera, per la prima volta, ho visto fare una multa su un treno. Una multa vera, intendo. Anzi, di più: due multe in un colpo solo. Ottanta eurini tondi tondi che, dalle tasche di due profittatori sprovvisti di valido titolo di viaggio regolarmente convalidato mediante l'apposita obliteratrice prima della salita a bordo, vanno a rimpinguare le fameliche casse delle nostre care Ferrovie. Perché di treni - lo sapete - ne ho presi, e neanche pochi, e di gente sprovvista di valido titolo di viaggio eccetera ne ho vista, ma di multe così, finora, neanche l'ombra. Al massimo ho visto chiedere i 5 euro di regolarizzazione a bordo, ho visto cercare di convincere a scendere alla stazione successiva o poco di più; solo che, capite, quei due di oggi erano giapponesi. E i giapponesi, si sa, son personcine precise, disciplinate, ligie al dovere, e benestanti. E quindi è giusto che paghino. Gli italiani sono brava gente, in fondo tra loro sono tutti amici, ci si vuol bene, ci si viene incontro, la prossima volta lo faccia il biglietto mi raccomando, sì sì non si preoccupi dotto', scusasse assai, e chi ha avuto ha avuto. Gli africani hanno il grosso difetto di essere grossi, quindi il controllore, che non è né fesso né eroe bensì controllore, o passa oltre con indifferenza o al più ordina con voce stentorea di scendere e poi passa comunque oltre. C'è poi da dire che chiedere 40 euro agli extracomunitari, in genere, oltre che rischioso è inutile. Chiedere i documenti, non ne parliamo. Quindi conviene limitare le pretese e tentare di mettere in cascina almeno quelli del biglietto non fatto. I giapponesi sono una felice eccezione. Sono piccolini, tranquilli, timidi, obbedienti, ignorano usi e costumi locali (compresi, fortunatamente, l'obbligo di obliterare e l'abitudine di affermare senza vergogna che tutte le obliteratrici del mondo erano guaste), pagano senza fare storie: avercene. E bene ha fatto il nostro amico a spremergli quegli 80 euro. Forti coi deboli, e avanti. Certo, il suo meticoloso rigore non è stato applicato con altrettanto zelo al rispetto della tabella di marcia, sicché ho perso la coincidenza. Però la giustizia ha trionfato, per una volta. Sì, sono soddisfatto. Quasi.

domenica 17 ottobre 2010

Post doppiozero

Detta così forse può anche sembrare una cazzata, e probabilmente la è per davvero. D'altronde non sarebbe la prima, e spero neanche l'ultima. Ma tant'è. Prendete il pane. Un pezzo di pane qualunque. Pane comune. Ecco. Uno dice pane e pensa alla roba più semplice del mondo. E in effetti non è complicatissimo, come concetto almeno. Farina, acqua, lievito, se possibile un pizzico di sale, e basta. Fondamentalmente, farina.
Già. La farina.
Ma la farina in natura non esiste mica, sapete. Non è che si trovano le piante di farina, in natura. Eh no. E questo vuol dire che qualcuno ha dovuto inventarla, la farina, e capire a cosa serve, che non è mica facile. Vuol dire che qualcuno un bel giorno tanto tanto tempo fa si è trovato di fronte a un campo di grano maturo, e probabilmente costui aveva anche fame, ché erano altri tempi, quelli; e però il nostro eroe ha resistito all'umana tentazione di sgranocchiarsi il grano così com'era, e anche a quella di bollirlo, condirlo sommariamente e inghiottirlo a cucchiaiate. No, questo nostro ignoto antenato ha raccolto quel grano e l'ha lasciato seccare, tra lo scetticismo degli altri affamati componenti della sua tribù. Poi l'ha tritato, ricavandone una polvere biancastra assai poco invitante, circondato con ogni probabilità dagli insulti di tutta la tribù di cui sopra, che si vedeva privata di una fonte di cibo certa in cambio di una strana polverina buona neanche da sniffare. Poi gli è venuto in mente di aggiungere acqua e mescolare, ed è venuta fuori una poltiglia inguardabile, appiccicaticcia, schifosa, e gli insulti si sono trasformati in schiaffoni. Poi, ormai considerato all'unanimità un malato di mente, quella poltiglia l'ha infilata nel forno così com'era, senza lievito, e gli è venuto un mattone bruciacchiato dalla consistenza granitica col quale è stato pesantemente percosso. Infine, a un passo dall'essere impalato sulla pubblica piazza, chissà come gli è venuta l'illuminazione, ha aggiunto il lievito (ma dove l'avrà trovato? cioè: se non esisteva il pane a cosa serviva il lievito? boh) e gli è venuta una roba buona come il pane, e così ha iniziato a venderlo e si vendeva come il pane, e gli è andata bene. Diciamo pane al pane: avrà fatto i soldi, ma se li è meritati. Ha trovato pane per i propri denti, partiva svantaggiato non potendo neanche mangiare pane e volpe, eppure ha reso pan per focaccia ai suoi detrattori sfornando un'invenzione mica da poco.
Onore a questo tizio qua.
Nella prossima puntata: il vino. (ovvero: prendere l'uva, che è buona e fa bene, e pestarla coi piedi; poi prendere il succo d'uva, che non è malaccio e non fa male, e lasciarlo lì a macerare; eccetera)

sabato 9 ottobre 2010

Gekkonidae

Tanto ormai lo sapete quasi tutti, quindi la faccio breve: sabato scorso mi hanno regalato un geco. Un geco morto. Morto accidentalmente. Non di vecchiaia ma nemmeno di morte violenta. Insomma, per chi non ne fosse a conoscenza, pare che qualche mese fa, all'inizio dell'estate, fosse stato avvistato questo famoso geco, del quale poi si erano perse le tracce, finché appunto sabato scorso, durante lo spostamento di alcuni libri, è spuntato fuori di nuovo. Non è dato sapere se sia rimasto spiaccicato tra due libri, o tra un libro e il muro, o se sia morto di stenti; in ogni caso è morto male e prematuramente, povera bestiola, ma ormai è andata, c'è poco da fare, almeno per me. Quello che potevo fare e che ho fatto, però, è fargli qualche foto. Ve ne proporrei quindi una selezione. Se cliccate su una foto, quella si allarga (se no, no).

Proporzioni

Primo piano

Profilo

Posteriore

Lato B

CD 1

CD 2
  
Metro
  
Vabbé...