sabato 24 settembre 2011

Lavoratori di tutto il mondo, in carrozza!

Lo so, lo so, non è una novità, anzi. Già da diverso tempo, in varie regioni, la nostra cara Trenitalia ha stretto accordi che consentono ai membri delle forze dell'ordine, siano essi in servizio o fuori, di usufruire gratuitamente del sempre valido servizio di trasporto viaggiatori offerto dall'Azienda in questione in cambio dell'impegno a sorvegliare la carrozza che occupano, evitando l'insorgere di eventuali situazioni spiacevoli a carico di altri passeggeri e/o del servizio ferroviario in senso lato. È una buona idea, vero? Io credo di sì. E credo che, come tutte le buone idee, andrebbe promossa e se possibile estesa. Insomma, tutti noi conosciamo lo stato non proprio idilliaco in cui versano le nostre beneamate Ferrovie. Ci sarebbe bisogno in effetti, tra le altre cose, di una maggiore sorveglianza sui convogli, e l'iniziativa di cui sopra viene incontro proprio a questa esigenza. Ma tra le altre cose, appunto. Le necessità sarebbero anche altre, e molte di queste probabilmente potrebbero essere soddisfatte brillantemente applicando metodi analoghi. Provo a fare qualche esempio, ma le possibilità sono sterminate.
Non sempre, è noto, l'illuminazione delle carrozze funziona a dovere. Ebbene, le Ferrovie potrebbero permettere agli elettricisti qualificati di viaggiare gratis in cambio di piccole riparazioni ai cablaggi, sostituzione di lampadine fulminate e neon esausti e quant'altro. Anche gli impianti di riscaldamento e condizionamento spesso manifestano qualche incertezza: gli idraulici professionisti potrebbero evitare il pagamento del biglietto se si impegnassero a tamponare tempestivamente gli inconvenienti che causano i maggiori fastidi ai viaggiatori nella stagione corrente. Sui muri spesso si vedono scarabocchi, disegni sconci, scritte di scarso valore letterario: se gli imbianchini potessero viaggiare a sbafo, il problema si risolverebbe in breve tempo. E così i cessi, che non sempre sono esattamente sterili e talvolta presentano anche qualche problema di intasamento, potrebbero essere riportati in condizioni più umane permettendo alle donne delle pulizie di spostarsi a loro piacimento sul territorio nazionale senza pagare un euro. E le tanto vituperate casalinghe, portandosi nella borsetta un aspirapolverino e uno straccetto, saprebbero come provvedere alla perfetta pulitura di seggiolini, poggiatesta, vetri, pavimenti e tendine. Gli ingegneri delle telecomunicazioni potrebbero finalmente trovare un senso alla loro specializzazione sistemando gli impianti di diffusione sonora nelle carrozze e aggiornandoli con le tecnologie più recenti. E così via.
Estendendo un pochino il concetto, si potrebbe permettere di viaggiare a ufo non solo a chi migliora le condizioni operative del materiale rotabile strettamente inteso ma anche ai molti che, col loro lavoro, potrebbero allietare l'esperienza di viaggio dei loro compagni di carrozza, convincendo così sempre più persone a servirsi del treno per tutti i loro spostamenti quotidiani. I cantanti che volessero viaggiare gratis (in prima classe se sono stati ad Amici) potrebbero esibirsi a turno tra una stazione e l'altra, all'interno di scompartimenti insonorizzati allestiti all'uopo. I pittori, portandosi tavolozza e tempere, potrebbero creare intriganti trompe-l'œil negli spazi compresi tra due finestrini. Le cosiddette escort, o per meglio dire puttane, potrebbero offrire i loro apprezzati servigi a capotreni stressati da comitive di furbastri, macchinisti annoiati da paesaggi uniformi e passeggeri fortunati, magari estratti a sorte. E così via.
E pensate che spettacolo sarebbe veder passare un treno del genere. Tutti affaccendati, uno chino a stringere bulloni, uno arrampicato sui poggiatesta che affresca il soffitto, uno che suona il bongo, una laggiù in fondo che rigoverna cappelle (copyright di un mio collega, credo), uno che pianta chiodi a casaccio pur di far vedere che sta facendo qualcosa... Certo, per un motivo o per l'altro quasi nessuno pagherebbe più il biglietto. Ma volete mettere.

sabato 3 settembre 2011

SFP

Nei giorni scorsi, per motivi personali (ovvero miei), sono stato a fare un giretto all'estero. Mica tanto lontano, eh, ma comunque in un Paese nettamente, palesemente, indiscutibilmente più evoluto del nostro, giacché, a differenza del nostro, ha l'onore di ospitare non uno ma svariati punti vendita di una celebre catena di fast food specializzata in pollo fritto. Ché si fa presto a dire pollo fritto: quelli friggono pollo in maniera a dir poco sublime. E, appunto, avendone la possibilità, diciamo che in questi giorni ho fatto del pollo fritto la mia principale fonte di alimentazione. Con gusto. Eppure, pensavo tra un'aletta piccante e l'altra, in fondo non è che pollo. E il pollo non è certo il mio cibo preferito. Il pollo, di suo, è carne bianca, delicata, morbida, magra, non particolarmente saporita; va bene giusto all'asilo e in ospedale, di suo; eppure quel pollo, il pollo fritto come lo friggono in quel posto lì, mi piace, e anche tanto, e come a me piace a un sacco di altra gente, a giudicare dall'affollamento di quei locali. Ma il problema è, di base, rimane pollo. Ovvero, l'idea è buona ma si può fare di meglio. Si può ideare e creare una catena concorrente che sfrutti i concetti di base di quella già affermata ma che proponga cibi addirittura più appetitosi, e che quindi possa ottenere senza difficoltà un successo ancora maggiore. Sentite qua l'idea:

SFP - Sarzana Fried Pork
Ovvero: un fast food basato sul porco fritto. Tutto qua. Porco in tutte le sue forme, impanato con un miscuglio totalmente naturale a base di erbe dalle conclamate proprietà allucinogene capaci di creare un'irrefrenabile dipendenza, ma di base sempre e solo lui: porco. Si andrebbe dalle normali bistecche fritte, che vanno sempre, alle braciole fritte (le vedrei bene col peperoncino, quelle), fino ad autentiche leccornie quali pancetta fritta, salsicce fritte, fette di cotechino fritte e cubettoni di lardo fritti. Qualche temerario potrebbe anche volersi cimentare con un succulento stinco fritto, servito rigorosamente intero. Per chi non ha tempo di sedersi a mangiare ma desidera sgranocchiare qualcosa per strada, cosa c'è di meglio di un'orecchia fritta da impugnare come un cono gelato? Ai bambini piaceranno senz'altro i nostri würstel fritti, mentre chi cerca ricette legate al territorio potrà trovare, in ogni ristorante, la specialità locale a base di porco (ché tanto ovunque vai ne trovi una, decenni di Linea Verde insegnano) fritta a puntino. Testa in cassetta fritta, da queste parti, ad esempio. Di contorno? Beh, io sarei per proporre alternativi cartocci di ciccioli, ma in effetti la clientela potrebbe preferire delle banalissime patatine fritte, e visto che l'olio caldo ce l'abbiamo potremmo anche accontentarla (attacca il porco dove vuole il padrone, come si suol dire, no?). Come dessert, ovviamente, frappé di strutto. Tutto in porzioni abbondanti e preparato con ingredienti di prima scelta, almeno per il primo mese.
Per il logo avevo pensato, anche in questo caso, di non inventare niente di nuovo ma di migliorare l'esistente. Anche la nostra catena, quindi, avrà nel simbolo una foto dell'ideatore, fondatore, padrone, presidente e capo supremo, ovvero, per farla breve, mia.
Il dominio sfp.it è già registrato, ma per averlo dovrebbe essere sufficiente offrire ai legittimi proprietari un buono omaggio per qualche quintale di porco fritto. Problema risolto.
Mancano solo i capitali. Eppure, capite bene, con un business del genere i ritorni sarebbero quasi assicurati.
Forza quindi, gente: investite.

domenica 7 agosto 2011

Sarebbe da farci un post

Allora, sentite un po' questa storia qua. L'altro giorno ero lì in treno che tornavo dal lavoro, il treno si ferma in una stazione, guardo fuori dal finestrino per capire in che stazione siamo e vedo quanto segue.
Marciapiede del primo binario, sotto la tettoia. Di qua un padre che spinge un passeggino, e nel passeggino il figlio di pochi anni che quel padre evidentemente aveva voluto portare alla stazione a veder passare il treno. Un po' più in là una figlia che spinge una carrozzella, e nella carrozzella l'anziana madre che da quella figlia evidentemente aveva voluto essere portata alla stazione a veder passare il treno. Tutti e quattro rivolti verso il treno, ovvero, inconsapevolmente, verso di me che li stavo a guardare da dietro il finestrino. Penso che sia fin troppo chiara l'antisimmetria della scena. Ma la cosa più interessante erano gli sguardi. Quelli dei due accompagnatori, da cui trapelava l'affetto per il rispettivo accompagnato ma anche, tutto sommato, la noia per uno spettacolo non certo straordinario quale può essere l'arrivo e la ripartenza di uno sgangherato trenino regionale. E soprattutto gli sguardi dei due accompagnati, entrambi rapiti dal misterioso fascino del treno, entrambi sognanti ma di sogni diversi, uno che forse immaginava viaggi impossibili in mondi lontani, resi fantastici dagli echi delle favole a cui credeva ancora, l'altra che probabilmente ricordava viaggi fatti in tempi lontani, resi fantastici dal semplice filtro del tempo.
Insomma, per farla breve, persino io che sono tutto sommato un grezzo, uno zotico, direi quasi un buzzurro, ebbene, persino io mi sono quasi commosso. E ho pensato, sarebbe da farci un post. Solo a esser buoni. È che io non ne sarei mica in grado, di scrivere un post all'altezza, purtroppo. Ci vorrebbe qualcuno che sapesse scrivere ma per davvero, per parlare degnamente di queste cose qua. Però so con certezza che tra i miei lettori non mancano valenti scrittori di animo nobile che se solo volessero saprebbero trarre da questa scenetta un post, per dirla in poesia, coi controcazzi. E allora forza, gente, su: fuori 'sto post.

venerdì 22 luglio 2011

Iperquark

Doverosa premessa: sono sinceramente convinto, questa volta ancor più di altre, che quanto sto accingendomi a scrivere sia, come usa dire, una cagata pazzesca. Ma tant'è.
Alcuni giorni orsono, attraverso non ricordo quali impervi e tortuosi percorsi, la discussione si è indirizzata sul seguente argomento: il culo del cavallo. C'era infatti tra noi qualcuno che sosteneva la bizzarra tesi secondo cui il culo del cavallo non sarebbe, per così dire, a tenuta stagna, ovvero che lo sfintere anale equino non sigillerebbe alla perfezione, bensì lascerebbe sempre aperto uno spiraglio, naturalmente bidirezionale; e questo sarebbe poi il motivo per cui la bestia in questione, oltre a scagazzare in giro senza sforzo alcuno come e quando gli scappa, se immersa in un liquido comincerebbe inesorabilmente a imbarcarlo, giungendo perfino, allorché il sostegno garantitogli dal buon vecchio Archimede non fosse più sufficiente, all'annegamento. Niente meno.
Che morte indegna, eh? Già. Non facciamoci prendere dall'emozione, però. Ragioniamo.
Qualche argomento a sostegno della tesi, o almeno del primo corollario, in effetti si trova con relativa facilità. Tutti noi abbiamo ben chiara in mente la bucolica immagine di un cavallo al passo che, mentre avanza nobile e sicuro lungo una sterrata vicinale di campagna, impassibile alza la coda e lascia cadere al suolo una serie di fragranti e inequivocabili segni del suo passaggio. Provate voi a cagare camminando (prima avvisate, però) e vi accorgerete di cosa vuol dire.
La seconda e più notevole delle conseguenze della tesi - l'annegamento, appunto - è però nettamente più difficile da verificare per via sperimentale, e comunque assai più lontana dal nostro senso comune e dall'immaginario collettivo della civiltà occidentale: chi non ha visto almeno una volta, al cinema o alla televisione o giù di lì, un cavallo che guada un fiume, o ancor meglio una mandria di stalloni montati a pelo da ululanti indiani che si lanciano nel grande fiume che attraversa le sterminate praterie del West all'inseguimento del nostro eroe solitario? Orbene, non si è mai visto, e dico mai, un solo singolo unico misero cavallo che a metà del guado rallenta e si pianta come ingolfato, venendo trascinato dalla rapida corrente verso il lontano oceano senza alcuna motivazione plausibile.
La mia fonte ha però una spiegazione anche per questo: sostiene costui che, ben mimetizzato tra la moltitudine di gente che scorre nei titoli di coda del western, qualcuno, probabilmente sotto mentite spoglie (tiene famiglia...), abbia l'ingrato ma fondamentale compito, poco prima del fatidico ciak, di impermeabilizzare i cavalli che loro malgrado prenderanno parte alla scena inserendo appositi stracci laddove opportuno. E che la stessa operazione venisse compiuta anche nella realtà, nel leggendario occidente ma non solo, da chiunque avesse la necessità di percorrere un corso d'acqua di altezza superiore a quella del tubo di scarico del proprio fido destriero.
Ora, voi non provateci a casa, ma a occhio direi che un cavallo potrebbe non reagire benissimo al tentativo di inserimento di un improvvisato e ruvido turacciolo proprio lì, e vaglielo a spiegare che è per il bene suo, della comparsa sopra di lui e della storia del Cinema in senso lato; e anche per questo, si diceva, quel signore là faceva proprio un lavoro di merda. E quindi voialtri non lamentatevi. E a lavorare, ora.

giovedì 30 giugno 2011

Leggere da sinistra verso destra

L'altro giorno, nel vano tentativo di ridurre di un grammo l'entropia dell'universo, o almeno di questa stanza, mi sono imbattuto in un vecchio manuale di istruzioni (oddio, vecchio... ha 19 anni, beato lui... vabbé, chiusa la parentesi, che è meglio) di un vecchio sistema operativo di un vecchio computer. Un famoso sistema operativo in versione 3.1, tanto per capirci senza fare pubblicità occulta non retribuita. Dovreste vederlo, quel manuale. È un tomo alto così. Settecentocinquanta pagine tonde tonde, per la precisione. Naturalmente non l'ho mai letto neanche di sfuggita, e molto probabilmente come me si sono comportati in tanti. Anzi, in molti l'avranno conferito negli appositi contenitori tempo 5 minuti dall'apertura dello scatolone. E chi di dovere se ne dev'essere accorto, tant'è che i sistemi operativi moderni dei moderni computer vengono forniti con un libretto di istruzioni di poche pagine o addirittura senza alcuna documentazione cartacea. Questa circostanza tuttavia, com'è evidente, non ha pregiudicato in alcun modo l'alfabetizzazione informatica di massa, anzi. Cosa che dimostra l'assoluta inutilità, se non peggio, di tutte quelle istruzioni. Ma non è l'unico caso. Ricordo di uno shampoo sulla cui etichetta era scritto testualmente "Modalità d'uso: come un normale shampoo" (e perché, testa di aloe, cosa ti credi di essere?), ma ognuno di voi lettori potrà trovare, nella propria esperienza di vita, numerosi esempi di istruzioni ridondanti o pleonastiche.
Ma non è mica sempre così.
Se è corretto spiegare per filo e per segno al paziente che acquista un pacchetto di supposte qual è l'unica corretta modalità d'uso del prodotto di cui è appena entrato in possesso, onde evitare che tale prodotto si attacchi al lavoro del suo dentista, allo stesso modo sarebbe il caso di spiegare a un eventuale ignaro acquirente di un pacchetto di sigarette che non è il caso di utilizzarle allo stesso modo delle supposte - almeno, non dopo averle accese - almeno, non dal lato acceso. Uno che si compra una macchina nuova, pur avendo (si suppone) una patente di guida e quindi avendo seguito (si spera) opportuni corsi, se appena si azzarda a leggere il manuale si ritrova sommerso di informazioni ovvie come "Girando il volante verso destra il veicolo va a destra", ma neanche un microscopico adesivo di carta straccia informa il fresco possessore di una fiammante bicicletta che per spostarsi dovrà pedalare col sudore della fronte: e uno avrà pure il diritto di non saperlo, o no? E chi insegna all'ignaro acquirente di un immacolato paio di mutande qual è il davanti e quale il dietro? Eppure la differenza è notevole, eh, provare per credere. Ma niente. Ci vorrebbe una legge, un testo unico, una circolare ministeriale, un qualcosa che obblighi a spiegare alla gente ignorante-nel-senso-che-ignora tutte le cose che vanno spiegate, e solo quelle. Bisognerebbe proporlo. Ma come si fa? Chi lo sa. Non c'è mica scritto.

domenica 19 giugno 2011

We shall never surrender (dicono)

Li prendono subito, già dall'inizio, appena mettono piede in stazione. L'apposita vocina squillante gracchia dai rugginosi altoparlanti: Attenzione: è vietato attraversare i binari. Servirsi del sottopassaggio. E subito dopo: Attention please: it's strictly forbidden to cross the railway lines. Ovvero, ci aggiungono strictly, cosicché quelli s'immaginano plotoni di controllori scelti appostati sulle pensiline e pronti a balzar loro addosso qualora si azzardino a posare la suola di una scarpa sull'acciaio di una rotaia, e però, perfidi, non gli suggeriscono la soluzione (il sottopassaggio). In modo da farli sentire subito a disagio, stretti tra la necessità di arrivare al binario 3 in tempo, il desiderio di continuare a vivere anche dopo che un eventuale treno in transito sul 2 sia transitato e l'imperativo morale di non trasgredire una regola imposta da un'autorità superiore. E così il loro treno arriva al binario 3 e riparte, e loro sono ancora lì sul marciapiede del binario 1 a implorare aiuto. Finché finalmente, vedendo la gente del luogo che scende le scale di fronte a loro e poco dopo gli risbuca alle spalle, fanno due più due e risolvono l'enigma, passando al livello successivo.
Appena risaliti sul marciapiede giusto, in attesa del treno successivo al loro, la gentile vocina bastarda comunica quanto segue: Attenzione: treno in transito al binario 3. Allontanarsi dalla linea gialla. E poi, da vigliacca: Attention please: there will be a train in transit at platform 3. Che, come capite, è ancora peggio di prima. Perché la frase in italiano nasconde un'insidia di non poco conto. Chiunque abbia una minima infarinatura di geometria elementare sa bene che "allontanarsi da una linea", su un piano, può significare muoversi in una direzione oppure in quella opposta. Bisognerà spostarsi dalla parte di qua, verso il centro del marciapiede, o dalla parte di là, verso il centro del binario? Non è specificato, e non è un caso. L'italiano ormai lo sa, l'altro no; crede solo di aver capito, dall'esperienza maturata al livello precedente, che gli conviene ascoltare le informazioni diramate in quella lingua a lui ostile piuttosto che nella sua, e così ha prontamente estratto il fido dizionario tascabile e ha tradotto alla lettera l'avviso; ma non lo sa interpretare. Ha solo il 50% di probabilità di arrivare al livello 3.
Arrivarci vuol dire essere ormai sul treno, in ritardo ma vivo. E qua il nostro avventuroso amico, rilassato su un seggiolino reduce da molte battaglie perse, si gode l'aria condizionata a palla senza dar peso a quell'adesivo applicato sul finestrino: Carrozza climatizzata: aprire solo in caso di necessità - Conditioned coach: do not open. E il caso di necessità, puntuale come il fatidico mostro di fine livello dei videogiochi anni 80, non si fa attendere. E il nostro eroe straniero, colto alla sprovvista senza modo e tempo di tradurre, anche grossolanamente, la scritta in lingua neolatina, si ritrova stretto tra il finestrino ermeticamente chiuso e non apribile per nessun motivo (do not open, punto), il fuoco che avanza, e la legge morale dentro di sé.
Vogliamo ricordarlo così.

martedì 31 maggio 2011

Conviene obbedire.

Ovvero:

È pericoloso rifiutarsi.

domenica 22 maggio 2011

Un abbonato ha sempre un posto in prima fi

Non sempre una nuova invenzione genera un nuovo oggetto. Talvolta si inventano anche delle idee, dei concetti, magari verificabili e brevettabili con minor facilità ma altrettanto, se non addirittura maggiormente, influenti sulla vita di chi se ne avvale e dell'umanità nel suo complesso. Penso ad esempio alla politica: qualcuno, prima o poi, ha inventato i concetti di dittatura, democrazia, mafia e via dicendo. E queste invenzioni si sono diffuse. Ma anche limitando l'osservazione alla vita quotidiana dei singoli gli esempi non mancano. Per dire: negli ultimi tempi, come qualcuno tra i lettori più attenti avrà forse intuito, prendo spesso il treno. Quasi sempre sulla stessa tratta. E quindi non acquisto biglietti di corsa semplice ogni volta, ma faccio l'abbonamento. Ebbene, il concetto di "abbonamento" l'avrà pur inventato qualcuno. Ed è stata una buona idea, la sua. E infatti si è diffusa con successo in diversi settori. La corriera, la palestra, le riviste, il teatro, la televisione. Ma la diffusione delle buone idee (la democrazia, l'abbonamento) andrebbe favorita, sostenuta, agevolata. Magari pacificamente, finché possibile, però di certo in un modo o nell'altro andrebbe incoraggiata ed estesa a nuovi ambiti.
L'autostrada, ad esempio. Uno che, per lavoro o per le sue ragioni, dovesse percorrere spesso il solito tratto di autostrada, potrebbe pagare un tot al mese ed essere libero di percorrere quel tratto (e solo quello) senza limitazioni. Basterebbero dozzinali modifiche al software che gestisce i Telepass o le Viacard, o banalmente un apposito tagliando da mostrare al casellante insieme al biglietto di ingresso. Facile e conveniente.
Ma anche McDonald's, per dire una catena diffusa capillarmente sul territorio e da sempre attenta alle ultime evoluzioni tecnologiche e sociali, potrebbe introdurre forme di abbonamento: in cambio del pagamento di una cifra forfettaria mensile, oppure a seguito di un congruo lascito testamentario, potrebbe consentire ai propri clienti di cibarsi liberamente presso i suoi ristoranti per un mese o finché dura, rispettivamente. Dovrebbero essere studiati e introdotti alcuni vincoli onde scoraggiare i furbastri (obbligo di consumare tutto all'interno del locale, ad esempio), ma sono convinto che l'idea riscuoterebbe il successo che merita.
Ma, facile previsione, il successo maggiore il concetto di abbonamento lo riscuoterebbe se fosse applicato a quella nobile forma di commercio che è tradizionalmente denominata meretricio. Il cliente abituale pagherebbe un tot al mese (sconti speciali per militari e sottosegretari) e potrebbe usufruire fino allo sfinimento dei servigi offerti da signorine di comprovata resistenza e professionalità. Prevedo la vostra obiezione, esperti lettori: uno dopo un po' si stufa, ha voglia di cambiare. Obiezione accolta. Infatti in questo caso la validità dell'abbonamento dovrebbe essere estesa a tutte le partecipanti ad appositi consorzi, o cooperative che siano: l'utente, esponendo l'apposito tagliando (appeso dove? boh, fate voi), potrebbe rivolgersi a suo piacimento a una qualunque delle consorziate o cooperanti (una per volta, eh, però...) e ottenere il servizio che desidera e che gli spetta. Certo, sarebbe necessario un minimo di organizzazione, di coordinamento, e noi italiani sappiamo che non è il nostro forte: ma volete mettere i vantaggi?

domenica 8 maggio 2011

Vita vissuta

[questo post è troppo lungo, è vero, ma non avevo tempo di scriverlo più corto]
Ho installato l'accendisigari nella Panda, l'altro giorno. Ci ho messo una mattinata intera. Ho fatto anche un lavoro tutto sommato decente, considerando che gli strumenti a disposizione non erano pienamente idonei e che non avevo, prima, alcuna esperienza di installazione accendisigari su Pande. E perciò ve lo racconto. E se non ve ne frega niente, ve lo racconto lo stesso.
Ebbene, per prima cosa ho dovuto stabilire quale fosse la dislocazione più appropriata. La scelta è caduta su quel pezzetto di plastica con un angolo stondato che sta all'estremità superiore destra del cruscotto, accanto ai pulsanti, sopra la bocchetta. Ma come sarà ancorata quella placchetta di plastica al resto della plancia, pensavo, e come occorrerà agire per rimuoverla correttamente? Dopo qualche sommaria ispezione, ho optato per il sempre valido vecchio metodo del colpo secco. E la placchetta s'è staccata, permettendomi di scoprire che era incastrata per mezzo di tre linguette di plastica. Era. Ora, due.
Successivamente ho dovuto escogitare un modo per fornire l'alimentazione elettrica a quell'accendisigari. Svanito il sogno di trovare due bei cavi ad attendermi proprio lì sotto la placchetta, e dopo aver compulsato il manuale di uso e manutenzione che forniva, al paragrafo "Autoradio", indicazioni platealmente fuorvianti, ho rimosso senza particolari difficoltà l'intera parte anteriore del cruscotto, scoprendo al di sotto di essa, con sollievo, l'esistenza di una provvidenziale matassina di cavi predisposti dal saggio progettista della Panda al fine di agevolare chi volesse installare su di essa autoradio o componenti assimilabili. Rimossa la gommapiuma che li avvolgeva (che, sì, forse serviva a ridurre le vibrazioni, ma via, la gommapiuma è roba da femminucce, e noi siamo uomini veri, si sa), ho adocchiato due cavi che, dalla faccia, davano l'idea di essere proprio quelli dell'alimentazione, e con abile mossa li ho fatti arrivare fino all'alloggiamento previsto.
Fin qua tutto facile. Ma ora si trattava di forare la placchetta di plastica, rimossa in precedenza, cosicché potesse fungere da alloggiamento per l'ormai famoso accendisigari. Con un apposito trapano l'operazione sarebbe stata assai più semplice, ma tra la volontà di evitare di evitare di impiastrare di plastica fusa la punta del trapano, e tra quel minimo di sano disprezzo per le cose troppo facili, ho scelto un'altra strada. Strada lastricata di: pezzi di ferro arroventati sul fornello della cucina - seghetti palesemente progettati per altri scopi e comunque reduci da mille battaglie perse - pezzi di carta vetrata ma più carta che vetrata - lime di foggia e dimensione adatta più alle sbarre di un carcere di massima sicurezza che a ogni altro scopo - alla fine, nella disperazione, anche viti autofilettanti - e molto, molto sudore. Ché tra l'altro quella placchetta di plastica lì dovrebbe essere, ho scoperto, il componente più robusto di tutta la Panda, quello progettato per resistere a qualunque cataclisma e per testimoniare nei secoli dei secoli, agli archeologi di civiltà future che vi s'imbatteranno, l'esistenza di un prodigio della meccanica del XX secolo chiamato Panda. Come che sia, dopo ore di cruente lotte senza esclusione di colpi da ambo le parti, la placchetta è stata violata con un foro di forma molto approssimativamente circolare, e l'accendisigari ha potuto trovare la debita collocazione.
Ultimo ma non meno importante problema: i cablaggi. Due linguette metalliche sull'accendisigari, una collegata alla parte esterna, una al pippolino centrale in fondo (scusate la terminologia tecnica). Due cavi provenienti dal quadro elettrico della Panda, uno nero e uno rosso. Chi sarà cosa? Chi andrà collegato dove? 50% esatto di probabilità di sbagliare. E allora, quand'è così, si va a intuito. A occhio, il pippolino centrale dà l'idea di "+", e la parte esterna di "-". Allo stesso modo, il cavo nero sa di "-", quello rosso di "+". Ché qua bisogna entrare nella psicologia perversa dei progettisti di accendisigari e dei redattori di cervellotici standard di codifica dei colori: un ginepraio. Incredibilmente, per una volta, mi è andata bene.
E sicché ho messo un po' di nastro isolante qua e là, che non guasta mai, ho rimontato a modino la plancia, e ora ho una Panda con un accendisigari. Che non è mica da tutti. Una roba prestigiosa. Quasi d'élite.
E ora lo sapete anche voi.

lunedì 2 maggio 2011