lunedì 22 settembre 2008

Ciuf ciuf clic clic

Ancora treni, sì. E no, perché non ve ne fregherà niente ma stasera ero seduto nella fila dietro a una tipa, sui 40, mezza spagnola o comunque spagnofona, con una macchina fotografica. Non era male, la macchina (la macchina!): reflex digitale, Nikon, zoom bello lungo, insomma un bell'oggettino. E questa tizia ha pensato "L'ho pagata, la uso!", e si è messa a fotografare. Ha iniziato subito dopo Pisa, sul ponte, e quando sono sceso non aveva ancora smesso. Ne avrà fatte un migliaio. E a che cosa le ha fatte, poi? A me? Macché. Al tramonto. Sì, c'era il tramonto, è vero, ma c'è tutti i giorni, e non era chissà che tramonto, e non c'era neanche il mare, neanche un po'. E quella ha documentato tutte le fasi di quel cazzo di tramonto, attimo per attimo. Se il sole tornava su faceva lo scoop, ma stavolta le è andata male. E tutto ciò col finestrino spalancato e io dietro. E finito il tramonto? Si è girata di là, ha aperto l'altro finestrino e ha fotografato i monti. Un altro migliaio di foto alle Apuane, metro per metro. Col flash. Che notoriamente a qualche chilometro di distanza dà il meglio di sé, il flash. E ha attivato anche la funzione anti occhi rossi, sia mai che le venisse il marmo con gli occhi rossi, sta male. Insomma, questa adesso sarà lì che cancella migliaia di foto inutili. Inutili proprio come questo post. Però ormai l'ho scritto e non lo cancello, io. Mica come quella, io.

giovedì 18 settembre 2008

Mimesi ferroviaria

L'altra mattina invece sul mio treno è salito un soldato. Uno dell'esercito, proprio. Non so che grado avesse, in tutta la simbologia delle stellette e delle mostrine non ci ho mai capito un tubo (e questo non è mai stato tra i motivi che mi hanno fatto perdere il sonno), ma che fosse un soldato era palese, si vedeva da qua a laggiù in fondo: aveva la mimetica...
Ehi, un momento. Ripeto.
Si vedeva che era un soldato, e lo si vedeva chiaramente, da un'estremità all'altra della carrozza, perché aveva la mimetica.
Qualcosa non va.
Io non so come si sarebbe ambientato quel soldato nella giungla o nella tundra o nella pineta di Migliarino, ma su quel treno quella mimetica non funzionava affatto. Il tipo non si mimetizzava neanche un po', anzi, ve l'ho detto, lo si sarebbe riconosciuto a chilometri.
Urgono provvedimenti.
Ne suggerisco due, alternativi e complementari:

  1. Si forniscono ai soldati, o almeno a quelli che usufruiscono del treno, delle divise prodotte con la stessa stoffa che ricopre i sedili del treno stesso. Aumenterebbe il bagaglio e il tempo necessario alla vestizione, ma l'effetto sarebbe garantito e la flessibilità massimizzata.
  2. Si installano in ogni carrozza, accanto ai posti riservati a mutilati e invalidi eccetera, dei seggiolini appositi per i militari, ricoperti della stessa stoffa con cui sono prodotte le mimetiche. Metodo assai meno flessibile ma più pratico.
Di sicuro, ne converrete, così non si può andare avanti.

domenica 14 settembre 2008

Famolo strano


Via, ci dovrà pur essere un motivo. Non si saranno mica messi a produrre una tavoletta da cesso con quella forma lì e con quei tre aggeggini sotto solo per passatempo. Eppure. Io è da quando il tipo che mi ha mandato questa foto mi ha mandato questa foto che non smetto di interrogarmi sull'utilità di siffatti accessori da cesso, senza alcun risultato. Ma voi che siete così perspicaci e ferrati sull'argomento saprete senz'altro offrirmi la soluzione a questo enigma. Forza, rispondete numerosi! (se vi pare)

martedì 9 settembre 2008

Un post che è la fine del mondo

Gente, io ve lo dico. Lo so che lo sapete già (e che fingete di non crederci), ma come insegnano le nonne è sempre meglio pararsi il culo. Non vorrei che poi qualcuno venisse fuori a dire che non vi avevo avvertito, e allora vi avverto: qua come niente domani finisce il mondo. Il mondo, gente, mica balle. Questi simpatici amici svizzeri domani di buon'ora pigliano due microparticelle a caso, le fanno girare per un po', e poi le sbattono una contro l'altra forte forte; quelle picchiando producono un little big bang, da lì nasce un buco nero piccino piccino picciò ma pur sempre nero e come tale, nel suo piccolo, incazzato nero, e quello in un minchiosecondo fa sparire tutta la Svizzera compresi cucù, coltellini, mucche e fondi neri (pure loro), e poi da lì pian pianino inizia a rosicchiarsi tutto il pianeta, e noi moriamo tutti. Facile, no? Dice che 'sto buco nero in quattr'anni se l'è fatto fuori tutto, il pianeta, fino all'ultimo canguro. Poi farà il ruttino e inizierà a ciucciarsi pure la luna, così, come dessert, ma a quel punto sapete quanto ce ne fregherà della luna. Certo, c'è di buono che ci metterà quattro anni. In questi quattro anni uno potrà prendere il Cisalpino e andare a vedere il buco nero. Farsi una foto col buco nero. Farsi risucchiare dal buco nero (e qui mi fermo). Son belle cose. E poi, chissà che rumore fa un buco nero. Chissà se puzza, un buco nero. Tra un po' lo sapremo. E, girando per le strade di un mondo che finirà dopo qualche anno, ci si potranno togliere un sacco di soddisfazioni. Sempre che qualcuno non si tolga prima le sue su di voi. Ma intanto, che vi frega, un anno più un anno meno...
Via, basta, io ve l'ho detto. Il mio dovere l'ho fatto. Ci si risente. Magari in un'altra dimensione.

sabato 6 settembre 2008

Carpe (senza diem)

Dico: prendiamo i pesci. Se non esistessero i pesci riuscireste a immaginarli? Non lo so, ma intanto esistono già da diverso tempo, e comunque sono certo che (salvo rare eccezioni) non avete colto la citazione colta, quindi lasciamo perdere, non dormiamo e prendiamo i pesci.
I pesci vivono nell'acqua, e ciò è noto. Ci sono pesci d'acqua salata e pesci d'acqua dolce. Gli uni stanno in mare, gli altri nei fiumi, nei laghi, nel Canale eccetera. Fino a qui dovremmo esserci tutti, no?
Bene.
Solo che, appunto, il mare è uno, mentre i fiumi, i laghi eccetera sono tanti. Ma tanti tanti. Sono una marea, se mi si passa l'espressione. E mentre un pesce che vive nel mare, stando attento, se ne può andare in giro un po' dove gli pare, uno che vive in un fiume non è che un bel giorno può prendere e andarsene in un altro. Perché tra il suo fiume e l'altro, lì sì che c'è di mezzo il mare (mentre tra il dire e il fare, com'è noto, c'è di mezzo e il), e lui è un pesce di fiume, e dal mare non ci può mica passare.
Quindi, ciò che mi chiedo è: come fanno a esserci più o meno gli stessi tipi di pesci in tutti i fiumi?
Sì, lo so che non sono proprio gli stessi, che ci sono varie razze e varie specie e roba varia, però, via, più o meno una carpa è una carpa, e le carpe ci sono in un sacco di fiumi. E lo stesso vale per un mucchio di altri pesci. Come ci sono arrivati tutti quei pesci uguali in tutti quei fiumi diversi? Io non lo so, voi non fate finta di saperlo.

lunedì 1 settembre 2008

Botta di Cultura

Come certamente non ignorerete proprio voi che siete cittadini del mondo, nei giorni scorsi qua a Sarzana si è tenuto il ben noto Festival della mente. E quando la Cultura arriva in città, se posso, ne approfitto per darmi una sgrezzata. E quindi in questi 3 giorni ho assunto una dose di Cultura che neanche in 3 anni. Sono andato a vedere, nell'ordine:

  • Toni Servillo
  • Piergiorgio Odifreddi
  • Matteo Motterlini
  • Danilo Mainardi
  • Roberto Andò e Ferdinando Scianna
  • Marc Augé con Marco Aime
  • Alessandro Barbero
  • Moni Ovadia

Sento già i vostri mugugni: E a noi che cazzo ce ne frega?, state mormorando. Innanzitutto vi invito ad adottare una terminologia meno scurrile, ché qua si parla di Cultura, mica cazzi&caimani. E comunque, tutto ciò era per ringraziare ufficialmente e pubblicamente la zia che mi ha gentilmente fornito il pass.

martedì 26 agosto 2008

Tenere fuori dalla portata del Gilo

Non molti giorni fa mi sono recato in questo grande magazzino sarzanese (ma non disperate, fa parte di una catena, se siete fortunati magari ce n'è uno anche costì vicino a voi), e lì, in uno scaffale dei tanti, ho visto queste racchette fulminazanzare. Sapete quali sono, no? Sono quelle specie di piccole racchette da tennis dotate di una pila nel manico e aventi le corde, metalliche, percorse da corrente, fatte in modo tale che qualora la malcapitata zanzara dovesse toccarle ne rimarrebbe istantaneamente e definitivamente fulminata. Lo so, non sono certo una novità queste racchette ammazzazanzare, ormai è da diversi anni che se ne vedono in circolazione. Ma quelle avevano la particolarità non secondaria di essere vendute a un prezzo sensibilmente inferiore a ogni altra racchetta massacrazanzare in cui mi ero imbattuto fino all'altro giorno.
In realtà non ne avrei bisogno di una racchetta accoppazanzare, specialmente da quando ho installato la zanzariera alla finestra della camera; tuttavia, forse a causa del risvegliarsi di qualche ancestrale istinto di caccia, sopito in me fin dal paleolitico superiore, ero quasi tentato di comprarne una. Diciamocelo, la racchetta sterminazanzare sta alla zanzariera come cacciare una pernice nella brughiera di mattina dove non si vede un casso per ritrovar se stesso [cit.] sta a comprare quattro ali di pollo alla Coop.
Senza considerare quanto segue: la racchetta trucidazanzare può essere facilmente riadattata per molteplici altri scopi. In fondo non si tratta che di una griglia composta da sottili conduttori e dotata di un manico isolante. Basterebbe comprarne un paio (il prezzo è popolare, ve l'ho detto), collegarle alla corrente (intendo proprio la 220, mica quelle due stitiche ministilo in dotazione), inserire un qualche essere vivente a mo' di toast tra le due griglie, stringere bene e premere l'interruttore. Per il ben noto effetto Joule, l'energia elettrica che fluirebbe attraverso il corpo dell'essere ex-vivente in questione, trasformandosi in energia termica, ne consentirebbe una cottura uniforme, dietetica, rapida e altamente innovativa. Una roba da grandi chef. A quel punto non rimarrebbe altro che da scegliere il tipo di carne più adatto a tale metodo di cottura. Servirebbe un animale di forma pressoché rotonda, schiacciata, del diametro di un CD o poco più, non molto veloce a scappare... Uhm... Qualche idea?

mercoledì 20 agosto 2008

Qui si fa.

L'altro giorno ho preso la corriera (tanto se non lo precisavo io ci pensava qualcun altro...) e sono andato a Lerici. E sono passato davanti al Cinema Teatro Astoria. In effetti è difficile non passarci davanti, andando a Lerici con o senza corriera, ed è soprattutto difficile, passandoci davanti, non notarlo. Anche se non è certo una novità. In effetti è da un bel po' che c'è, ma come tutte le cose prodotte dall'uomo, tra cui l'uomo stesso, ci sarà stato sicuramente un tempo in cui non c'era. Poi lo avranno costruito. E niente, me li vedevo mentre lo costruivano. L'architetto, il capomastro, tutti gli operai a fare su e giù per i ponteggi, davanti ai ponteggi il classico telo verde, e sopra un cartello:

QUI SI FA L'ASTORIA.

Mica male, dev'esser stato. Peccato che non c'ero.

venerdì 15 agosto 2008

Un anno fa


Questa foto l'ho scattata io, trecentosessantasei giorni fa giusti giusti.
Per la cronaca, vi comunico che anche il dito è il mio. Ma l'avrete senz'altro riconosciuto anche da soli.
Perché, sapete, talvolta quando voglio riesco anche a essere un artista.

lunedì 11 agosto 2008

Ahi Siena, vituperio de le genti

Quest'oggi invece sono stato a fare un giro a Siena. E mi sono un pochino incazzato. E' vero, forse incazzarsi non serve, probabilmente ormai non c'è più niente da fare, è andata come è andata, quel che è stato è stato e chi ha avuto ha avuto e tutto quanto, però permettete che uno s'incazzi? Perché poi va sempre così in Italia, si fanno le cose come viene, giorno per giorno, alla cazzodicane, senza un minimo di visione d'assieme, senza un progetto a lungo termine. Ma dico, santi numi (anzi, non dico testualmente così, ma lasciamo stare), dico, caro fondatore di Siena, sei lì che stai fondando Siena. E dico Siena, non una Caprognano qualsiasi. Una città che per secoli ha avuto un'importanza politica, economica e culturale non indifferente, e che anche in seguito ha mantenuto un suo perché. Quante volte ti capiterà nella vita di fondare una città così? Sii onesto, non tante. E allora pensaci un attimo, prima. La vuoi fondare proprio lì, perché ti piace il posto, c'è aria buona, tutto quello che vuoi. Va bene, è un tuo diritto. Però, cazzo, prima di metterti a costruire così alla rinfusa guardati un attimo intorno. Pensa che milioni di persone, nei secoli dei secoli, dovranno viverci, in quel posto lì, almeno per qualche ora. E camminarci, su e giù e giù e su. E allora, grandissima testa di minchia, prima di buttarti con le ruspe e le betoniere e le gru dai una spianata! Dai, non ci vorrà mica tanto. Non deve venire un biliardo, qualche falsopiano si sopporta, ma mica così! Guarda i pisani, per dire. Eppure via, diciamocelo, sono pisani: non hanno altro che una torre e pure storta. Ma la città, loro, l'han fatta dritta. Orizzontale. Bella para. Così uno la gira tranquillamente in lungo e in largo senza ritrovarsi alla sera con due polpacci degni di una sollevatrice di pesi bulgara. Mica scemi. Loro.