domenica 18 dicembre 2011

Piccoli piaceri del pendolare


Ho fatto un viaggio in treno, l'altro giorno. E fin qua niente di strano, ne faccio due quasi tutti i giorni feriali. Ma quello dell'altro giorno era speciale. Ero seduto vicino al finestrino, il finestrino aveva il vetro doppio, ma qualcosa si era rotto, e nell'intercapedine tra i due vetri era entrata acqua piovana. E quando il treno accelerava l'acqua si inclinava all'indietro, e quando frenava si inclinava in avanti. E quando il treno arrivava in una stazione e si bloccava del tutto, l'acqua che si era spostata in avanti tornava indietro di colpo, facendo le ondine e sollevando del particolato biancastro in sospensione sulla cui natura magari è il caso di sorvolare ma che produceva un effetto palla-con-la-neve assolutamente degno di nota. Insomma, non so se l'ho descritto granché bene ma era un vero spettacolo, credetemi. Quel finestrino rotto ha dato un senso a un viaggio altrimenti noioso e sostanzialmente inutile, a un viaggio che poteva essere uguale a migliaia di altri viaggi e che invece è stato speciale.
E sicché, niente, pensavo che questa cosa qua andrebbe replicata. In ogni carrozza (per cominciare, in ogni carrozza di prima classe) bisognerebbe installare almeno un finestrino con dell'acqua nell'intercapedine tra i due vetri. Così sì che il viaggio sarebbe un vero piacere. E chi darebbe importanza alla puntualità o alla pulizia o a simili bazzecole avendo uno spettacolo del genere da ammirare? Bisognerebbe solo risolvere il problema di coloro i quali, giustamente, quando il treno è ben lanciato tirerebbero il freno di emergenza apposta per gustarsi lo tsunami nel finestrino, ma poi chi mai sceglierebbe ancora altri mezzi di trasporto?
Perché basta così poco, a volte.

martedì 6 dicembre 2011

E 3

La notizia, in breve, è la seguente. La notte scorsa, per la terza volta (ricorderete certo la prima e la seconda), i soliti maledettissimi ignoti mi sono entrati nella Panda. Stavolta hanno forzato la portiera destra, piegandola verso l'esterno fino al punto da far passare un braccio e così sbloccare la sicura. Non hanno rubato niente, anche perché ben poco c'era da rubare, ma la portiera destra, nella parte superiore, diciamo che era più ermetica prima. Mi ci hanno lasciato uno spiraglio largo due dita. Se pioveva ridevo, stamani.
L'augurio più opportuno per questi signori è ovviamente che la prossima notte, e non solo quella, comitive di ignoti penetrino allo stesso modo nel loro succulento orifizio anale, praticandovi un'apertura sufficiente a far passare un braccio, ma di traverso però, e poi lasciandolo socchiuso proprio come loro hanno lasciato la portiera della mia Panda, e che quel pertugio largo due dita gli rimanga tale, aperto e grondante un miscuglio dei loro umori più laidi, per tutti i loro giorni a venire, e che l'emorragia, la merdorragia (?) e simili non gli si arrestino neanche per un momento, neppure allorché costoro crederanno di aver posto fine alle loro ignobili vite sdraiandosi placidamente sotto un metro di terra, ma che inspiegabilmente proseguano fino al completo riempimento e alla successiva ignominiosa esplosione della bara che avrà il disonore di ospitarli.
Ciò detto, tornando a noi, non posso evitare di ringraziare sentitamente il mio esimio collega AGElB e questo signore qui, che al termine della pausa pranzo odierna hanno profuso il loro impegno per il nobile tentativo di rimarginare alla meno peggio quella ferita aperta nella carne viva della mia cara Panda. Tentativo non del tutto riuscito, a dire il vero. Temo che i segni di quanto accaduto non si cancelleranno del tutto. Meglio che niente, certo. Ma povera Panda, però.

domenica 27 novembre 2011

Amore e suoi derivati

Nella mensa che frequento abitualmente è possibile trovare ogni giorno una selezione di secondi piatti caldi, preparati con impegno e mestiere da un rispettabilissimo cuoco, al quale, come sapete, proprio su queste pagine ho già avuto modo di esprimere tutto il mio apprezzamento. Ma ci sono, ahimè, persone particolarmente esigenti, o giorni in cui proprio la rispettabilità, il mestiere e l'impegno non sono sufficienti a conferire a quei secondi piatti un aspetto minimamente invitante. In quei giorni, o per quelle persone, è prevista comunque la possibilità di ripiegare su piatti freddi preconfezionati quali mozzarella, affettati, tonno, carne in scatola o, e veniamo al dunque, stracchino.
Ebbene, lo stracchino che è possibile trovare in mensa negli ultimi tempi è quello rappresentato nell'immagine seguente:

Il produttore, come potete agevolmente vedere, sostiene che il suo stracchino è, testualmente, fatto con latte e amore. E se lo dice lui, anzi se lo scrive, e a maggior ragione se dispone la scritta in bella evidenza sul lato principale della confezione anziché nasconderla tra quelle infilate sul retro nella piegatura dell'involucro, non c'è alcuna ragione per dubitare che sia effettivamente così. E, se la presenza del latte in uno stracchino è un fatto tutto sommato abbastanza ovvio (per quanto di 'sti tempi, signora mia), lo stesso non può dirsi per il secondo ingrediente. L'amore.
Ah, l'amore, l'amore... No, non preoccupatevi, non mi metterò qui a parlare d'amore, generazioni di poeti o sedicenti tali ne hanno scritto e ancora ne scriveranno molto meglio di quanto potrei mai aspirare a fare io. Mi permetto solo di ricordare in parole molto povere che la parola amore ha molti significati e che il concetto di amore si esprime in molte forme. C'è l'amore sacro e poi c'è quello per così dire profano. Ma mischiare uno stracchino con il sacro parrebbe una bestemmia, e infatti non è affatto mia intenzione: concentriamoci quindi sulla seconda tipologia.
Qua necessariamente parlo non già per esperienza diretta ma un po' andando per sentito dire e un po' basandomi sulle informazioni documentarie multimediali che ho attinto nel corso degli anni da fonti altamente qualificate. Ebbene, tra le varie cose che ho imparato c'è che l'amore, l'amore "terreno" di cui stiamo trattando, comporta tra l'altro la produzione, come sottoprodotto delle fasi finali della lavorazione, di una sostanza assimilabile per colore e consistenza al latte, con esso (a occhio) facilmente miscibile e utilizzabile, nelle giuste proporzioni, per la produzione di specialità lattiero-casearie a pasta molle delle quali un tipico esempio è, per l'appunto, lo stracchino.
Uno stracchino che diventa uno stracchino con una marcia in più, a quel punto. Perché non contiene solo il latte, non solo il caglio, non solo il sale, ma ha in sé un ingrediente segreto, uno degli ingredienti della vita stessa, il più puro, candido e gustoso frutto dell'amore. Che probabilmente è proprio quello che gli dona quel sapore particolare e irresistibile.
Quel delizioso sapore d'amore.

sabato 12 novembre 2011

È una ruota che gira

Ché la ruota, quella normale, che serve è chiaro. Lampante. Soddisfa un bisogno pressante. L'uomo sente il bisogno di spostare una roba da qui a lì con poco sforzo, e prima o poi, sotto la spinta di quel bisogno, a inventare la ruota, quella normale, ci arriva. E ci può arrivare per approssimazioni successive, prima piazzando un tronco sotto al blocco di pietra, e poi pian piano perfezionando il concetto, trovando soluzioni che soddisfano sempre meglio il bisogno che sente. Ma, lo sappiamo, già non è sempre facile sapere con precisione di che cosa abbiamo bisogno noi stessi, ancor più difficile è saper intuire, o predire, le necessità degli altri esseri umani, a maggior ragione è chiaro che spostando l'attenzione su altre specie animali le difficoltà non diminuiscono, anzi. Che ne so io, a priori, di cosa può aver bisogno un cane? Vado per tentativi: gli butto un iPhone, vedo che lo lecca un po' su e giù senza apprezzare più di tanto le meraviglie del touch screen capacitivo e poi se ne va, poi gli butto una pallina e vedo che invece ci gioca per ore, e allora, ma solo allora, capisco che al cane piace la pallina e magari perfeziono l'idea creando e commercializzando palline specifiche per cani. Ma, capite, la pallina in sé esisteva già, non è che l'ho dovuta inventare apposta o comunque modificare pesantemente per adattarla al cane. E poi il cane è facile, dà dei ritorni, se una roba gli piace lo fa capire; altre bestie meno.
E quindi, tutto ciò premesso, veniamo al punto: La ruota per criceti.
La classica ruota per criceti, lo sapete com'è fatta, no?, non è una ruota comune: è costituita da tutta una serie di sbarrette metalliche dove la bestiola si aggrappa, è imperniata su un solo lato, e soprattutto, contrariamente a qualunque altra ruota di uso comune, si utilizza dall'interno. Sicché va fatta proprio con quelle caratteristiche lì, e proprio e solo per quello scopo lì: far correre il criceto. Il che significa che qualcuno un bel giorno ha inventato, progettato e realizzato un attrezzo non banale, e non esistente in precedenza, per soddisfare un bisogno non suo ma di un animale tutto sommato evolutivamente alquanto distante da noi quale può essere un criceto. Ai criceti la ruota piace, si sa: sì, bella forza, si sa perché esiste, se non esistesse mica si saprebbe. Quel tale inventore non lo sapeva, non poteva saperlo. E non poteva neanche adattare una ruota già esistente. Provate a dare a un criceto una ruota normale, piena all'interno, tipo una ruotina da triciclo, o comunque una a raggi: inutilizzabile. Provate con un copertone usato di una Panda: troppo grande, troppo scivoloso, e se non è correttamente imperniato al centro col cavolo che gira. Niente, c'è poco da fare, ci vuole proprio una ruota da criceti. E questo tipo l'ha inventata, il suo criceto ci s'è trovato bene, e allora lui l'avrà brevettata, ci avrà tirato su un discreto gruzzolo, com'è giusto che sia data la genialità della sua invenzione, ma poi? Di lui non si sa nulla, salvo forse gli esperti del ramo (che però, è noto, snobbano questo blog) nessuno conosce neppure il suo nome, e ciò, lo ammetterete, è ben strano. Mi viene quindi da pensare che dopo questa botta di genio la sorte gli sia stata avversa: avrà magari provato a applicare semplicemente la sua invenzione, senza modifiche sostanziali, ad altre specie. Avrà forse creato la ruota per galline, distruggendo decine di uova appena sfornate. Si sarà messo d'impegno a ideare una ruota per tartarughe, ma seh, vaglielo a spiegare a quelle. Avrà provato, senza troppa fantasia, con la ruota per pavoni, macché, s'impigliavano tutti. Alla fine avrà tentato il colpaccio e dilapidato il patrimonio derivante dal brevetto per costruire il prototipo della ruota per elefanti, e sarà morto povero e solo. Peccato, però.

sabato 29 ottobre 2011

Doveva succedere, è successo.

Oggi, 29 ottobre 2011 (Sant'Onorato di Vercelli, ma poi anche Sant' Abramo, San Colman di Kilmacduagh, San Dodone di Wallers-en-Fagne, San Feliciano, San Gaetano Errico, San Narciso di Gerusalemme, San Teuderio e San Zenobio di Sidone - e scusate se è poco), dicevo, oggi ho preso la decisione. Era un po' che ci rimuginavo su, in fondo era chiaro che era solo questione di tempo, ma ci voleva del coraggio. Oggi l'ho fatto. Ho radunato e insacchettato, e subito dopo pranzo conferirò negli appositi contenitori per la raccolta indifferenziata siti in fondo alla strada, quanto segue:

E dedicare almeno un post, un singolo misero post, alla memoria di tutti loro, mi sembrava doveroso. Il minimo, proprio.
Addio.

domenica 16 ottobre 2011

Rialfabetizzazione


So di non dirvi niente di nuovo se vi faccio notare che la disposizione dei tasti su una comune tastiera è la seguente:
Q W E R T Y U I O P
 A S D F G H J K L
  Z X C V B N M
E però, ne converrete, si tratta di una disposizione alquanto bizzarra e per nulla intuitiva. Certo, ormai tutti noi ci abbiamo fatto l'abitudine, e quindi ci sembra naturale che l'ordine dei tasti sia proprio questo, ma le prime volte che uno si trova ad avere a che fare con una tastiera l'individuazione e la memorizzazione delle posizioni di tutte le lettere sono operazioni niente affatto immediate.
Com'è noto, i tasti sono stati disposti in questo esatto modo per due motivi fondamentali: evitare che coppie di lettere utilizzate spesso consecutivamente fossero vicine, in modo da non far incastrare i martelletti delle macchine da scrivere, e d'altra parte far sì che coppie di lettere utilizzate spesso consecutivamente si trovassero una nella parte destra e una nella parte sinistra della tastiera, in modo da velocizzare la scrittura a due mani. Tutto ciò ha senso. Bene.
Ma indipendentemente da questa nota storica e dalla plausibilità delle motivazioni che hanno portato a disporre i tasti così, così sono e così ce li teniamo. È tardi per cambiare. Pensate un po' a quante tastiere e a quanti provetti dattilografi ci sono al mondo. No, non si può.
Però, pensate a come sarebbe più semplice l'uso della tastiera se i tasti fossero messi in ordine alfabetico. Un po' come i numeri su un telefono, che sono ordinati dall'1 al 9, mica messi giù a caso.
Ma, come abbiamo visto, cambiare l'ordine dei tasti introdurrebbe più problemi di quanti potrebbe risolverne, perché ormai la gente si è abituata così, e l'abitudine è una brutta roba, quando ci si mette.
La soluzione?
C'è.
Cambiare l'alfabeto.
Tanto, dico, che senso ha, che utilità pratica ha che l'ordine alfabetico sia proprio A, B, C, D, E eccetera? Sinceramente non mi viene in mente nessun motivo valido. E allora via, si cambia. Ci si mette d'accordo, e un bel giorno si rimette in ordine l'alfabeto. E così, come per magia, la disposizione dei tasti viene a coincidere con l'ordine alfabetico. I vocabolari si adegueranno, gli elenchi telefonici chi li usa più. E le nuove generazioni le si prende da piccole e si comincia a insegnargli, anziché l'ABC, il QWE: su, da bravo, bambino, Q, W, E, R, T, Y...
Allora, su, quando si comincia?

sabato 8 ottobre 2011

Il semaforo se ne frega


Sarò strano, lo so, ma il semaforo mi sta simpatico. Il semaforo è democratico. Il semaforo quando è rosso è rosso. E quando è rosso bisogna fermarsi, tutti. Quello col Cayenne e quello col Pandino. Certo, uno può anche passare col rosso, ma lo può fare chiunque, quello col Cayenne come quello col Pandino. L'eventuale sanzione che viene dopo, magari, non è equa, perché non tiene conto del differente impatto che una multa di pari importo ha sul bilancio di un proprietario di Cayenne e di un proprietario di Pandino. Ma il semaforo, lui, non ne ha mica colpa.
Le rotonde no, non sono così. Alla rotonda quello col Cayenne sgasa e si butta in mezzo di prepotenza e quello col Pandino rimane inchiodato lì, sempre se è così fortunato da non essere stato spalmato sull'asfalto da quello col Cayenne di cui sopra. Al semaforo no, al più quando è verde uno sgomma e l'altro sgomma meno, ma finché è rosso si rimane tutti lì, buoni buoni, zitti zitti.
Già i semafori dei treni non sono altrettanto egualitari, fermano i regionali e fanno passare gli intercity, anche se questo ha già una sua logica. Ma i semafori stradali non guardano veramente in faccia a nessuno, fanno come gli pare, non sentono seghe. E mi stanno simpatici.

sabato 24 settembre 2011

Lavoratori di tutto il mondo, in carrozza!

Lo so, lo so, non è una novità, anzi. Già da diverso tempo, in varie regioni, la nostra cara Trenitalia ha stretto accordi che consentono ai membri delle forze dell'ordine, siano essi in servizio o fuori, di usufruire gratuitamente del sempre valido servizio di trasporto viaggiatori offerto dall'Azienda in questione in cambio dell'impegno a sorvegliare la carrozza che occupano, evitando l'insorgere di eventuali situazioni spiacevoli a carico di altri passeggeri e/o del servizio ferroviario in senso lato. È una buona idea, vero? Io credo di sì. E credo che, come tutte le buone idee, andrebbe promossa e se possibile estesa. Insomma, tutti noi conosciamo lo stato non proprio idilliaco in cui versano le nostre beneamate Ferrovie. Ci sarebbe bisogno in effetti, tra le altre cose, di una maggiore sorveglianza sui convogli, e l'iniziativa di cui sopra viene incontro proprio a questa esigenza. Ma tra le altre cose, appunto. Le necessità sarebbero anche altre, e molte di queste probabilmente potrebbero essere soddisfatte brillantemente applicando metodi analoghi. Provo a fare qualche esempio, ma le possibilità sono sterminate.
Non sempre, è noto, l'illuminazione delle carrozze funziona a dovere. Ebbene, le Ferrovie potrebbero permettere agli elettricisti qualificati di viaggiare gratis in cambio di piccole riparazioni ai cablaggi, sostituzione di lampadine fulminate e neon esausti e quant'altro. Anche gli impianti di riscaldamento e condizionamento spesso manifestano qualche incertezza: gli idraulici professionisti potrebbero evitare il pagamento del biglietto se si impegnassero a tamponare tempestivamente gli inconvenienti che causano i maggiori fastidi ai viaggiatori nella stagione corrente. Sui muri spesso si vedono scarabocchi, disegni sconci, scritte di scarso valore letterario: se gli imbianchini potessero viaggiare a sbafo, il problema si risolverebbe in breve tempo. E così i cessi, che non sempre sono esattamente sterili e talvolta presentano anche qualche problema di intasamento, potrebbero essere riportati in condizioni più umane permettendo alle donne delle pulizie di spostarsi a loro piacimento sul territorio nazionale senza pagare un euro. E le tanto vituperate casalinghe, portandosi nella borsetta un aspirapolverino e uno straccetto, saprebbero come provvedere alla perfetta pulitura di seggiolini, poggiatesta, vetri, pavimenti e tendine. Gli ingegneri delle telecomunicazioni potrebbero finalmente trovare un senso alla loro specializzazione sistemando gli impianti di diffusione sonora nelle carrozze e aggiornandoli con le tecnologie più recenti. E così via.
Estendendo un pochino il concetto, si potrebbe permettere di viaggiare a ufo non solo a chi migliora le condizioni operative del materiale rotabile strettamente inteso ma anche ai molti che, col loro lavoro, potrebbero allietare l'esperienza di viaggio dei loro compagni di carrozza, convincendo così sempre più persone a servirsi del treno per tutti i loro spostamenti quotidiani. I cantanti che volessero viaggiare gratis (in prima classe se sono stati ad Amici) potrebbero esibirsi a turno tra una stazione e l'altra, all'interno di scompartimenti insonorizzati allestiti all'uopo. I pittori, portandosi tavolozza e tempere, potrebbero creare intriganti trompe-l'œil negli spazi compresi tra due finestrini. Le cosiddette escort, o per meglio dire puttane, potrebbero offrire i loro apprezzati servigi a capotreni stressati da comitive di furbastri, macchinisti annoiati da paesaggi uniformi e passeggeri fortunati, magari estratti a sorte. E così via.
E pensate che spettacolo sarebbe veder passare un treno del genere. Tutti affaccendati, uno chino a stringere bulloni, uno arrampicato sui poggiatesta che affresca il soffitto, uno che suona il bongo, una laggiù in fondo che rigoverna cappelle (copyright di un mio collega, credo), uno che pianta chiodi a casaccio pur di far vedere che sta facendo qualcosa... Certo, per un motivo o per l'altro quasi nessuno pagherebbe più il biglietto. Ma volete mettere.

sabato 3 settembre 2011

SFP

Nei giorni scorsi, per motivi personali (ovvero miei), sono stato a fare un giretto all'estero. Mica tanto lontano, eh, ma comunque in un Paese nettamente, palesemente, indiscutibilmente più evoluto del nostro, giacché, a differenza del nostro, ha l'onore di ospitare non uno ma svariati punti vendita di una celebre catena di fast food specializzata in pollo fritto. Ché si fa presto a dire pollo fritto: quelli friggono pollo in maniera a dir poco sublime. E, appunto, avendone la possibilità, diciamo che in questi giorni ho fatto del pollo fritto la mia principale fonte di alimentazione. Con gusto. Eppure, pensavo tra un'aletta piccante e l'altra, in fondo non è che pollo. E il pollo non è certo il mio cibo preferito. Il pollo, di suo, è carne bianca, delicata, morbida, magra, non particolarmente saporita; va bene giusto all'asilo e in ospedale, di suo; eppure quel pollo, il pollo fritto come lo friggono in quel posto lì, mi piace, e anche tanto, e come a me piace a un sacco di altra gente, a giudicare dall'affollamento di quei locali. Ma il problema è, di base, rimane pollo. Ovvero, l'idea è buona ma si può fare di meglio. Si può ideare e creare una catena concorrente che sfrutti i concetti di base di quella già affermata ma che proponga cibi addirittura più appetitosi, e che quindi possa ottenere senza difficoltà un successo ancora maggiore. Sentite qua l'idea:

SFP - Sarzana Fried Pork
Ovvero: un fast food basato sul porco fritto. Tutto qua. Porco in tutte le sue forme, impanato con un miscuglio totalmente naturale a base di erbe dalle conclamate proprietà allucinogene capaci di creare un'irrefrenabile dipendenza, ma di base sempre e solo lui: porco. Si andrebbe dalle normali bistecche fritte, che vanno sempre, alle braciole fritte (le vedrei bene col peperoncino, quelle), fino ad autentiche leccornie quali pancetta fritta, salsicce fritte, fette di cotechino fritte e cubettoni di lardo fritti. Qualche temerario potrebbe anche volersi cimentare con un succulento stinco fritto, servito rigorosamente intero. Per chi non ha tempo di sedersi a mangiare ma desidera sgranocchiare qualcosa per strada, cosa c'è di meglio di un'orecchia fritta da impugnare come un cono gelato? Ai bambini piaceranno senz'altro i nostri würstel fritti, mentre chi cerca ricette legate al territorio potrà trovare, in ogni ristorante, la specialità locale a base di porco (ché tanto ovunque vai ne trovi una, decenni di Linea Verde insegnano) fritta a puntino. Testa in cassetta fritta, da queste parti, ad esempio. Di contorno? Beh, io sarei per proporre alternativi cartocci di ciccioli, ma in effetti la clientela potrebbe preferire delle banalissime patatine fritte, e visto che l'olio caldo ce l'abbiamo potremmo anche accontentarla (attacca il porco dove vuole il padrone, come si suol dire, no?). Come dessert, ovviamente, frappé di strutto. Tutto in porzioni abbondanti e preparato con ingredienti di prima scelta, almeno per il primo mese.
Per il logo avevo pensato, anche in questo caso, di non inventare niente di nuovo ma di migliorare l'esistente. Anche la nostra catena, quindi, avrà nel simbolo una foto dell'ideatore, fondatore, padrone, presidente e capo supremo, ovvero, per farla breve, mia.
Il dominio sfp.it è già registrato, ma per averlo dovrebbe essere sufficiente offrire ai legittimi proprietari un buono omaggio per qualche quintale di porco fritto. Problema risolto.
Mancano solo i capitali. Eppure, capite bene, con un business del genere i ritorni sarebbero quasi assicurati.
Forza quindi, gente: investite.

domenica 7 agosto 2011

Sarebbe da farci un post

Allora, sentite un po' questa storia qua. L'altro giorno ero lì in treno che tornavo dal lavoro, il treno si ferma in una stazione, guardo fuori dal finestrino per capire in che stazione siamo e vedo quanto segue.
Marciapiede del primo binario, sotto la tettoia. Di qua un padre che spinge un passeggino, e nel passeggino il figlio di pochi anni che quel padre evidentemente aveva voluto portare alla stazione a veder passare il treno. Un po' più in là una figlia che spinge una carrozzella, e nella carrozzella l'anziana madre che da quella figlia evidentemente aveva voluto essere portata alla stazione a veder passare il treno. Tutti e quattro rivolti verso il treno, ovvero, inconsapevolmente, verso di me che li stavo a guardare da dietro il finestrino. Penso che sia fin troppo chiara l'antisimmetria della scena. Ma la cosa più interessante erano gli sguardi. Quelli dei due accompagnatori, da cui trapelava l'affetto per il rispettivo accompagnato ma anche, tutto sommato, la noia per uno spettacolo non certo straordinario quale può essere l'arrivo e la ripartenza di uno sgangherato trenino regionale. E soprattutto gli sguardi dei due accompagnati, entrambi rapiti dal misterioso fascino del treno, entrambi sognanti ma di sogni diversi, uno che forse immaginava viaggi impossibili in mondi lontani, resi fantastici dagli echi delle favole a cui credeva ancora, l'altra che probabilmente ricordava viaggi fatti in tempi lontani, resi fantastici dal semplice filtro del tempo.
Insomma, per farla breve, persino io che sono tutto sommato un grezzo, uno zotico, direi quasi un buzzurro, ebbene, persino io mi sono quasi commosso. E ho pensato, sarebbe da farci un post. Solo a esser buoni. È che io non ne sarei mica in grado, di scrivere un post all'altezza, purtroppo. Ci vorrebbe qualcuno che sapesse scrivere ma per davvero, per parlare degnamente di queste cose qua. Però so con certezza che tra i miei lettori non mancano valenti scrittori di animo nobile che se solo volessero saprebbero trarre da questa scenetta un post, per dirla in poesia, coi controcazzi. E allora forza, gente, su: fuori 'sto post.