giovedì 30 settembre 2010

The end of the world as we know it?

È da ieri mattina che nella zona della stazione manca l'illuminazione pubblica - e che brutto, al mattino è così buio. È da ieri mattina che in treno c'è il riscaldamento acceso - e che bello, al mattino è così freddo. E così è da ieri mattina che penso a questa cosa qua. Che poi magari mi sbaglio, non me ne meraviglierei, non sarebbe la prima volta; che poi magari la Storia mi darà torto; e poi sicuramente non sarò il primo che ci pensa, né il più titolato, né il più acuto, né il più influente: e però, tutto ciò premesso, già che ci sono dico la mia. Anche se nessuno me l'ha chiesta, o forse proprio per questo.
Perché, per quel poco che ne so, ho come la sensazione che il mondo, o meglio l'umanità, o meglio quella che definiamo la civiltà occidentale abbia da poco raggiunto e oltrepassato il culmine di un periodo di benessere unico dai tempi dei dinosauri (unico per durata, estensione e intensità) e che verrà difficilmente eguagliato in futuro. Un periodo di sostanziale pace, ricchezza, diritti, libertà, salute e progresso - e progresso vuol dire oggi più di ieri e meno di domani, vuol dire derivata prima positiva, vuol dire tanta roba. Se vogliamo mettere delle date, così a occhio, questo periodo lo farei cominciare qualche anno dopo la guerra, verso il '48; il culmine di cui sopra lo collocherei, senza troppa fantasia, al famigerato 11 settembre; da lì abbiamo scollinato e ora siamo in discesa. Discesa lenta, per ora (e finché ci sarà petrolio), quasi impercettibile; poi, temo, nettamente più ripida.
Il petrolio, eh beh, sì. Non credo sia un caso che questa - mi si perdonerà l'espressione - età dell'oro coincida con un'epoca in cui il petrolio è stato disponibile, economico e pesantemente sfruttato. Tantissima energia a bassissimo prezzo, ricavabile, trasportabile e utilizzabile con una semplicità mai vista. Prima c'era il carbone, ma vorrete mica mettere. E prima ancora c'erano le braccia, qualche cavallo o bue o mulo o asino per chi se lo poteva permettere, le braccia di altra gente per chi poteva permettersi addirittura quelle, e se no le proprie. E ci si faceva davvero un mazzo come un paiolo, allora, altro che.
Oggi si lavora (e in tanti si lavora da seduti, con tutto il rispetto) 40 ore alla settimana. Al lordo di ferie, permessi, malattie più o meno reali, scioperi, maternità, pause caffè, riunioni, social network vari e così via. Ai tempi 40 ore di lavoro (vero) si facevano in 3 giorni. Poi si esce dal lavoro, si prende la macchina, si va all'Ipercoop (al fresco d'estate, al caldo d'inverno, alla luce sempre: e qua si torna alla stazione alla mattina) e si compra roba che prima neanche si pensava avrebbe mai potuto esistere, a prezzi obiettivamente vergognosi. Anche lasciando perdere l'elettronica di consumo, con 5 euro si compra un paio di pantaloni made in Tagikistan (almeno finché quella gente là non si sveglia... ma manca poco); e tutti hanno la loro fettina di vitella (o almeno credono) e i loro pomodori, coltivati in serre riscaldate e trasportati per migliaia di chilometri, 365 giorni all'anno. Poi magari si sta male lo stesso, per carità. Perché i problemi si fa in un attimo a crearli, o a crearseli. Però intanto c'è da mangiare e da bere - mangiare e bere, mica balle - e non solo: c'è la luce nelle strade, il riscaldamento sul treno, il treno stesso e tutto quanto. Non è sempre stato così. Prima erano patate quando andava bene, anche di domenica. E se quell'anno in questa zona non pioveva, non erano neanche quelle. Si crepava, e basta. Come mosche. E nessun telegiornale lo raccontava. E se non era la fame era la malattia, o qualche guerra. Era naturale. E a dirla tutta, e parlando sottovoce, lo sarebbe ancora. Quello che è strano è che i bambini non muoiano di fame. I bambini di tutte le altre specie muoiono di fame, o di malattia, o ammazzati da parte di adulti di qualche altra specie più grossa. La natura è quella, c'è poco da fare, Quark docet. Tutto il resto, finché dura, è molto bello e molto civile e molto comodo, certo: ma non è naturale neanche un po'. E finirà. O forse ha già cominciato a finire.
Di sicuro tutte le libertà, tutti i diritti, tutte le conquiste sociali che erano state rese possibili da mezzo secolo di inaudita prosperità le stiamo cominciando a perdere. La pubblica istruzione di un certo livello, la scelta del lavoro che si preferisce (ma si scherza?), il posto fisso, la pensione a 50 anni (con altri 30 di vita davanti), la possibilità di andare ovunque si vuole in un attimo, in libertà e parcheggiando proprio lì sotto, la sanità quasi gratuita per tutti, lo scarico spensierato dei rifiuti prodotti dal nostro inedito stile di vita, hanno cominciato a non essere più così scontati. In fondo, via, ammettiamolo, forse avevamo un po' esagerato. Tutte queste cose belle e comode, probabilmente, hanno l'unico difetto di non poter durare. Anche perché, è noto, quasi sempre un diritto mio corrisponde a un dovere di qualcun altro più sfigato, perché nato in un altro luogo (Tagikistan) o in un altro tempo (tra qualche secolo, senza più petrolio, carbone, uranio e con tutta la nostra rumenta tra i piedi) o in un'altra specie (vitella).
La soluzione? No, secondo me non c'è. Buttare il tappo di plastica nel contenitore blu farà sentire a posto con la coscienza (che non è poco), ma - suvvia, siamo seri - non cambia le cose. E d'altra parte, se mezzo litro d'acqua lo vendono a 1 euro vuol dire che quella bottiglia di plastica è proprio comoda. E quindi si continuerà a usarla. Lei, il petrolio e tutto il resto. Finché ce n'è. Sperando che quando non ce ne sarà più non ci saremo più neanche noi. Ci sarà qualcun altro, cazzi loro. Per ora, sempre avanti. È l'unica. Anche perché che altro si può fare, scegliere liberamente di tornare alla buona vecchia servitù della gleba? E chi comincia, io? Ma no, andate pure avanti voi. Senza spingere, eh.

mercoledì 22 settembre 2010

Notizie dall'interno

Stamattina invece a Viareggio mi si sono seduti vicino, uno di fronte all'altro, due tipi sulla cinquantina (cadauno), due tipi normali, che per tutto il viaggio hanno discusso con fervore, direi quasi con passione, di colonscopia e soprattutto di una disciplina simile che prevede, oltre all'esame delle pareti intestinali, il lavaggio delle stesse mediante un getto d'acqua a pressione. Erano veramente entusiasti, quei due tipi là, specialmente di quest'ultima specialità qua: è come un'idropulitrice, diceva uno, non è come una semplice purga, ti tira via della robaccia appiccicata alle pareti che altrimenti non si staccherebbe mai e poi mai, e non è poca, figurarsi che una sua collega solo con questo sistema qua ha perso 5 chili (per dire). Il problema è che l'intestino è pieno di quelle fastidiose curve secche, lì la lancia dell'idropulitrice si impunta, e allora quelli bravi (ma bisogna andare da uno bravo, eh) ti iniettano localmente dell'aria in modo da addrizzare a sufficienza il percorso, per poi lanciarsi sul rettifilo a tutto gas. Dopo ti senti un po' gonfio, sì, insomma, un po' come quando hai dell'aria per così dire endogena: ma poi sai che goduria quando ti liberi anche da quella. E poi ti senti uno spettacolo, pulito come nuovo se non di più. Provare per credere.
E io, che ci credo sulla fiducia ma che al momento non ho ancora avuto modo di provare la gioia di simili operazioni (e che a dirla tutta ci tengo anche poco), col mezzo emisfero cerebrale sveglio li ascoltavo e ascoltandoli pensavo: la prossima tappa è il Centogradi. E poi pensavo anche: ci devo scrivere un post. E infatti eccolo qua. Il problema che mi sono posto immediatamente, e che non ho ancora risolto del tutto, è però il seguente: che cosa potrei mai aggiungere io, di mio, da profano? Di questa storia qua non ne so niente più di ciò che ho sentito stamani, e quando posso delle cose che non conosco preferisco non parlarne. Ma una possibile parziale soluzione mi è balenata allorché ho scoperto, discutendo della questione coi miei colleghi in mensa, che quest'attività sembra andare parecchio di moda. E quindi sono certo che tra i miei fedeli lettori non mancherà qualcuno al passo coi tempi che abbia voglia di raccontarci le sue esperienze, le sue sensazioni, le sue emozioni alle prese con la visceropulitrice. Prego.

domenica 12 settembre 2010

Senza titolo

Ero lì che sfogliavo distrattamente l'elenco del telefono, l'altro giorno; quando, per quanto distratto potessi essere, non ho potuto fare a meno di notare che

esiste un signor Senza Cognome.
Non lo conosco né di persona né di vista né di fama, di lui conosco solo nome (almeno quello...), indirizzo e numero di telefono, eppure la mia ammirazione nei suoi confronti ha raggiunto immediatamente livelli tali, pensate, da indurmi a dedicargli un post. Il difficile è stato riuscire a staccare gli occhi da quella pagina 247, ma poi ce l'ho fatta e infatti eccomi qua.
Perché Senza Cognome è un cognome impegnativo, come tutti i cognomi multipli dà subito un tono aristocratico ma va saputo portare; e poi ha chiaramente origini antiche e nobili, cioè, anch'io che sono ignorante non fatico a ritrovare in quel cognome echi addirittura mitologici, sembra quando Coso, là, Ulisse, c'è il tipo che gli chiede come si chiama e lui gli risponde Nessuno: questo è quanto riportano le traduzioni più triviali, ma sono convinto che andando a rileggersi l'originale manoscritto omerico si scoprirebbe come la risposta originale a «Come ti chiami?» sia stata proprio «Senza Cognome», e come da lì si sia originata una stirpe eletta di cui il nostro amico è solo l'ultimo rappresentante. Propendo nettamente per questa ipotesi rispetto a quella secondo cui un bel giorno un signor Gustavo Senza abbia preso come sua legittima sposa una signora Genoveffa Cognome, e costoro di comune accordo abbiano deciso di affibbiare alla loro progenie entrambi i cognomi. Passi per il signor Senza (anche se detta così...), ma qualcuno che si chiami Cognome di cognome no, non voglio credere che sia mai esistito.
Come che sia, chissà com'è chiamarsi Senza Cognome. Chissà cosa si potrà scrivere sul citofono, o sulla cassetta della posta. Chissà se si avrà un codice fiscale più corto di tre lettere. Chissà se trovare un indirizzo email disponibile col proprio nome punto cognome, senza numeri o segni strani, sarà particolarmente facile o (visto il grado di perversione della maggior parte degli utenti di Internet, esclusi i presenti) quasi impossibile. Chissà che risposte quando ci si presenta: «Salve, sono Senza Cognome.» «Signore, lei è un uomo piuttosto distratto.» Anche se lì in effetti poteva andargli meglio ma anche molto peggio, del tipo: «Salve signorina, sono Senza Parole.» «Oh, ma che galantuomo!», oppure «Ciao stronzo, sono Senza Peccato e quindi ti prendo a sassate.» «Giusto.», o «Ciao bella, sono Senza Sosta.» «Sì, ti piacerebbe.», o «Buongiorno, sono Senza Soldi.» «Abbiamo già dato.», o «Dottore, sono Senza Polifosfati e tutti mi chiamano Mortadella.» «Eh beh.», o «Salve, sono Senza Senso.» «E chi ce l'ha?», o «Piacere, sono Senza Qualità.» «Cavolo, quello del libro? Me lo fa un autografo?».
Già, l'autografo. Sarebbe da chiederglielo. Ma a occhio te ne farebbe metà. Quindi niente.

mercoledì 1 settembre 2010

Cose che noi umani

Giusto ieri una che lavora lì dove lavoro io (non farò nomi né ruoli, mi limiterò a dire che uno dei due comincia per R) si è comprata un costume. Oramai la stagione balneare volge al termine, e quindi sui costumi si applicano forti sconti. E infatti lei quel costume l'ha pagato la miseria di 4 euro e 95. Ha fatto un buon affare, non c'è che dire. Ma, credetemi, un affare ancora migliore l'ha fatto il costume.
Nascere costume significa già di per sé partire avvantaggiati: rispetto a tua cugina mutanda sai già che, ferme restando le rimanenti condizioni al contorno, potrai crogiolarti al sole, tuffarti nelle fresche acque cristalline prospicienti qualche spiaggia a spiccata vocazione turistica, e via discorrendo. E poi chi nasce costume, durante le lunghe attese in freddi magazzini di periferia o stipato in scaffali di negozi alla moda con troppa luce e musica di sottofondo artificiale quanto l'illuminazione, chi nasce costume, dicevo, può ragionevolmente coltivare la speranza di venir assegnato da una sorte cieca e immobile a un qualche gradevole esemplare del genere femminile della razza umana, stando a stretto contatto con aree assai ambite e per questo, sin dai bei vecchi tempi del Paradiso terrestre, salvaguardate con cautela mediante oggetti di varia foggia e materia, ritenuti, per qualche ragione, inanimati. Oggetti che invece, forse, hanno anche loro i loro pensieri, le loro speranze, le loro piccole grandi aspirazioni a una vita felice compatibilmente con la loro natura: come tutti.
Per dire: chi nasce supposta, o clistere (come non citare a tal proposito quel celebre film di quel mio occasionale commentatore), sa già che il suo destino, bene o male, sarà quello, e quindi si mette l'anima in pace e prova a non pensarci, magari fingendo di credere a qualche promessa di fantomatiche vite ultraterrene. Chi nasce motorino, invece, fermo sotto il sole a picco di un torrido piazzale d'asfalto può sognare di venir cavalcato da qualche leggiadra fanciulla in fiore, soda, leggera, levigata e delicata, accompagnandola veloce verso i suoi primi incontri del terzo tipo. Poi magari invece gli capita un vecchio contadino grasso e sudato che se ne serve per camallare platò di patate e cavagni di fagioli dall'occhio su per Montedarmolo, e lì c'è poco da fare; ma intanto ha sognato. Allo stesso modo, quel costume poteva essere acquistato da una vecchia che si credeva giovane o da una giovane che si credeva donna, e anche lì c'era poco da fare. Chissà quanti brividi avrà provato, quel costume, dall'inizio della stagione: brividi di speranza e brividi di terrore, a seconda delle mani che di volta in volta lo prelevavano dallo scaffale per misurarselo e poi riporlo nuovamente. Finché, ieri, le sue tribolazioni si sono concluse, e in uno dei migliori modi umanamente auspicabili. Certo, dovrà faticare non poco, quel costume. Dovrà riuscire a contenere non poco materiale di non poco pregio. Ma tutto sommato, da quel poco che ne posso sapere io, sono convinto che ne varrà abbondantemente la pena.

mercoledì 11 agosto 2010

Il blog interrompe momentaneamente le ferie.

Sì, lo so che non si dovrebbe, lo so che è un comportamento sleale e antisindacale, lo so che le ferie costituiscono un diritto/dovere irrinunciabile di qualunque lavoratore, so tutto e non ho certo intenzione di buttare nel cesso i risultati di secoli di cruente lotte sociali con questo post. E d'altra parte, quasi tutti i miei avveduti lettori ne saranno già a conoscenza. Ma a beneficio di quanti se lo dovessero essere perso, come me fino a ieri, rendo immediatamente noto che sono in corso di installazione, da parte della nostra cara Trenitalia, i nuovi rivestimenti dei seggiolini che si possono ammirare nell'immagine seguente.


Si noti la vivace e fantasiosa ricercatezza degli accostamenti cromatici, il taglio impeccabile, l'azzeccatissima scelta dei materiali (una sana similpelle realplastica, che fa molto anni 70 e che già all'epoca era famosa per la sua innata capacità di provocare sudorazione e appiccicamento anche alle lucertole a febbraio, se hanno la sventura di sedercisi sopra), la pregevole fattura artigianale degna di una sartoria di alta moda più che della seconda classe di un regionale qualunque.
Da quest'altra angolazione si può apprezzare ancor meglio la maniacale cura del dettaglio che caratterizza la lavorazione di questi moderni oggetti di design. Rifiniti fin nei minimi particolari allo scopo di offrire ai viaggiatori un comfort mai provato prima, in linea coi più moderni criteri ergonomici, sfidando l'usura del tempo, degli agenti atmosferici e dell'uomo, per anni e anni.
Ecco: ora che vi ha mostrato un tale capolavoro dell'haute couture made in Italy, giustamente apprezzata in tutto il mondo anche per oggetti come questo, il blog può riprendere le meritate vacanze.

domenica 1 agosto 2010

Il blog chiude per ferie.

Nel frattempo però, per una volta, potreste anche rendervi utili voi. Che non è che qua devo lavorare sempre solo io, perdiana. E quindi potreste mettervi lì con calma, concentrarvi, avviare una profonda riflessione interiore, e poi, una volta usciti dal cesso, scatenare le vostre fantasie più represse e perverse, tentando di avanzare qualche ipotesi realistica sul significato recondito di questo criptico cartello:

In quali inusitate sorprese potrebbe mai imbattersi, a quali arcane verità potrebbe mai avere accesso, quali inenarrabili avventure ai confini della realtà potrebbe mai vivere il temerario che trovasse l'ardire di salire al terzo piano di quel posto lì?

mercoledì 21 luglio 2010

Tutti vogliono viaggiare in prima (anch'io)

Questo post per rendere grazie alla Controlloressa Ignota (giovane, carina, gentile, sorridente, boccoli biondi sul foulard rosso d'ordinanza, mai vista prima, probabilmente mai più la rivedrò, ma l'ho vista, sì, ero sveglio, o almeno credo) che prestava servizio stasera sul regionale 2202.
I fatti.
Stazione di Forte dei Marmi - Seravezza - Querceta, perfetto orario. Sale una vecchia padana danarosa, tirata e griffata, la quale, con modi assai poco nobili, fa notare alla Controlloressa in questione che quella carrozza (proprio quella dove, beatamente svaccato su una poltrona di prima classe, stavo io), quella era, per l'appunto, una carrozza di prima classe, e che in quella carrozza [sottinteso: per colpa di tutti quei pidocchiosi abusivi tra cui il sottoscritto] non c'era posto per lei che un biglietto di prima classe l'aveva regolarmente acquistato. Stavo già per prepararmi a levare le tende, non senza iniziare ad elaborare mentalmente un adeguato augurio di un trapasso rapido (ma che dico rapido: eurostar) e di terza classe per la poco gentile signora, allorché la nostra amica Controlloressa ci stupisce facendo spostare una borsa che occupava un sedile e ribattendo alla vecchia, con cortese fermezza, che lei non può far stare in piedi tutta una carrozza solo perché una ha un biglietto di prima classe, che un posto gliel'ha trovato, e che si sieda lì [sottinteso: e non rompa i coglioni alla gente che lavora o che torna dal lavoro]. La vecchia la guarda un po' e si siede, muta. Io le sorrido, l'avrei baciata (oddio, l'avrei baciata anche per molto meno, ma questa è tutt'un'altra storia), ma poi ho pensato che sarebbe stata sicuramente più contenta se invece le avessi dedicato un post. E così.
Ora, intendiamoci: il comportamento di quella Controlloressa cozza frontalmente contro i principi più saldi e profondi su cui poggia la mia condotta di vita. Sono fermamente convinto, in linea di principio, che avesse ragione la vecchia, che se uno compra un biglietto di prima classe ha diritto di viaggiare più comodamente e non solo, e che io e gli altri clandestini avremmo dovuto alzarci e andarcene chiedendo scusa. Questo in linea di principio. Ma, si sa, le linee, anche le più rette, dai e dai si curvano, e i principi sono fatti per essere confutati. E poi stasera no, stasera proprio non ce la facevo a alzarmi. Ma non lo farò mai più. Beh, quasi mai. Forse.

domenica 18 luglio 2010

Punti di vista

Pensavo: chissà come la vedono i cani. Ma dico i cani giusto per dire animali non troppo primitivi e non troppo umani. I ricci o i rospi, ad esempio, non ci capiscono niente, si vede anche a occhio. Quelli trovano per terra, su quella strana terra liscia e scura, un insetto spiaccicato, si fermano a mangiarselo con calma senza sapere di essere in mezzo alla strada, arriva una macchina, loro si immobilizzano pensando che così il predatore in arrivo li creda morti, e così muoiono per davvero. Le rondini vedono un pezzo di roba che sembra cielo e ci si spalmano contro in volo, non capendo che invece trattasi di vetro. E così via. Ma quelli sono animali (con tutto il rispetto) più semplici. I cani dovrebbero essere più evoluti e più abituati al contatto con l'uomo (ammesso che una specie, generazione dopo generazione, si possa abituare, e che non si debba ricominciare da capo ad ogni individuo), ma mi chiedevo se siano dotati delle - diciamo così - strutture mentali necessarie a catalogare cose che in natura non esistono. Come il vetro o l'asfalto o le macchine o il filo spinato o i vestiti. Già non dev'essere facile, per un cane, capire che un altro cane è proprio un cane, tante e tanto diverse tra loro (anche a livello di forme e colori e dimensioni) sono le razze che abbiamo creato. Per i cani non dev'essere facile neanche catalogare il mare o la neve, se li vedono per la prima volta in età adulta, visto che nessuno gliene ha neanche mai parlato, da cuccioli. Ma il mare e la neve esistono da sempre, da quando ancora non esistevano neanche i cani stessi, e quindi può darsi che questi col tempo si siano evoluti in modo tale da capirli e saperli gestire. Magari non capiscono perché in quel posto lì c'è tutta quell'acqua lì, o perché quel giorno il loro mondo è coperto da tutta quella roba bianca e fredda, magari pensano addirittura che ci sia di mezzo una qualche entità superiore, però insomma, in un modo o nell'altro se la strigano. Ma quando vedono passare una macchina, o quando, fatti salire su una macchina, vedono passare il mondo, chissà cosa pensano. Quello che penso io è che questo post poteva venire meglio. O, ancora meglio, poteva non venire proprio. Ma ormai.

domenica 11 luglio 2010

Sulla carta (stampata)

Perché magari non ci si pensa, ma il consumatore in realtà potrebbe essere più avanti di quanto lo si ritenga. Tutti lo prendono per scemo, il consumatore, e spesso hanno pienamente ragione, ma mica sempre.
Per dire, a me ogni tanto capita di leggere un giornale. Un quotidiano, intendo. Ad alcuni capita, oltre che di leggerlo, anche di comprarlo. Costa circa un euro, un quotidiano, e tutto sommato penso che sia un prezzo onesto. Però penso anche che, se mai mi dovesse capitare di comprare regolarmente il giornale, potrei anche essere disposto a pagare un piccolo supplemento pur di avere l'optional di un paio di punti (o graffette o spille che dir si voglia), e soprattutto pur di evitare la maledizione degli articoli che cominciano in prima pagina e finiscono chissà dove, e di quelli che vanno in parallelo l'uno con l'altro. E penso che potrei non essere nemmeno l'unico. In certi giorni ci sono una decina di articoli totalmente incorrelati tra loro che iniziano tutti sulla prima pagina e poi proseguono dove capita, sparsi in mezzo ad altri articoli più fortunati di loro, talmente fortunati da avere un inizio e una fine sulla stessa pagina. Per di più alcuni di questi articoli sono commenti a notizie di cui si parlerà diffusamente all'interno del giornale, e farli iniziare sulla prima pagina significa costringerti a leggere prima il commento e poi la notizia, che non sempre è piacevole. Infine, dover saltellare avanti e indietro per il giornale a cercare le continuazioni dei vari articoli favorisce lo scompiglio dei vari fogli che lo costituiscono, l'aumento esponenziale dell'entropia dell'universo, eccetera.
Lo stesso dicasi per i malaugurati casi, invero più frequenti sui periodici, in cui un articolo inizia in una pagina dove ce n'è già un altro non concluso. Tutti e due proseguono poi alla pagina seguente, e tu che ne stai leggendo uno devi ricordarti, quando l'hai finito, di tornare indietro e iniziare l'altro. E l'entropia dell'universo di cui sopra schizza verso livelli indecenti senza alcun motivo pratico.
E qui si arriva allo spunto del primo punto: i punti, appunto.
Ehm, scusate.
Dicevo: i punti. Capisco che il prezzo dell'acciaio sia notevole, capisco che per pinzare un giornale si dovrebbe introdurre un nuovo macchinario e una nuova fase di lavorazione, capisco tutto. Ma non mi si venga a raccontare che nel duemila e rotti non si riesce a trovare un modo per dare a un quotidiano una parvenza di rilegatura. Una pinzatrice, due punti, niente di più. Come in ogni rivistaccia da parrucchiera, meno che in molti volantini di discount di periferia dove c'è addirittura il lusso di un filo di colla. Si eviterebbe di tirar giù dal Paradiso una buona percentuale dei santi che lo abitano ogniqualvolta si tenta di voltar pagina controvento, e di spargere fogli di giornale per il mondo. L'utente potrebbe apprezzare il servizio, e magari persino pagarlo. Io apprezzerei. Pensateci, cari amici editori.

sabato 3 luglio 2010

Un post necessario

Premessa: tutto quello che segue sarà senz'altro già stato detto, e detto molto meglio, da qualcuno che ne capisce parecchio; ma siccome ci stavo pensando proprio l'altra mattina mi permetto di dire la mia, da profano. Tanto il blog è mio e lo gestisco io.
E quindi.
Tiri una moneta, forse viene testa forse viene croce. A caso. A caso? Ma sì, a occhio sì, a caso. Via, chi è che prima di tirare una moneta sa se verrà testa o se verrà croce? Nessuno. E già, però la questione è già diversa, messa così. È che nessuno lo sa. Ma non è che non si può sapere. È solo che il calcolo è troppo difficile. Ma volendo si saprebbe eccome. Cioè, se uno conoscesse alla perfezione la struttura della moneta, dimensioni, peso, densità, momento di inerzia, e quella dell'aria, e la forza impressa dal dito e il punto dove questa è applicata e tutto quanto, risolvendo qualche secchiata di equazioni integrodifferenziali il risultato del lancio si conoscerebbe benissimo. Viene testa. Viene croce.
E così per tutto, solo maledettamente più complicato. Per un dado, già bisognerebbe conoscere un bel po' di informazioni in più e risolvere qualche bancale di equazioni: ma alla fine una soluzione si troverebbe anche per lui. Avendo a disposizione, oltre alle informazioni sul dado e sull'ambiente che lo circonda, anche quelle sulla persona che lo tirerà, la sua forza, la lunghezza delle sue ossa, la posizione iniziale del braccio, la voglia di tirare quel dado in quel momento e così via, si può sapere che numero uscirà anche qualche secondo prima che quel tizio tiri quel dado. Tantissime informazioni, tantissimi conti e tantissimo tempo, ma alla fine una soluzione certa. Verrà 2. Verrà 5.
Ma allora, complicando ulteriormente i calcoli, si potrebbe sapere anche in che istante e in che luogo quella persona tirerà quel dado. Basterebbe conoscere lo stato attuale di quella persona, tutti gli stimoli che le arriveranno d'ora in poi, e il modo in cui quella persona reagirà a quegli stimoli modificando il proprio stato (il che è noto, una volta che se ne conoscono tutti i geni e i neuroni e le sinapsi e i muscoletti più inutili fin nel dettaglio del mitocondrio). Sapendo tutto su di me, ma proprio tutto, molto più di quanto ne sappia io stesso, un anno fa si sarebbe potuto prevedere che in questo momento avrei scritto queste boiate, per dire.
E così, disponendo delle necessarie informazioni (montagne di informazioni), noto lo stato dell'universo all'istante t si otterrebbe senza incertezza (dopo un tempo degno della migliore Trenitalia) lo stato dell'universo all'istante t+1. E da lì si andrebbe avanti. Tutto starebbe a conoscere le condizioni iniziali e le leggi che regolano tutto l'andazzo. Come tutti i problemi, anche questo se lo si fosse preso per tempo sarebbe stato ben più facile da risolvere: ora l'universo è già parecchio incasinato, e peggiora, ma se si partiva dal Big Bang o da lì vicino era tutta un'altra storia. Ma ormai per stavolta è andata così, bisogna prendere un istante iniziale diverso da 0 e da lì partire, pazienza.
E per i conti? Eh già, quello per ora è un casino. I conti da fare sono tanti, troppi, per ora. Per ora, però. E qua entra in gioco l'amico Moore. Il quale ci dice che, tra un po' di tempo, il tempo di calcolo non sarà più un problema. Succederà allora che qualche informatico (probabilmente cinese), rinchiuso in qualche garage, ignorando bellamente tutte le ben note questioni teoriche di computabilità e simili, tirerà fuori un programmino che lo sa fare. E lì saranno cazzi, ma cazzi grossi, per tutti.
Ci salverà Heisenberg?
Eh, a saperlo.